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Prevenzione e contrasto dell’estremismo violento: l'Italia al bivio
7 ottobre 2016

Le misure di contrasto e prevenzione della radicalizzazione violenta sono assai delicate perché facilmente possono diventare anziché utili piuttosto controproducenti e dannose.

L'Italia faticosamente e tardivamente si sta avviando a sviluppare queste misure con due strumenti, una proposta di legge, quella Dambruoso-Manciulli in discussione al Parlamento e una Commissione di esperti istituita ad agosto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Gli studi sul processo di radicalizzazione violenta, che partendo dalle biografie dei terroristi hanno cercato di individuare dei modelli predittivi per intervenire prima che un individuo commetta atti violenti, hanno condotto a due approcci diversi e talvolta opposto opposti.

Da una parte sono stati utilizzati per sviluppare degli strumenti per monitorare e valutare il livello di radicalizzazione violenta, in ambito esclusivamente jihadista, degli individui soprattutto in ambito carcerario; e sono attuate nel contesto di una attività di intelligence, e quindi di prevenzione tradizionale delle forze di polizia, per intervenire, a livello nazionale di sicurezza, con misure cautelari appena un individuo commetta un reato prodromico al terrorismo.

Dall'altra, sono stati utilizzati per implementare programmi, detti di contrasto o prevenzione dell'estremismo violento (CVE - PVE), atti ad aumentare la resilienza delle comunità rispetto ai fattori che agevolano il processo di radicalizzazione violenta di qualunque matrice ideologico/religiosa e sono attuati a livello locale in collaborazione tra servizi sociali,  organizzazioni delle società civile ed istituzioni, per intervenire con una ampia gamma di misure "rieducative" prima che un individuo commetta atti violenti.

L'Italia, in particolare il Ministero della Giustizia, la sua amministrazione penitenziaria in coordinamento con il C.A.S.A., cioè la polizia di prevenzione e l'intelligence, stanno lavorando da qualche tempo sul primo approccio.

Il limite è rappresentato dal fatto che gli strumenti per monitorare e valutare la radicalizzazione violenta sono ormai ampiamente messi in discussione; in particolare il loro valore scientifico e predittivo. La scelta di rivolgersi poi alla sola radicalizzazione jihadista è quanto di più pernicioso si possa fare.

Inoltre, nei paesi in cui i numeri delle persone da monitorare sono molto alti, come in Francia, il monitoraggio risulta di fatto impraticabile e inutile, come i fatti recenti di terrorismo hanno palesemente evidenziato.

L'occasione di una proposta di legge e di una commissione governativa, sono quindi cruciali oggi affinché l'Italia non segua modelli inefficienti quando non controproducenti, come quelli francesi, ma piuttosto si relazioni con le migliori pratiche e politiche attuate in Europa e promosse ormai da tutti gli organismi internazionali, che privilegiano il secondo approccio.

Segnalo tre realtà, tutte già presentati su questo blog: quelle della rete europea RAN, quelle delle Nazioni Unite e quella del recente paper frutto di un progetto transatlantico UE-US.


 (CONTINUA: Cosa ci dicono questi documenti e collezioni di approcci e buone pratiche?)

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