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SOCIETA'
La violenza politica: un tabù per le scuole?
15 novembre 2012


Ieri mattina scendendo dalla metropolitana mi sono trovato, nei pressi del mio ufficio a Torino, nel mezzo della manifestazione studentesca proprio quando il corteo si è fermato. Una parte ha raggiunto il cantiere del grattacielo progettato da Renzo Piano, e poco dopo un poliziotto veniva circondato e bastonato a terra da una decina di autonomi con caschi e mazze, cui è seguito il lancio di un lacrimogeno e l'arrivo dell'ambulanza. Ho visto decine di studentesse terrorizzate telefonare ai genitori, rassicurando che se le cose continuavano a mettersi male avrebbero preso subito il largo dalla manifestazione.

La simpatie verso le varie forme di radicalizzazione, che può sfociare in terrorismo e violenza, hanno ormai in tutto il mondo la configurazione liquida di soggetti che nei network sociali trovano reti nelle quali identificarsi, collaborare, scambiare valori e condividere narrative e forme di propaganda. Così dal pomeriggio di ieri, la sera e la notte, la rete Internet in Italia era uno specchio che rifrangeva viralmente la stessa immagine: la fotografia un ragazzino molto giovane con la testa insanguinata per una manganellata della polizia. Una fotografia spesso presentata per italiana, mentre era in vero un fatto occorso in Spagna. Questo non rende meno grave l'accaduto, ma fotografie del fatto cui ho assistito io, non c'era traccia in rete, mentre il linguaggio che accompagnava l'immagine del giovane spagnolo erano di una violenza incredibile che riesumava tutti i fantasmi degli anni di piombo: la pace sociale è finita, lo stato è il solo terrorista, è la polizia che provoca gli incidenti…

Da un anno gli analisti parlano chiaro. Con le lettere esplosive a Equitalia, i morti e i feriti di Firenze,  gli arresti di neofascisti a Roma, la gambizzazione di Adinolfi a Genova e, il meno noto, avviso del massimo coordinatore europeo di antiterrorismo, Gilles de Kerchove, sul riaccendersi di pericoli dal fronte dell'estrema sinistra, ci troviamo in un clima fertile per la violenza con un humus ideale nella recessione economica del nostro paese.

In questo contesto, la risposta al riaccendersi di fenomeni di radicalizzazione violenta viene demandata alle istituzioni dello Stato, in particolare alle attività di sicurezza nelle due varianti di polizia e intelligence, cui si accompagna il discorso pubblico come la condanna di Fassino verso i fatti di ieri definiti giustamente, "Un attacco squadristico di inaudita violenza", cui si aggiungono gli interventi di editorialisti, politici e uomini di cultura.

Mancano però a mio avviso due soggetti. Chi potrebbe compiere un importantissimo lavoro di prevenzione della cultura delle violenza politica: la scuola. E chi potrebbe contrastare le narrative della propaganda: le vittime della società civile che hanno vissuto sulla loro pelle le disgrazie arrecate dalla violenza e dal terrorismo.

A livello Unione Europea sono state attivate reti di collaborazione per lo studio delle migliori prassi di contrasto alla radicalizzazione ponendo attenzione proprio a questi due soggetti. L'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter) ha presentato questa estate un progetto per le scuole di Torino al fine di attivare corsi di cittadinanza attiva per educare alla cultura del dialogo e della non violenza. Alla luce di quello che è successo ieri è veramente inspiegabile che manchi una risposta interessata da parte degli insegnanti e delle scuole.

La violenza politica non può essere oggi una materia tabù.
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