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SOCIETA'
La percezione sociale delle vittime del terrorismo
15 marzo 2018
SOCIETA'
L'uscita dal terrorismo italiano e la cultura cattolica
12 ottobre 2014
Il saggio della ricercatrice fiorentina Monica Galfré, La guerra è finita. L'italia e l'uscita dal terrorismo 1980-1987, Laterza, 2014, ricostruisce il lungo percorso con il quale l’Italia si è lasciata alle spalle la terribile stagione di sangue del terrorismo.
Il sistema carcerario, e, soprattutto, la cosiddetta legislazione premiale, sono in vero stati a lungo studiati sia in Italia che all'estero, in quanto il caso Italiano è considerato un importante case-study di exit strategy dal terrorismo. Ma il tormentato cammino verso la normalizzazione è qui osservato attraverso il dibattito tra i vari attori dell'epoca, e quanto viene maggiormente approfondito è il fenomeno delle aree omogenee e della dissociazione.
In particolare le fonti più interessanti, che si aggiungono a quelle tradizionali costitute da giornali, testimonianze, atti parlamentari e studi pregressi, sono quelle di alcuni archivi. Della decina elencata in apertura del saggio, segnalo soprattutto quelli di Ernesto Balducci e di Mario Gozzini. Attori, l'uno sociale, l'altro politico, afferenti entrambi al mondo cattolico interessato al processo di pacificazione e alla salvezza, anche politica, dei militanti: quelle migliaia di giovani che attraversata l'esperienza eversiva stavano pagando in carcere le loro responsabilità più o meno gravi, in condizione di regime emergenziale.
Le carenze e le incertezze della politica e il conseguente ruolo supplente giocato dalla magistratura e dalla Chiesa con le sue associazioni cattoliche (dalla Caritas al Gruppo Abele, dalla Corsia dei Servi alle Edizioni Cultura della Pace), sono i tratti più interessanti del testo della Galfré. Grazie ai due archivi sopra citati però, il tratto con maggiore originalità è proprio la dinamica interna al mondo cattolico di fronte alla gestione degli ex terroristi nel post emergenza.
Se infatti lo scontro politica-magistratura, seppur grave, è  riconducibile in seno a dinamiche ed equilibri tra istituzioni dello Stato, il dibattito interno al mondo cattolico esprime un interessante divisione tra cattolici delle istituzioni (Gozzini) e cattolici dei movimenti (Balducci). Una divisione tra chi ha senso dello Stato e chi si pone fuori e contro di esso: tra un cattolico liberale e un cattolico postconciliare con simpatie verso teologie della liberazione. Quella di Balcucci è infatti una visione dello Stato che coltiva la visione cospiratrice dei mali del paese traendo linfa dalla Commissione parlamenta presieduta da Tina Anselmi sulla P2; che giustifica lo scontro contro lo Stato in nome, per usare la dicotomia di Max Weber, dell'etica della convinzione; e che giunge, diciamo biblicamente, ad interessarsi esclusivamente di Caino.

Già e Abele, ovvero le vittime del terrorismo?
Oltre alle preoccupazioni espresse da Gozzini, vero ponte tra mondo cattolico e Parlamento, ed espressione dell'etica della responsabilità che accusò Balducci di "giustificare il terrorismo come "apoligia del"tirannicidio sacro""; nell'introduzione l'Autrice si premura di scrivere che: "quanto al processo di riconciliazione, sono oggi in molti a rilevare - anche al di là delle polemiche pubbliche - la marginalità del ruolo attribuito alle vittime, a riprova di una mancata assunzione di responsabilità da parte delle istituzione." Il riferimento in nota è al testo di Luigi Manconi, Terroristi italiani, e soprattutto, per il carattere scientifico, a quello dei professori inglesi Anna Cento Bull e Philip Cooke di Ending Terrorism in Italy (qui recensito).

Forse questo ultimo testo, sarebbe stato utile che fosse stato più ponderato da parte dell'Autrice, per almeno un paio di motivi.
Il primo per una rilevante chiarezza concettuale. L'Autrice infatti usa alternativamente ed indifferentemente i temi di 'pacificazione' e di 'riconciliazione'. Mentre il primo soffre solo di genericità, il secondo è inesatto. Il testo inglese di Anna Cento Bull e Philip Cooke si prende cura di distinguere, fornendo ampia letteratura, tra processo di 'conciliazione' e quello di 'riconciliazione': il primo è tra due attori (stato e esecutori del crimine) il secondo è tra tre attori (Stato, esecutori del crimine e vittime del crimine).
Avendo l'Autrice convenuto che il ruolo delle vittime in quella fase storica è stato escluso, se non nella versione perdonista, quella cioè di chi ha espresso il proprio perdono ai carnefici, avrebbe dovuto sempre utilizzare il termine 'conciliazione'. Il punto è che forse l'arroganza e la misericordia cattolica si è permessa di sostituirsi ai sentimenti delle vittime, verso i quali, ad esclusione di chi perdonava, si temeva una 'pagana' volontà vendicatrice. Il quadro è ben delineato in queste righe: "le sofferenze e i diritti delle vittime apparivano sen'altro schiacciati su quegli altissimi esempi morali e cristiani di perdono concessi spontaneamente e a titolo gratuito da alcune famiglie cattoliche" (Giovanni Bachelet, Maria FIda Moro, Gabriella Tagliercio, Stella Tobagi, Publio Fiori).
Nel caso Italiano se proprio si volesse parlare di riconciliazione questa è avvenuta scambiando uno dei tre attori, nel senso che la Chiesa, ovvero la sua cultura, si è sostituita alle vittime, che sono state lasciate da tutti (Stato e Chiesa) al loro destino, che è poi stato quello di auto-organizzarsi proprio in quegli anni.

Il secondo motivo di sottovalutazione del testo inglese, Ending Terrorism in Italy, riguardo proprio questo malinteso.
L'Autrice, cita solo due casi di vittime non 'perdoniste', Carol Beebe Tarantelli e Sergio Lenci. Le cita però solo per sottolineare l'incomunicabilità tra vittime e carnefici, se il rapporto si pone su un piano dialettico e non metafisico. Perde invece l'occasione di controllare il carattere vendicativo loro attribuito dalla cultura cattolica e di segnalare che in quegli stessi anni stavano costituendosi in associazione e promuovendo propri convegni, come a Torino nel 1986.
Se avesse letto le interviste alle associazione delle vittime, contenute in Ending Terrorism in Italy, o avesse gettato un'occhiata ai loro siti web, Monica Galfrè si sarebbe accorta che la posizione delle vittime è sempre stata di assoluto rispetto dello stato di diritto: la loro sete di verità e giustizia non si è mai caricata di vendetta. Protestare contro provvedimenti di amnistia, grazia o indulto quando si è stati esclusi dal processo di pacificazione è scelta politica appena legittima, che chiede e chiedeva conto delle ambiguità dello Stato e di quelle due culture, la marxista e la cattolica, sulle quali si erano radicalizzati migliaia di giovani tra la scarsa consapevolezza, o la cinica ipocrisia, politica dei due partiti dominanti degli anni '70: il PCI e la DC.

In verità, stendere l'oblio sulla stagione del terrorismo era il fine primario, per alcuni, e secondario, per altri, rispetto al recupero degli ex terroristi. Gli unici che potevano rompere l'incantesimo dell'oblio erano le vittime. Dopo venti anni di battaglie ci sono riuscite, anche grazia alla collaborazione tra le vititme dell'eversione rossa e quelle delle stragi nere che porterà al varo della legge n. 206 del 2004 e all'introduzione di un Giorno della Memoria nel 2007.
Questo l'autrice non lo dice, preferisce chiudere il suo lavoro con un quadretto sentimentale ed idilliaco di pacificazione che ha luogo sulle lievi colline fiorentine tra circensi attività dai tratti felliniani  e ruvidi tratti dei volti di ex militanti… perché non si possono chiamare ex terroristi: è stata una guerra civile contro un Stato corrotto, con una economia in crisi, con un sistema scolastico inadeguato e uno carcerario incivile.
Se fosse stato così, chissà cosa dovremmo vedere oggi!
politica interna
Popper, il PD e il caso Moro
21 settembre 2014
PD -Aldo MoroVenerdì scorso si è svolto anche a Torino l’incontro “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro. Il racconto del presidente DC rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse attraverso la lettura dei documenti di Stato”. Nel programma sono previste le partecipazioni di Fabrizio Morri, Davide Gariglio, Antonio Boccuzzi, Luciano Violante, Piero Fassino, Sergio Chiamparino e Gero Grassi. Ma sindaco e governatore non si fanno vedere e, al posto di Violante, in trepidante attesa a Roma, si presenta l'ex Procuratore Capo di Torino, Caselli.
Il vero promotore dell'iniziativa è il vice presidente del gruppo del PD che sta girando l'Italia con un format ed una idea fissa: una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. Idea arenata in Parlamento e che il format portato in giro di città in città dal parlamentare pugliese dovrebbe spalleggiare.
La carriera politica di Gero Grasso è tipica: consigliere comunale, funzionario in regione, immancabile qualifica di giornalista, in seno al corso DC-PPI-Margherita-PD e con classico trascorso anche nel sociale cattolico: le ACLI.

Il format, come recita la locandina che si ripete in ogni sede, è un racconto. Gero Grasso si presenta al pubblico con un pacchetto di bigliettini sui quali sono trascritte  brani tratti dai "documenti di Stato", cioè quelli delle precedenti Commissioni parlamentari che si sono succedute nei passati decenni, che vengono letti in una narrazione che non ha alcun filo logico, se non l'intento di impressionare procedendo per giustapposizioni di dichiarazioni e testimonianze atte ad enfatizzare la dimensione cospiratoria, misteriosa e complottistica delle vicenda del rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. P2, Licio Gelli, CIA, KGB, Mossad, Dalla Chiesa, Andreotti, carabinieri, terroristi, politici e agenti segreti: una sfilza di dichiarazioni per comporre un quadro a tinte fosche dal quale giustificare la nuova Commissione parlamentare. Per "far luce".

Non è che non restino aspetti anche rilevanti da chiarire, sul caso Moro e non solo su quello, ma anche in relazione a tutto il periodo del terrorismo e delle stragi. Ma è altresì evidente si tratta di una proposta priva di ogni seria prospettiva politica, storica e culturale. Anche il governo desecretasse altri atti relativi al caso Moro, l'approccio politico proposto è veramente privo di ogni sensatezza.

Verrebbe infatti da ricordare quanto scritto da Giovanni Moro nel suo Anni Settanta, ma per precisione preferisco utilizzare il recente libro, Il terrorismo italiano, qui recensito, sulla storia del dibattito sul terrorismo italiano che sottolinea come, non solo la letteratura scientifica, ma anche e sopratutto quella vastissima non-scientifica, cioè proprio quella promossa da politici e giornalisti, è stata pervasa dalle opposte visioni complottistica e anti-complottistica. L'autore, Giovanni Mario Ceci, spende giustamente il nome di K. R. Popper che ne  La società aperta e i suoi nemici, spiega bene i limiti delle teorie cospirative.

"Illustrerò brevemente una teoria che è largamente condivisa, ma che presuppone quello che considero precisamente il contrario del vero fine delle scienze sociali: quella che chiamo «la teoria cospiratoria della società». Essa consiste nella convinzione che la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev’essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo. Questa concezione dei fini delle scienze sociali deriva, naturalmente, dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti. [...] Nelle sue forme moderne esso è [...] il tipico risultato della secolarizzazione di una superstizione religiosa. [...] La credenza negli dèi omerici le cui cospirazioni spiegano la storia della guerra di Troia è morta. Gli dèi sono stati abbandonati. Ma il loro posto è occupato da uomini o gruppi potenti – sinistri gruppi di pressione la cui perversità è responsabile di tutti i mali di cui soffriamo – come i famosi savi di Sion, o i monopolisti, o i capitalisti o gli imperialisti."

Non stupisce che un autore, e la sua cultura liberale, come Popper, sia ancora oggi sconosciuto nel'Italia partitica erede di DC e PCI.
Auguriamoci, dunque, che il governo Renzi continui la sua politica di trasparenza liberando atti e documenti secretati, ma il lavoro di ricerca e di ricostruzione storica sia lasciato in mano alla nuova generazione di studiosi che con gli anni di piombo non hanno più legami e interessi di sorta. I quali, soprattutto, usano fonti e metodologie "per far luce", che sono ormai, e per fortuna, anni luce di distanza dall'approccio partigiano del Parlamento.


arte
Arte e società: Sgarbi e la Faranda
29 novembre 2011


E’ noto che l’arte contemporanea, o “tardo moderna” per qualcuno, o “post moderna” per qualcun altro, non si fonda sul giudizio dell’opera d’arte ma sulla soggettività dell’artista che l’ha eseguita/prodotta/allestita. Il sacro nell’arte risiede oggi nell’individualità, unicità di chi la produce e che solo successivamente si traduce nell’opera. L’iter è semplice. Un volta che la critica ufficiale definisce una persona, come artista, in quel momento le sue opere, dal nulla che erano, diventano artistiche.

Capita così che le fotografie della ex terrorista Adriana Faranda, militante delle Brigate rosse che partecipò al sequestro di Aldo Moro, una volta che il critico Vittorio Sgarbi le promuove inserendole tre le opere di 600 artisti della mostra che si terrà a Torino Esposizioni dal 19 dicembre al 31 gennaio, a ideale conclusione della Biennale di Venezia, ecco che la Faranda diventa da ex terrorista, artista.

Il miracolo alchemico si compie in un breve frasetta: Ecco le parole del noto critico:

…la includo perché è una ex terrorista o la escludo perché è una ex terrorista? Niente di tutto questo. La includo perché, come artista, è al di sopra della soglia dell'esistenza”.

Il trucco semantico è in tutto in quel “come artista”.

Come artista si eleva al di sopra di tutto. Un po’ come è capitato a Cesare Battisti nelle Ville lumiere: se è un romanziere, è prima un artista: status che assolve tutte le responsabilità precedenti. Lo status "sacro" di artista determina insomma un risultato analogo a quello che dell’indulgenza di Sacra Romana Chiesa.

In questo caso la dote artistica di ergersi “al di sopra della soglia dell'esistenza” attribuita da Sgarbi alla Faranda assume una sfumatura assai macabra, visto che il soggetto in questione ha contribuito a porre altri, diciamo, al di sotto della loro soglia di esistenza... loro malgrado!

Le carriere all’ombra del sangue degli anni di piombo continano e si moltiplicano scintillanti sotte le luci della ribalta di una società che continua a rifiutare di fare i conti con sua storia. Così loro, i barbari, che hanno dato morte ieri, pagando scandaloso pegno, hanno vinto e umiliato le loro vittime per l’ennesima volta, tra il generale disinteresse della società civile, o, come si chiamava una volta, della pubblica opinione.
POLITICA
Napolitano, Pertini e la lotta al terrorismo
3 settembre 2011

Nella polemica sul caso Battisti, il Presidente Napolitano nella lettera di ringraziamento all’ex giudice istruttore di Milano Giuliano Turone, che gli aveva spedito il suo libro «Il caso Battisti» appena uscito per Garzanti, ha aggiunto  un tassello cruciale per sgombrare i tanti equivoci sul terrorismo italiano cui molto ha contribuito la gauche caviar francese, ma non solo: «L’Italia condusse quella lotta nella piena osservanza delle regole di uno stato di diritto». Si tratta di indiretta risposta all'accusa giunta dall'ultima intervista brasiliana dell'ex leader dei PAC: "Non posso pentirmi di ciò che non ho commesso. Mi accusano di omicidi i cui responsabili sono stati arrestati e torturati"


Si ripete, così, qualcosa di analogo a quando iniziò il processo agli agenti nei Nocs, coinvolti nella liberazione del generale della Nato James Lee Dozier (27 gennaio 1983), sequestrato dalla Brigate Rosse il 17 dicembre del 1982, accusati di aver aver poi seviziato alcuni terroristi. Il Presidente Sandro Pertini, parlando come presidente del Csm, disse : "Torna a onore dei magistrati italiani che da noi non è successo quanto è accaduto in altri Paesi. L'Italia è un esempio grande perché noi abbiamo combattuto il terrorismo usando la legge e la democrazia. La requisitoria del pubblico ministero del processo che è in corso a Padova contro gli agenti dei Nocs è una requisitoria nobilissima perché lascia intendere che quella requisitoria gli costava moltissimo dal momento che doveva giudicare gli uomini che avevano liberato Dozier, i quali - dopo - avevano violato la legge. Di fronte a questo, la magistratura non ha esitato ed è questo un atto di estrema giustizia. Mi chiedo qual è la Nazione capace di dare un simile esempio?". 

Per la precisione, la sconfitta del terrorismo è passata per le maglie della legislazione premiale. Una legislazione, quindi, come sostenuto da Napolitano e Pertini, "nello stato di diritto" e "usando la legge e la democrazia".

Una legislazione premiale, però, la cosiddetta legge sui pentiti, così commentata nel 1982 da Leonardo Sciascia: “Mi pare che il Parlamento, votando questa legge, si metta sotto i piedi sia i principi morali, sia il diritto”.

Una legislazione premiale che, ha insinuato l'ex Br Franceschini, nasceva dalla necessità di fornire una via di fuga agli infiltrati dallo Stato nelle organizzazioni terroristiche.

Una legislazione premiale che, forse, travalicava i confini stessi dei termini della legge specifica per estendersi alle necessità della ragion di Stato, come quando è stato permesso a Giuliana Conforto di passare indenne dai processi anche se trovarono in casa sua la pistola Skorpion che aveva ucciso Aldo Moro, per citare un solo caso (ben ricostruito da Miguel Gotor nel 'Memoriale della Repubblica', pagg. 413-414).


Un lotta, quella al terrorismo, che si può ammettere, quasi per sua natura, non possa che risiedere sopra un incerto crinale tra stato di diritto e mezzi, se non illegali, almeno non trasparenti, dettati da ragion di Stato, cioè ragioni di sicurezza nazionale. Un crinale tale, in ogni caso, da rendere sempre assai incerto per i familiari delle vittime del terrorismo conoscere il motivo della morte dei loro cari. Ponendo interrogativi che certo non riguardano solo le vittime, ma tutta la cosiddetta società civile. (Se ce ne fosse una in Italia!).


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