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SOCIETA'
Gli anni di piombo e la forza del destino
9 febbraio 2013

Ricordare stanca
, il libro di Massimo Coco, figlio del Procuratore Generale di Genova Francesco ucciso con la scorta dalla Brigate Rosse a Genova nel 1976, si presenta certamente anomalo nel panorama della letteratura dei figli degli anni '70, e in particolare quella che investe le vittime del terrorismo. Tale natura particolare, sono certo che assicuri a questo libro vita difficile, per non dire ostracismo, in un paese dove la polemica culturale è ingessata da vent'anni sugli stessi binari morti e dove sui temi del terrorismo vige un conformismo ferreo tra le parti. I supplementi dei quotidiani e le riviste letterarie si guarderanno bene dal recensirlo, anche se in vero Ricordare stanca chiude un ciclo di produzione editoriale: quello aperto nel 2006 da Giovanni Fasanella, con il suo I silenzi degli innocenti.

L'anomalia del libro si articola, da una parte, nell'approccio irriverente e sarcastico dell'autore verso quanto è stato scritto ed agito dai colleghi di disgrazia, in particolare dagli altri figli autori di libri e interpreti del ruolo di vittime del terrorismo; dall'altra nell'approccio laico, al confine con il paganesimo, verso i cosiddetti "ex terroristi" e "cattivi maestri".

Nel Capito 2 troviamo una caustica descrizione del modo in cui si articola il mondo delle vittime, superstiti e familiari, del terrorismo: "…la prima Grande Classificazione Organica di quella specie animal-umana denominata appunto "Vittime del Terrorismo". Un Victimarium che, parafrasando la tassonometria dantesca con i suoi 'gironi' e 'bolge', introduce la prima questione politicamente scorretta, con la macro divisione tra vittime di serie A (le VIPtime) e quelle di serie B (le vittime).
Al ciclo aperto da Fasanella con i ritratti paritetici ed orizzontali di una selezione di vittime del terrorismo e delle stragi, cui veniva restituita la parola dopo decenni di silenzio e sudditanza alla dittatura testimoniale degli ex terroristi, era seguita la produzione delle opere dei singoli: i figli o le figlie dei vari Calabresi, Tobagi, Rossa, Moro… Giunge adesso il libro di Massimo Coco a chiudere il ciclo, assumendosi la responsabilità di fare un bilancio agro-dolce di tale produzione editoriale con relativi risvolti pratici: le carriere dei singoli, ma soprattutto la loro diffusa attitudine a predicare e praticare la pacificazione con gli ex terroristi.
Su questo terreno si innesta la seconda peculiare anomalia del libro: la rivendicazione del diritto alla rabbia verso cotanta barbaria. Diritto tanto più reclamato in virtù del fatto che i responsabili materiali dell'omicidio del padre, Francesco Coco, non sono stati mai identificati dalla giustizia. Diritto al quale segue la legittima ricerca di vendetta: o quella civile costituita dalla applicazione della giustizia, o quella etica rappresentata dalla facoltà di cogliere ogni occasione per menare schiaffi morali ai cattivi maestri che ancora rivendicano la giustezza della causa per cui presero, od invitarono a prendere, in mano le armi.
Una vendetta, quella di Massimo Coco, che accoglie la cultura civile della non violenza ma che, nel contesto di un vita di musicista classico e rispettoso della Forza del destino, si configura come richiamo ad una laicità dai toni pagani che mal sopporta la retorica buonista, fatta di amore e pacificazione veicolati a piene mani e lacrime dalla VIPtime.

In conclusione, tutti i libri scritti dai figli delle vittime del terrorismo degli anni di piombo costituiscono in primis un omaggio affettuoso nei confronti dei padri uccisi e degli agli membri di famiglie spezzate (le madri vedove, i fratelli). Essi però formano un corpus letterario che nella sua pluralità di voci, sarebbe bene considerare tutte dotate di valore morale proprio ed autonomo. Un paese civile non avrebbe difficoltà ad accogliere tali differenze: uno ipocritamente cattolico, invece, resterà scandalizzato.
politica interna
I terroristi italiani? Colti e di status elevato
2 ottobre 2012

Pubblicati i sorprendenti risultati di una ricerca condotta al MIT da Alessandro Orsini autore per Rubbettino di Anatomia delle Brigate rosse


 Alessandro Orsini ha pubblicato, per la prima volta, i dati sul numero dei terroristi italiani, di cui ha analizzato sesso, età, livello di istruzione e occupazione al momento dell’arresto. A ospitare i risultati delle sue ricerche, condotte al Massachusetts Institute of Technology, è la più autorevole rivista scientifica internazionale specializzata in studi sul terrorismo: “Studies in Conflict and Terrorism”.
Abbiamo intervistato il professor Orsini telefonicamente mentre si trova al MIT.
 
 Professor Orsini, grazie alle sue ricerche, siamo finalmente in grado di sapere quanti erano i terroristi italiani. Per anni si era fantasticato su queste cifre. Alcuni parlavano di un esercito; altri di quattro gatti. Quanti erano i terroristi italiani?
 
I dati ufficiali  del Ministero di Grazia e Giustizia ci consentono di fare un po’ di chiarezza. Le persone che sono state condannate in Italia per terrorismo sono 528; mentre le persone che sono state arrestate per terrorismo sono 2730. I dati che ho analizzato si riferiscono al periodo 1970-2011 e riguardano soltanto il cosiddetto “terrorismo interno” rosso e nero. Non ho preso in considerazione i dati relativi al terrorismo internazionale perché volevo scattare una fotografia dei terroristi italiani.
 
Sono particolarmente sorprendenti i dati che Lei ha raccolto sul livello di istruzione dei terroristi
 
Il tipico terrorista italiano è un individuo che ha un livello di istruzione superiore rispetto alla media della popolazione di riferimento. L’11,7% delle persone condannate per terrorismo aveva conseguito la laurea contro il 4,1% della popolazione italiana secondo i dati ISTAT del 1981. Tra gli arrestati, le persone in possesso della laurea sono il 17,8%. Alan Krueger non sbaglia quando afferma che molte formazioni terroristiche sono composte da persone che provengono da un’élites.
 
Eppure, si dice sempre che la povertà e la mancanza di istruzione sono la causa principale del terrorismo.
 
Le ricerche più accreditate dimostrano che la povertà e la mancanza di istruzione non sono cause importanti di terrorismo. L’idea che la povertà produca il terrorismo, pur essendo molto diffusa, nasce da una rappresentazione romantica del terrorismo che, almeno in Italia, non è mai stata superata. I tipici terroristi italiani non uccidevano per sfamarsi o per ignoranza. Uccidevano per appagare un bisogno spirituale alimentato dall’ideologia.
 
Erano molti o pochi?
 
In termini assoluti sembrerebbero pochi, ma, in realtà, non è così. Ce ne rendiamo conto se paragoniamo il numero dei terroristi italiani con quello degli altri Paesi. Mi lasci ricordare che tra il 1969 e il 1985 l’Italia è stato il Paese più interessato dalle attività terroristiche. Il terrorismo italiano è stato uno dei più longevi, imponenti e sanguinari dell’Europa occidentale. Non direi che i terroristi italiani erano pochi, ma occorre contestualizzare il significato di questa affermazione.
 
Siamo pronti per scrivere la vera storia del terrorismo italiano?
 
Esiste già qualche contributo valido. Tuttavia, ritengo che potremo avvicinarci a una rappresentazione più fedele dei fatti soltanto quando gli studiosi si apriranno alle narrazioni delle vittime, le uniche a essersi confrontate direttamente con i terroristi. Esiste una documentazione fatta di lettere di minacce, telefonate, volantini di rivendicazione e, soprattutto, di dialoghi tra le vttime e i terroristi che gli studiosi dovrebbero acquisire.
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