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C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
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Il rapporto della sinistra con la violenza dagli anni di piombo a oggi
2 novembre 2014
Non si può recensire il libro di Luigi Manconi del 2008, Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale 1970-2008, senza sottrarsi alla lettura di un altro saggio breve che viene ripreso nel secondo capitolo del libro a proprosito del mito della "perdita dell'innocenza" a seguito della Strage di Piazza Fontana. Si tratta del testo di Anna Bravo, Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci, pubblicato pochi anni prima, nel 2004, sulla rivista di studi storici Genesis, qui reperibile.
Siamo di fronte a due testi frutto dell'elaborazione di due studiosi che hanno in comune la passata militanza in Lotta Continua, che sono quindi coinvolti soggettivamente in ciò su cui riflettono, ma che si connotano entrambi come primi seri tentativi di critica, certo anche auto-analisi e auto-critica, che rappresentano un salto netto qualitativo rispetto alla precedente cospicua mole di letteratura di e su quell'area politica: tanto quella prodotta da altri ex militanti (da Sofri a De Luca) sia dei tentativi di analisi esterni come quella di Aldo Cazzullo.


PARTE PRIMA

Entrambi gli Autori fanno i conti per la prima volta "con il rapporto irrisolto con la violenza. Non la violenza che lo stato e i gruppi neofascisti hanno rovesciato sui movimenti, non la violenza esercitata contro il corpo delle donne, ma quella di cui in vario grado portiamo una responsabilità per averla agita, tollerata, misconosciuta, giustificata – una questione che è rimasta fuori o ai margini estremi della ricerca storica e della riflessione politica." Anna Bravo si chiede perché negli anni Settanta sia mancato un pensiero originale sulla questione- violenza, perché il '68 non abbia avuto uno sbocco non violento: "sarebbe bastato guardarsi intorno per incontrare teorie e pratiche altre da quelle del marxismo ortodosso o critico, per scoprire le opere di Gandhi, Thoreau, del nostro Capitini, la disobbedienza dei radicali, e La banalità del male di Hannah Arendt, dove si racconta come in Danimarca migliaia di persone, in genere senza alcuna esperienza di clandestinità, si fossero mobilitate, nel 1943, per traghettare in Svezia i loro concittadini ebrei, facendo meglio e di più di qualsiasi organizzazione armata." Invece quello che è capito è ben descritto in questo passo: "Sarebbe futile dirottare ogni responsabilità sulla tradizione rivoluzionaria, marxista, comunista, della violenza, su quegli intellettuali maturi e autorevoli che condividevano le aspettative palingenetiche, su quell’unico partigiano che dichiarava in interventi pubblici di aver consegnato dopo la liberazione soltanto i “ferrivecchi”. Ci siamo scelti determinati maestri e compagni di strada (e per alcuni di loro i movimenti sono stati a loro volta maestri) perché ci riconoscevamo profondamente nell’ideologia della violenza riformatrice, fatta uomo nella figura del partigiano, del combattente di Spagna, del comunardo, del ribelle risorgimentale, del cittadino in armi della rivoluzione francese - un condensato di combattentismo maschile vissuto come cifra naturale della lotta.".

La tesi giustificazionista della scelta violenta della "fine dell’innocenza" dopo la strage di Piazza Fontana, con la morte di Pinelli e l'accusa agli anarchici, scrive Anna Bravo che "è una verità parziale". La teoria dell'innocenza di chi reagisce violentemente all'ingiustizia della stage "di Stato", quella del “tutti colpevoli” per l'omicidio Calabresi, che può facilmente rovesciarsi in “nessun colpevole”, sono "costruzione in cui l’idealizzazione nostalgica e il desiderio di preservare un’autoimmagine positiva sono tenuti insieme da qualche vuoto di memoria."
Posizione analoga a quella di Luigi Manconi che della Stage di Piazza Fontana parla in termini di fattore di "accelerazione", di "precipitazione" verso l'uso della violenza: un "mito delle origini" quello dell'innocenza che nasconde in vero un'ovvietà: che negli anni Settanta sia mancato "Un pensiero originale sulla questione-violenza", scrive Manconi citando la Bravo.

Il discorso è sviluppato da Manconi nei capitoli successivi, come quello sul ruolo del mito resistenziale e successivo, nei quali al fine di marcare l'ipotesi del suo lavoro di una continuità tra primo e secondo terrorismo (cioè tra le varie fasi di evoluzione della Br tra il 1970 al 2007), giunge a denunciare precisamente il "punto dolente": l'interdizione all'uso delle violenza offensiva e rivoluzionaria non è solo mancato negli anni Settanta, ma "nemmeno successivamente è stato elaborato: lo si è dato per implicito e scontato (all'interno del PCI, ad esempio); è stato affrontato negli anni più recenti da Rifondazione comunista; e, per quanto riguarda i "nuovi movimenti", soltanto in alcuni (penso a Lilliput) la problematica risulta centrale e qualificante. In altre parole, si può dire che non esista nelle culture cui fanno riferimenti i movimenti sociali, che qui considero, un'adeguata interdizione culturale e morale nei confronti del ricorso all'illegalità e allo stesso esercizio della violenza. Non esiste, direi, una interdizione assoluta, un veto inappellabile, un vero e proprio tabù."
La legittimazione morale del ricorso alla "violenza giusta" è invece stata alimentata da "alcune importanti tradizioni politiche e culturali (da quella di ascendenza marxista a quella di ascendenza cattolica). Anna Bravo vi aggiunge una ascendenza antropologica "maschilista", cui il mondo femminista negli anni Settanta aveva cercato di porre qualche distinguo più che argine.

Certamente ci sono ancora dei limiti in queste due, come nelle altre analisi degli ex militanti, che lo stesso Manconi denuncia: costituiscono "un sistema complesso di "spiegazioni e "giustificazioni": e combinano variamente continuità e discontinuità, memoria di ieri e percezione di oggi". Ai quale si aggiungono i vuoti di memoria, di cui parla la Bravo.

Credo che, al di là del loro oggettivo valore, in queste due (auto) analisi manchi anche solo un accenno ad una ipotesi direi assolutamente legittima: se non fosse scoppiato il caso Sofri-Calabresi, con l'auto denuncia di Leonardo Marino nel 1987, avremmo avuto lo sviluppo di queste riflessione in seno a LC?
Inoltre, l'alto livello di coesione di gruppo di Lotta Continua, anche dopo la lettura di questi due testi, non toglie l'impressione di un'aura di omertà persistente che aleggia ancora intorno ai fatti di cui LC fu responsabile e che fatica ancora a distinguerne e denunciarne responsabilità individuali. Per dirla con Primo Levi, manca loro un certa autoconsapevolezza di essere esponenti di una "zona grigia" di sopravvissuti come “peggiori”.
E poi sempre assai sorprendente quando si parla di mancata cultura della non violenza, che due intellettuali, ancora riescano ad omettere la figura di Albert Camus da quel panorama di alternativa possibile in cui Anna Brava trova il posto per Rudi Dutschke, Jan Palach, Gandhi, Thoreau, Capitini, Hanna Arendt e Simone Weil. (Camus, dunque, questo sconosciuto al sessantotto, cui anche Goffredo Fofi e Paolo Flores D'arcais non sono riusciti evidentemente a trarre alcun beneficio in termini di riflessione sull'uso delle violenza politica. L'uomo in rivolta, gli articoli sulla stampa relativi alla terrorismo algerino, paiono ancora intellegibili agli ex giovani dei movimenti)

PARTE SECONDA

Il contributo dei due testi riserva però anche altri spunti positivi ed interessanti: quelli relativi alle vittime del terrorismo e delle violenza politica.

"Anche se non si può separare il terrorismo dal clima di quegli anni, mi pare che alla parola dei suoi esponenti, donne e uomini, vada dato uno spazio a sé; sapere di aver ucciso è una condizione fronteggiabile solo con un salto di coscienza che parta dal dolore per l’irreparabile che si è commesso. Ne ho trovate poche tracce nei loro scritti e interviste, dove la coscienza della responsabilità è soffocata dall’enfasi sulla dimensione soggettiva e sulla nuova persona che ormai si è, dall’insistenza sul contesto di allora e sugli errori di analisi politica, più che sui crimini che ne sono derivati. Le vittime stanno fuori o sullo sfondo…", scrive Anna Bravo.
Luigi Manconi va molto oltre.
Già in premessa scrive: "trattare del terrorismo senza considerare il punto di vista delle vittime è operazione non solo parziale ma, probabilmente, fallace." Il suo libro vuole infatti trattare il fenomeno terrorismo che "va analizzato non solo dalla parte dei suoi attori precedente, attuali e potenziali, ma - contemporaneamente - dalla parte del sistema politico e delle vita sociale e dalla parte delle vittime."
Nel definire la stagione del terrorismo rosso, "una ferita che - lungi dal rimarginarsi - ha rischiato piuttosto di incancrenirsi (..) per la scia lunga e dolente di sofferenze", l'Autore precisa che "Appartengono a quella scia, innanzitutto, la schiera delle vittime e dei familiari delle vittime; e vi appartengono anche, su un altro piano, le vite spezzate degli "ex combattenti"." Sottolineo la precisazione, "su un altro livello", visto che frange di ex terroristi tendono a considere vittime solo loro stessi ancora oggi.
L'Autore precisa che utilizza il termine "combattenti", non perché in Italia ci sia stata una guerra o una rivoluzione, ma quella che definisce "una guerra civile simulata", per Manconi sinonimo di una lacerazione profonda del "patto sociale", che in quanto fatto non esclusivamente criminale, avrebbe richiesto da parte delle istituzioni dello Stato, pur senza fornire ai brigasti alcun riconoscimento politico sul piano giuridico, almeno una capacità di risposta che non si limitasse alla repressione giudiziaria. Una risposta dello Stato che fornisse loro un valore politico e sociale per agevolare una relazione con i terroristi in grado di essere più flessibile in occasione come quella del rapimento Moro, e soprattutto di affrontare l'uscita dagli anni di piombo con "una grande opera di "riconciliazione" che, nel nostro paese, invece non fu né realizzata né tentata.(…) A metà degli anni Ottanta (…) lo scampato pericolo e il conseguente sollievo determinano rimozione. Si crea un autentico buco nero, nel quale precipita un'intera fase storica, con i sui lutti e con le sue domande senza risposta." Il retaggio di quella fase è descritto dall'Autore, come "pesante, "resistente", in cui il dolore dei familiari delle vittime resta inchiodato dallo scarto tra l'aver subito un lutto "per ideologia" e la misura della pena inflitta al responsabile. Le vittime e i loro familiari sono quindi "immobilizzati in quel dolore, al quale non è stato dato alcun rilievo pubblico - alcuna funzione di testimonianza civile e di monito morale - se non nel momento delle esequie." Lasciandole nella "solitudine privata e la smemoratezza pubblica".
Il caso del libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, è considerato dall'Autore un caso raro di riconciliazione, "che opera positivamente per tutelare la memoria dei propri cari", al contrario dello Stato che non ha voluto "voltare pagina", ha preferito "il ritorno ad una normalità di superficie"."E' successo così che, periodicamente, una ferita non ancora rimarginata abbia ripreso a sanguinare" e ogni volta "le passioni sembrano avere la meglio sui tentativi di ricostruzione storica, si analisi sociologica, di mediazione e di ricomposizione politica". Una vera e propria reticenza "verso una discussione aperta", è la cifra che ha contraddistinto l'atteggiamento verso la questione del terrorismo: "tema critico e nervo scoperto di alcune tradizioni politiche e culturali, o di loro importanti componenti".
Conclude Manconi: "Insomma, la mancata riflessione ed elaborazione a proposito della "violenza rivoluzionaria" e della "violenza reazionaria" si sono alimentate, e continuano ad alimentarsi reciprocamente" privando il paese di una vera "pacificazione, che da una parte restituisca i "prigionieri"e dall'altra, "ancor prima", riconosca alle vittime il ruolo politico, morale, istituzionale e simbolico loro dovuto. Quello delle vittime, Manconi è assai chiaro, è stata una questione di "mancato spazio pubblico", cui solo nel 2004 è apparsa una prima controtendenza costituita dall'approvazione della legge n.206, precisa l'Autore. Le vittime "Nella memoria di quella "tragedia nazionale" sono - avrebbero dovuto essere, potrebbero ancora essere - anche altro (che semplice "parte lesa"): ovvero i soggetti che, in quanto più crudelmente feriti, più sarebbero in grado di contribuire a sanare quella stessa ferita".
L'Autore è consapevole che il tempo per "fare come il Sudafrica" sono scaduti, e pur con tutti i distinguo del caso italiano, giunge a proporre un "progetto verità", per perseguire una "riconciliazione" che giustamente precisa "non chiede di necessità - come esito inevitabile né, tanto meno, come condizione preliminare - la concessione del "perdono"."
Un progetto di commissione parlamentare di studio e di alto livello che raccolga le storie dei vari attori di quelle vicende, in seno al quale dare alle vittime un ruolo pubblico "altissimo e determinante".
In questo modo: "Le vittime e i familiari delle vittime, dunque, come protagonisti di quell'opera di ricostruzione storico-politica, di cui rappresenterebbero l'elemento cruciale e ineludibile, il "fattore umano" non cancellabile. Da ciò potrebbe discendere una intensa funzione pedagogica, un forte ruolo testimoniale, un denso significato di ammonimento: e la continuità non dimettibile di un messaggio della memoria".
Questa proposta per Manconi è fondamentale anche in prospettiva futura: il suo libro infatti traccia la continuità tra vecchie, nuove e nuovissime Brigate Rosse, giungendo a considerare anche possibili alleanze con il terrorismo jihadista.
Fare chiarezza sull'uso della violenza e chiudere i conti con l'uso che ne è stato fatto negli anni di piombo è quindi un prerequisito per la sua conclusione: non sarà possibile bandire completamente il terrorismo, ma "ridurlo a un ferrovecchio - che può fare assai male, come tutte le lame arrugginite - è possibile".

E' interessante aggiungere a proposito del ruolo testimoniale e pacificatore delle vittime, la nota di Anna Bravo sulla loro qualità narrativa. In una intervista dello stesso anno alla rivista Lo Staniero, sottolinea:
"Quello che mi indigna è il fascino che i reduci del terrorismo sembrano esercitare sui media. Su di loro si scrivono libri, si fanno film, si pubblicano loro interviste. E sono per lo più povere cose, parole di aspiranti caporali. Sulle vittime invece, quasi silenzio. Eppure sono molto più “interessanti” Guido Rossa, Bachelet, Casalegno che non i loro assassini – dico interessanti proprio nel senso di narrativamente ricchi, non nel senso di umanamente nobili. Credo che in nessun altro periodo si sia dato tanto spazio ai “cattivi” e così poco alle loro vittime."

Quasi un decennio separa l'oggi da questi due testi. Nel frattempo molte vittime, in particolare figli e figlie delle vittime, hanno scritto e testimoniato; la memoria pubblica delle vittime ha guadagnato spazi pubblici nelle targhe in ricordo dei caduti in molte città, e le associazioni delle vittime hanno da tempo iniziato la loro opera pedagogica nella scuola. Manconi stesso ricorda l'istituzione del Giorno delle Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, nel 2008, che ogni anno il 9 maggio viene celebrato ad alto livello istituzionale. Tutto ancora con molti limiti, difficoltà e frizioni, retaggio di quanto descritto bene da Manconi. Da allora, però, il dato più importante che è emerso, come ho già avuto modo di sottolineare altrove, è quello che l'analisi dei terrorismi italiani sia diventato oggetto di ricerca delle nuove generazioni, prive di conoscenza diretta e soggettiva dei fatti. Questo distacco è la garanzia migliore per la memoria delle vittime e la qualità storiografica o sociologica degli studi in materia.
CULTURA
Luci ed ombre nel dibattito sul terrorismo italiano
7 settembre 2014
Giovanni Mario Ceci. Il terrorismo italiano. Storia di un dibattito. Carocci editore, 2014.


Premessa
Sono in autostrada diretto all'aereoporto di Malpensa per volare in Danimarca, alla radio, su RADIO3, sento la presentazione di un libro fresco di stampa con l'intervista al suo autore che dice più o meno: "non ci crederà ma uno dei filoni di ricerca più promettenti è quello delle memorie dei familiari delle vittime del terrorismo". Attivo la mia attenzione e mi registro il nome: Giovanni Mario Ceci e il titolo del suo libro che ricostruisce e presenta il trentennale dibattito accademico sul terrorismo italiano nell'ambito delle scienze storico-sociali. Ad Aahrus mi accolgono i professori Anna Cento Bull e Lorenzo Cecchini per due giorni di lavori presso la locale università e subito racconto loro della trasmissione chiedendo se avessero notizie di questo nuova pubblicazione. Anna mi risponde di aver ricevuto una email dall'autore che le scrive di aver dato ampio risalto al suo lavoro.
In effetti nelle pagine finali del penultimo capitolo sul dibattito recente a proposito dei "tentativi di elaborare categorie concettuali in grado di fornire un'interpretazione complessiva delle stagione terroristica" si possono leggere due nomi: "Autori di queste riflessioni sono soprattutto due dei più acuti interpreti degli ultimi anni della recente storia nazionale, Anna Cento Bull e Marc Lazar".
Purtroppo però l'Autore si è perso l'ultimo lavoro di Anna Cento Bull, "Ending Terrorism in Italy", uscito presumibilmente quando aveva già terminato la sua ricerca. Un vero peccato perché avrebbe potuto chiarire meglio alcuni prospettive sul futuro degli studi che nel capitolo sulle considerazioni finali restano appena delineate e in un paio di casi, omesse.

Andando per punti, faccio seguire le mie considerazioni da questa mia particolare postazione che da una parte mi ha portato a collaborare da 15 anni con l'Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter) e da tra 3 a con la rete RAN della DG Home della Commissione Europea sui temi della radicalizzazione violenta, e dall'altra mi riconduce agli studi di storia con Franco Venturi, di anni assai più lontani.

Dibattito accademico e dibattito pubblico.
Ero interdetto dal sottotitolo. Mi domandavo, ma quale dibattito? In vero, il termine dibattito è inteso dall'Autore, ed in ambito accademico, come quello 'virtuale' tra libri scientifici: l'eredità e le critiche che ogni studioso porta rispetto a quelli che lo hanno preceduto. L'Autore stesso parla di un ricco "dibattito propriamente scientifico sul terrorismo italiano", ma osserva: "tuttavia, sino ad oggi, esso è stato quasi del tutto ignorato e mai riconosciuto".
Un filone di ricerca che aggiungerei è, allora, proprio quello di analizzare il rapporto tra dibattito accademico e quello pubblico a livello di quotidiani e media. In questi ultimi trenta anni l'attenzione dei media è sempre stata essenzialmente verso quelle pubblicazioni non scientifiche: dalla "memorialistica armata" degli ex terroristi alla saggistica dietrologica incentrata su teorie del complotto. Gli inserti letterari al massimo hanno recensito romanzi sugli anni di piombo. Anche quando hanno recensito saggi non mi risulta si siano mai sviluppati dibattiti e polemiche. Vige ancora un clima ipocrita per cui tutti meritano una recensione, ma il diritto di replica e polemica, in ambito appunto accademico, è questione dalla quale direttori di giornali e responsabili culturali si tengono alla larga.
In epoca di internet le cose sono cambiate, ma solo in apparenza: qualche polemiche può nascere on line in rete, ma l'eco non approda sui media tradizionali.
Il caso più recente riguarda Alessandro Orsini, ricercatore nella nuova generazione citato dall'Autore per la sua monografia sulle BR, e che ho invitato più volte ad iniziative di Aiviter e della RAN, il quale è stato violentemente attaccato utilizzando però una sua più recente pubblicazione su Gramsci e Turati. La polemica si è scatena on line, ma quando due recensione sono apparsa, una positiva su "la Repubblica" a firma di Roberto Saviano, l'altra negativa da parte dell'esponente delle vecchia generazione sessantottina, Angelo d'Orsi, su "La Stampa", nessuna replica è seguita, se non il silenzio. (Si veda in merito i precedenti post su questo blog )

Deficit storici e studiosi embedded.
Avendo scritto tre anni e mezzo fa un post intitolato, in modo un po' avventato, "L’accademia italiana di fronte agli anni di piombo",  la lettura del libro di Giovanni Mario Ceci mi ha fornito alcune (s)consolanti conferme. Infatti nonostante il profluvio di pubblicazioni sul fenomeno terroristico italiano, l'Autore rimarca il fatto che gli storici hanno avuto nel dibatto "un ruolo decisamente minore", come del resto anche a livello internazionale. Inoltre, molti lavori tanto storici che nelle scienze sociali, sopratutto quali realizzati 'a caldo', ma in generale quelli prodotti della generazione che vissuto i fatti di cui scrive, erano talvolta viziati da "pregiudizi legati alle culture politiche di appartenenza di ciascun studioso".
Ceci, in ambito di studi internazionali, utilizza il termine di studiosi 'embedded' quando sono sospetti di essere privi di una autonomia critica in quanto legati in maniera troppo stretta agli organi di governo (di difesa o intelligence). Per l'Italia, l'Autore è più cauto, ma si potrebbe ben parlare di studiosi embedded nella galassia delle sinistra, del PCI in moltissimi casi. Le ricerche sul terrorismo, per altro quasi tutte assai valide, del Centro studi Cattaneo furono finanziate dalla Regione Emilia Romagna. Gli studiosi dell'Università di Torino, da Tranfaglia a Bravo, erano parte del sistema PCI/CGIL e i loro lavori nascevano talvolta addirittura in seno alla "Sezioni Problemi dello Stato" del PCI prima ancora che all'Università.
Traspare abbastanza chiaramente che molte di quelle analisi, in particolare quelle 'monocausali', sono reperti oggi privi di ogni utilità interpretativa in quanto frutto avvelenato di teoremi politici a priori del fenomeno, anche se per alcuni di loro, specie la versione più complottistica della teoria del "doppio Stato", conta ancora oggi una discreta fortuna tra alcuni giovani ricercatori, epigoni della tradizione marxista.

Nel panorama degli studi italiani verrebbe quasi da tracciare una geopolitica: le ricerche italiane pare abbiano 4 punti di propagazione: Torino, Bologna, Padova e Roma. Ci sono delle peculiarità nelle ricerche sorte in ciascuno di tali centri? Lo accenno solo come ulteriore suggestione per ricerche future.

Le vittima, ovvero la storia al contrario e il ruolo rimosso.
Nell'introduzione e nelle conclusioni trovo quello che avevo ascoltato alla radio: a seguito dell'istituzione della giornata delle memoria dedicata alla vittime del terrorismo (nel 2007) "Negli ultimi anni, nel discorso pubblico si è dato in effetti sempre più spazio al punto di vista delle vittime, che rapidamente è divenuto significativamente un terreno d'elezione anche per l'editoria". E di studi su memoria, contromemoria e conflitti di memoria che prendono in oggetto sia le "politiche della memoria che il ruolo delle associazioni dei familiari delle vittime", sia "quell'insieme di libri, testimonianze, analisi della generazione i cui genitori sono stati vittime di azioni terroristiche".

Non era probabilmente compito di tale saggio sottolineare un aspetto storico che riguarda le vittime, ma siccome si configura come opposto rispetto a quello storiografico occorso alle vittime della Shoa, vale la pena introdurlo come ulteriore filone di ricerca.
Come sottolineai in un mio intervento a Bruxelles nel 2011: "Tzvetan Todorov ci ricorda che la base di ogni ricerca storica è la sistemazione curata e completa dei fatti, come il “Memoriale dei deportati ebrei” redatto in Francia da Serge Klarsfedl che documenta con estrema semplicità i nomi, i luoghi, le date di nascita. Questa attività risponde innanzitutto a una prima necessità: restituire dignità a tutte le vittime."
Il paradosso risiede nel fatto che fino al 2007 non c'è stato alcun elenco delle vittime del terrorismo; e a tutt'oggi manca un elenco esaustivo dei feriti e delle vittime italiane del terrorismo internazionale.
Se il libro di Donatella delle Porta, "Cifre crudeli", riporta i dati quantitativi fino al 1982, i nomi delle vittime individuali, i feriti e quelle dei casi di terrorismo internazionale non appaiono fino al 2001 quando tale attività ha iniziato a svolgerla Aiviter, sul suo sito internet.

Il secondo paradosso è relativo al valore pedagogico della testimonianza delle vittime. L'identità europea delle generazioni postbelliche si è formata sulle testimonianze dei sopravvissuti alla Shoa, che le hanno vaccinato - seppur non nella completa totalità -  dai virus fascisti, nazionalisti e razziali, mentre in Italia solo quest'anno si è giunti ad un protocollo tra Ministero dell'Istruzione ed associazioni delle vittime, per pianificare delle attività nelle scuole sul tema del terrorismo. In questi trent'anni solo l'iniziativa dei singoli e delle associazioni ha visto alterni e disomogenei interventi nelle scuole per portare testimonianza sui fatti e su un fenomeno assente dai programmi scolastici. Una testimonianza quella delle vittime, cui sfugge tuttora ai più, il valore di prevenzione dei processi di radicalizzazione che può svolgere se articolata con metodo e programmi bene definiti.

Questa paradossi sono figli di un fattore che si comprendono dalla lettura del saggio "Ending Terrorism in Italy", di Anna Cento Bull e Philip Cooke (Routledge, 2013) - qui recensito - nel quale viene ben delineata "la "strategia dell’amnesia" portata avanti dallo Stato Italiano". Il concetto che Ceci accenna nel suo saggio solo come "il rischio di un possibile 'oblio', se non addirittura di una vera e propria rimozione collettiva del ricordi degli "anni di piombo.", riferendosi a De Luna e Grevi, nel saggio inglese di Cento Bull viene analizzato come frutto di una strategia che dalle leggi premiali su pentiti e dissociati è proseguita in quel processo di conciliazione con i terroristi svolto nell'ombra, con l'ausilio delle Chiesa e delle organizzazioni cattoliche, lasciando le vittime prive di ruoli nell'exit strategy condotta dallo Stato. Una strategia che spiega bene le "ferite aperte", di cui peraltro Ceci è ben consapevole, la povertà del lavoro storiografico sulle vittime e la mancata attribuzione di un ruolo sociale e pedagogico a queste ultime.

Le due omissioni e un vulnus.
Quello che nel saggio di Cento Bull e Cook è segnalata come una delle piste di ricerca più interessante, cioè quella sul ruolo della Chiesa e delle associazioni cattoliche nella fase di uscita dal terrorismo, è una delle omissioni del capitolo finale.
L'altra è quella relativa al terrorismo internazionale in Italia durante gli anni di piombo. A fronte di qualche ricerca su fatti specifici, come l'attacco palestinese all'Achille Lauro, anche in quel settore è tutto da costruire. A partire da quello basico sopraricordato: i nomi e i fatti.
( Si veda la mia intervista su La Stampa del 2011 e il post "Premessa ad una ricerca sul terrorismo internazionale e le sue vittime")

Infine un vulnus: la ricerca spagnola. Dal punto di vista della valorizzazione delle vittime come fonti storiche e attori sociali dotati di una autonomia politica e di una valore civile di contrasto al terrorismo, il vulnus del saggio è rappresentato dalla assenza del panorama della ricerca storico-sociale spagnola sul terrorismo.
Gli studi spagnoli sull'ETA e le sue vittime e quelli comparativi Italia/Spagna/Irlanda del Nord, come quello di Rogelio Alonso, o della ricercatrice italiana in Spagna Agata Serranò (1), (ma anche  lo stesso "Ending Terrorism in Italy") avrebbero probabilmente permesso all'Autore di ampliare ulteriormente le prospettive del capito conclusivo, soprattutto in relazione alle vittime.

Studiosi vittime

E' vero che l'indice dei nomi, anche al netto di quelli non italiani, è pur sempre molto ampio, ma non posso non notare che 4 autori scientifici (cioè al netto della memorialistica, come nei casi Rossa, Calabresi e Tobagi, etc.) sono vittime del terrorismo: Angelo Ventura, Guido Petter, Giovanni Moro e Carol Beebe Tarantelli.

Angelo Ventura è giustamente posto in grande risalto. Egli è il primo nome che si incontra della rassegna di Ceci, ma anche alla sua fine, nel bilancio, quando riconosce chi ha maggiormente contribuito a connotare la complessità del fenomeno terroristico: "come hanno dimostrato con chiarezza nei loro lavori Ventura, della Porta, Drake e Weinberg, i principali protagonisti del dibattito".
Mi permetto di aggiungere una notazione metodologica che avevo colto subito nei testi di Angelo Ventura quando la raccolta dei suoi contributi 'a caldo' fu edita da Donizzetti nel 2010 con il titolo: "Per una storia del terrorismo italiano", utilizzando le parole di Sergio Luzzato nella sua recensione sul Domenicale del Sole24Ore, :
"….i saggi di Angelo Ventura colpiscono per la capacità del professore universitario di farsi – a ridosso degli eventi, anzi dentro, quando il terrorismo rosso ancora non apparteneva al passato – una sorta di "storico del presente". Ci sono, negli studi pubblicati da Ventura trent'anni fa e raccolti ora da Donzelli, sollecitazioni di metodo e abbozzi di analisi di cui si potrà fare tesoro nel momento in cui si vorrà ricostruire compiutamente la storia del terrorismo italiano. A cominciare dall'idea che tale storia richieda (parole del 1984) «una lettura globale», dove le imprese del terrorismo rosso vengano studiate contestualmente alle imprese del terrorismo nero, alle trame eversive dei poteri occulti, ai rapporti con la criminalità organizzata, ai collegamenti internazionali sia dei terroristi sia dei servizi segreti.
C'è poi l'aureo principio per cui la storia del partito armato, in quanto storia "normale" di un movimento politico, va ricostruita anzitutto studiando, "banalmente", gli individui che lo hanno promosso, le idee che essi hanno elaborato, i gruppi che li hanno sostenuti sul campo.
Angelo Ventura studia i rivoluzionari italiani del Sessantotto e dintorni alla maniera in cui un maestro degli studi novecenteschi di storia, Franco Venturi, era andato studiando i rivoluzionari del Sette o dell'Ottocento, i giacobini francesi, i populisti russi: cioè a prescindere da ogni sociologismo, guardando agli uomini in carne e ossa, ai loro materiali di lavoro e di lotta, alle loro azioni o realizzazioni concrete. Insomma praticando una storia (diceva Venturi, in polemica con tante bardature di metodo o di pseudo-metodo) «senza additivi»: nomi, luoghi, date..."

Mi sembra opportuno qui segnalare un testo poco noto del professore padovano: quello del suo intervento in occasione del primo convegno promosso Aiviter a Torino nel 1996, "Lotta al terrorismo. Le ragioni e i diritti delle vittime". Raccolta di atti che abbiamo recentemente reso di libero accesso in rete, pubblicandone la versione digitale.
Quell'intervento è stato oggetto di riflessioni dell'Aiviter ancora recentemente utilizzate sul caso Sofri.

Guido Petter, anch'egli vittima di una violenta aggressione a Padova, ha il merito di aver gettato negli studi psicologici una prima analisi, in analogia con Gabriele Calvi, sulle caratteristiche di quella "costellazione" che oggi viene chiamata processo di radicalizzazione e che non pare avere avuto aggiornamenti in anni recenti nel nostro paese.

Sul valore del pamphlet di Giovanni Moro sugli anni Settanta non ho nulla da aggiungere al giusto rilievo che Ceci gli attribuisce. Non conosco invece il lavoro scientifico di Carol B. Tarantelli.

Conclusione
Anticipo le scuse a Giovanni Mario Ceci per il modo poco ortodosso di recensire un lavoro che merita sicuramente grande attenzione e più accurate modalità. Mi auguro che questo saggio sia di vero stimolo ed apertura a future proficue ricerche, come del resto è nelle intenzioni esplicite del suo Autore.


(1) Serranò A., Le armi razionali contro il terrorismo contemporaneo: la sfida delle democrazie di fronte alla violenza terroristica, Giuffrè Editore, 2009

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