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Isis e Islam nelle scuole: degli approcci
30 gennaio 2016

L'iniziativa promossa dalla Fondazione Corriere della Sera nell'autunno 2015 e  rivolta agli studenti delle scuole superiori (15-18 anni) di Milano, dal titolo L’Isis spiegato (non solo) ai ragazzi, è un buon esempio in negativo di come un approccio paternalista sia controproducente. I migliori giornalisti, i più preparati, non sono infatti i soggetti corretti ad affrontare nelle scuole i temi dell'Isis e delle sue relazioni con l'Islam e la sua storia.

I casi di proteste di studenti di religione islamica non sono infatti la spia di una generica difficoltà ad affrontare il tema, come sottolineano lo stesso Corriere qui e il magistrato Guido Salvini  sul Foglio qui, ma sono piuttosto la spia di un metodo errato e contro-producente, al di là dei buoni propositi.

In Europa il tema è affrontato da tempo, gli approcci sperimentati, discussi e resi pubblici: basta consultare la Collezione di buone pratiche dalla RAN che dal 2011 ha attivato gruppi di lavoro sui vari ambiti di intervento della prevenzione della radicalizzazione violenta che porta al terrorismo, facendo confrontare gli operatori che lavorano sul campo nei vari Stati membri,

In tale rete della Commissione Europea non mancano italiani e l'Italia, pur in ritardo in questo genere di interventi e politiche di prevenzione, sta comunque compiendo i primi passi. Esistono infatti già esperienze pilota locali che, insieme a quelle degli altri paesi, ci indicano la metodologia e l'approccio più efficace per gli intervenire nelle scuole.

Porto solo due esempi.

Dietro il termini di peer education c'è un pratica pedagogica molto potente, quella di utilizzare gli stessi studenti per formare i loro coetanei. Una esperienza recente a Lodi ci segnala il successo di un approccio che porta nelle classi gli stessi studenti, originari da famiglie di paese mussulmani, a parlare di Islam e terrorismo con i loro coetanei.

Il secondo esempio riguarda un secondo soggetto indicato ad intervenire e sono naturalmente gli insegnanti. Se si vogliono evitare tanto le discriminazioni islamofobiche, quanto le derive di radicalizzazione violenta tra i giovani studenti, il primo passaggio fondamentale riguarda una massiva formazione dei docenti. Quelli di tutti gli ordini e gradi perché servono competenze sia nella scuola primaria che permettano corretti approcci psicopedagogici  per formare identità emotive in grado di confrontarsi pacificamente con il diverso, sia didattiche nelle superiori che rafforzino le capacità di pensiero critico di fronte alla propaganda violenta e i tentativi di reclutamento via Web.

E' stato lanciato la settimana scorsa un tavolo di lavoro a Milano che si occupa di queste politiche e di questi interventi, in stretto contatto con le suddetta rete europea, l’amministrazione cittadina e i soggetti che a Milano e in Italia lavorano ai vari livelli sul problema. La Fondazione Corriere della Sera sarà sicuramente benvenuta.

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