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L’accademia italiana di fronte agli anni di piombo
11 febbraio 2011

Non era mai capitato prima. Nel giro di tre mesi, tre ricercatrici si sono rivolte all’Associazione Italiana Vittime del terrorismo, ad altre associazioni, nonché a singole vittime, per i loro studi sull’Italia degli anni di piombo. Tre ricerche in diversi ambiti: due di carattere storico, una di carattere giuridico-politico. Tre ricercatrici italiane, donne, che lavorano in tre università fuori dall’Italia: in Spagna a Madrid, in Francia a Lione e in Gran Bretagna a Bath.

L’accademia inizia quindi solo adesso, a distanza di oltre 30 anni dai fatti, a studiare il terrorismo considerando rilevante e utile al suo lavoro la voce delle vittime. Non che la storiografia abbia sempre avuto buoni rapporti con i testimoni: a prescindere dall’oggetto della sua indagine, la testimonianza è sempre una fonte difficile da maneggiare. Ma non c’era certo voluto tanto tempo, per fare un esempio, a chi studiava i campi di concentramento nazisti, per interrogare le vittime superstiti dell’Olocausto.

Queste indagini di oggi, poi, non può essere un caso che riguardano chi lavora in università fuori dal nostro confine nazionale. Perché all’accademia italiana non era mai venuto in mente di interrogare le vittime? Le ricerche universitarie svolte in Italia sul terrorismo non sono certo mancate e sono, per la gran parte, tutt’altro che recenti. La loro anomalia risiede in un dato tanto semplice quanto sconcertante. Tali ricerche sono state svolte sulla base di una sola fonte principale: gli atti giudiziari. Alla quale si è sommata talvolta qualche fonte politico-istituzionale e la testimonianza degli ex terroristi.

Mai prima d’ora era stata dunque presa in considerazione la voce e il discorso delle vittime di quel fenomeno, quale fonte per interpretarlo.

Sondare le cause di questo ritardo può essere una ricerca storica interessante in sé, ma assai complessa. Segnalo qualche spunto.

Il primo è che il disinteresse verso le vittime del terrorismo ha molteplici versanti. A quello accademico, si devono aggiungere quello delle istituzioni dello Stato e quello dei media. Con un po’ di coraggio, si dovrebbe anche segnalare quello della società civile italiana, rimasta spesso ingessate nelle interpretazioni del terrorismo delle varie scuole di partito. C’è quindi un contesto generale che di fatto ha marginalizzato per decenni la voce delle vittime.

Un secondo dato risiede nel fatto che il fenomeno terroristico, al di là che fosse riemerso ancora episodicamente con le nuove BR, alla fine degli anni ’90 si reputasse un capitolo del XX secolo. Il clamore dell’11/9 lo ha invece riportato al centro della scena a livello mondiale come terribile incipit del nuovo secolo, così come era successo per l’inizio di quello precedente con l’attentato a Sarajevo contro l’arciduca Ferdinando che condusse alla Grande guerra.

Un terzo spunto deriva dal fatto che la voce delle vittime ha iniziato a farsi sentire in modo corale solo quando le vittime si sono dotate di un media autonomo: nel 2002 con il sito internet di Aiviter e relativo memoriale, cui sono seguite le pubblicazioni dei giornalisti G. Fasanella (I silenzi degli innocenti) e R. Arditti (Obiettivi quasi sbagliati), e poi ancora i libri scritti dai figli e dalle figlie delle vittime (Calabresi, Rossa, Tobagi, Moro,..).

Quest’ultimo punto, mi ricorda però di segnalare un paradosso. Tra le sole tre testimonianze delle vittime scritte nella vicinanza dei fatti, ce ne è una assai particolare che somma al dato di vittima dell’autore, la sua professione: quella di storico. Se infatti i due libri di Sossi e Lenci, sono libri di testimonianza scritti sull’esperienza diretta del rapimento del primo e dell’essere sopravvissuto ad un colpo d’arma da fuoco in testa, il secondo; il libro di Angelo Ventura, ferito a Padova dall’Autonomia Operaia, non è un libro di testimonianza, ma un libro di storia vero e proprio. Riedito l’anno scorso con il titolo “Per una storia del terrorismo italiano” si tratta della raccolta delle ricerche che Ventura ha compiuto e pubblicato su riviste storiche negli anni ottanta. Il paradosso sta nel fatto che la sua analisi sia oggi considerata datata da altri storici perché una delle tesi  centrali del libro, la connessione tra BR e AutOp, non ha retto alla prova dei tribunali.

Parrebbe difficile uscire da questa visione manichea per cui la verità storica degli anni di piombo risieda negli atti giudiziari, ma almeno le vittime del terrorismo, con poche eccezioni, nel corso di questi decenni hanno imparato a diffidarne e ora non sono più sole. Brillanti cervelli, scappati forse dall’Italia dei baroni delle cattedre, potranno restituire alla disciplina storica la sua dignità e fornire alle vittime un po’ di senso ai fatti tragici passati sulla loro pelle. La verità: la migliore cura per le vittime e per la storia del nostro paese.

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