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Il rapporto della sinistra con la violenza dagli anni di piombo a oggi
2 novembre 2014
Non si può recensire il libro di Luigi Manconi del 2008, Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale 1970-2008, senza sottrarsi alla lettura di un altro saggio breve che viene ripreso nel secondo capitolo del libro a proprosito del mito della "perdita dell'innocenza" a seguito della Strage di Piazza Fontana. Si tratta del testo di Anna Bravo, Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci, pubblicato pochi anni prima, nel 2004, sulla rivista di studi storici Genesis, qui reperibile.
Siamo di fronte a due testi frutto dell'elaborazione di due studiosi che hanno in comune la passata militanza in Lotta Continua, che sono quindi coinvolti soggettivamente in ciò su cui riflettono, ma che si connotano entrambi come primi seri tentativi di critica, certo anche auto-analisi e auto-critica, che rappresentano un salto netto qualitativo rispetto alla precedente cospicua mole di letteratura di e su quell'area politica: tanto quella prodotta da altri ex militanti (da Sofri a De Luca) sia dei tentativi di analisi esterni come quella di Aldo Cazzullo.


PARTE PRIMA

Entrambi gli Autori fanno i conti per la prima volta "con il rapporto irrisolto con la violenza. Non la violenza che lo stato e i gruppi neofascisti hanno rovesciato sui movimenti, non la violenza esercitata contro il corpo delle donne, ma quella di cui in vario grado portiamo una responsabilità per averla agita, tollerata, misconosciuta, giustificata – una questione che è rimasta fuori o ai margini estremi della ricerca storica e della riflessione politica." Anna Bravo si chiede perché negli anni Settanta sia mancato un pensiero originale sulla questione- violenza, perché il '68 non abbia avuto uno sbocco non violento: "sarebbe bastato guardarsi intorno per incontrare teorie e pratiche altre da quelle del marxismo ortodosso o critico, per scoprire le opere di Gandhi, Thoreau, del nostro Capitini, la disobbedienza dei radicali, e La banalità del male di Hannah Arendt, dove si racconta come in Danimarca migliaia di persone, in genere senza alcuna esperienza di clandestinità, si fossero mobilitate, nel 1943, per traghettare in Svezia i loro concittadini ebrei, facendo meglio e di più di qualsiasi organizzazione armata." Invece quello che è capito è ben descritto in questo passo: "Sarebbe futile dirottare ogni responsabilità sulla tradizione rivoluzionaria, marxista, comunista, della violenza, su quegli intellettuali maturi e autorevoli che condividevano le aspettative palingenetiche, su quell’unico partigiano che dichiarava in interventi pubblici di aver consegnato dopo la liberazione soltanto i “ferrivecchi”. Ci siamo scelti determinati maestri e compagni di strada (e per alcuni di loro i movimenti sono stati a loro volta maestri) perché ci riconoscevamo profondamente nell’ideologia della violenza riformatrice, fatta uomo nella figura del partigiano, del combattente di Spagna, del comunardo, del ribelle risorgimentale, del cittadino in armi della rivoluzione francese - un condensato di combattentismo maschile vissuto come cifra naturale della lotta.".

La tesi giustificazionista della scelta violenta della "fine dell’innocenza" dopo la strage di Piazza Fontana, con la morte di Pinelli e l'accusa agli anarchici, scrive Anna Bravo che "è una verità parziale". La teoria dell'innocenza di chi reagisce violentemente all'ingiustizia della stage "di Stato", quella del “tutti colpevoli” per l'omicidio Calabresi, che può facilmente rovesciarsi in “nessun colpevole”, sono "costruzione in cui l’idealizzazione nostalgica e il desiderio di preservare un’autoimmagine positiva sono tenuti insieme da qualche vuoto di memoria."
Posizione analoga a quella di Luigi Manconi che della Stage di Piazza Fontana parla in termini di fattore di "accelerazione", di "precipitazione" verso l'uso della violenza: un "mito delle origini" quello dell'innocenza che nasconde in vero un'ovvietà: che negli anni Settanta sia mancato "Un pensiero originale sulla questione-violenza", scrive Manconi citando la Bravo.

Il discorso è sviluppato da Manconi nei capitoli successivi, come quello sul ruolo del mito resistenziale e successivo, nei quali al fine di marcare l'ipotesi del suo lavoro di una continuità tra primo e secondo terrorismo (cioè tra le varie fasi di evoluzione della Br tra il 1970 al 2007), giunge a denunciare precisamente il "punto dolente": l'interdizione all'uso delle violenza offensiva e rivoluzionaria non è solo mancato negli anni Settanta, ma "nemmeno successivamente è stato elaborato: lo si è dato per implicito e scontato (all'interno del PCI, ad esempio); è stato affrontato negli anni più recenti da Rifondazione comunista; e, per quanto riguarda i "nuovi movimenti", soltanto in alcuni (penso a Lilliput) la problematica risulta centrale e qualificante. In altre parole, si può dire che non esista nelle culture cui fanno riferimenti i movimenti sociali, che qui considero, un'adeguata interdizione culturale e morale nei confronti del ricorso all'illegalità e allo stesso esercizio della violenza. Non esiste, direi, una interdizione assoluta, un veto inappellabile, un vero e proprio tabù."
La legittimazione morale del ricorso alla "violenza giusta" è invece stata alimentata da "alcune importanti tradizioni politiche e culturali (da quella di ascendenza marxista a quella di ascendenza cattolica). Anna Bravo vi aggiunge una ascendenza antropologica "maschilista", cui il mondo femminista negli anni Settanta aveva cercato di porre qualche distinguo più che argine.

Certamente ci sono ancora dei limiti in queste due, come nelle altre analisi degli ex militanti, che lo stesso Manconi denuncia: costituiscono "un sistema complesso di "spiegazioni e "giustificazioni": e combinano variamente continuità e discontinuità, memoria di ieri e percezione di oggi". Ai quale si aggiungono i vuoti di memoria, di cui parla la Bravo.

Credo che, al di là del loro oggettivo valore, in queste due (auto) analisi manchi anche solo un accenno ad una ipotesi direi assolutamente legittima: se non fosse scoppiato il caso Sofri-Calabresi, con l'auto denuncia di Leonardo Marino nel 1987, avremmo avuto lo sviluppo di queste riflessione in seno a LC?
Inoltre, l'alto livello di coesione di gruppo di Lotta Continua, anche dopo la lettura di questi due testi, non toglie l'impressione di un'aura di omertà persistente che aleggia ancora intorno ai fatti di cui LC fu responsabile e che fatica ancora a distinguerne e denunciarne responsabilità individuali. Per dirla con Primo Levi, manca loro un certa autoconsapevolezza di essere esponenti di una "zona grigia" di sopravvissuti come “peggiori”.
E poi sempre assai sorprendente quando si parla di mancata cultura della non violenza, che due intellettuali, ancora riescano ad omettere la figura di Albert Camus da quel panorama di alternativa possibile in cui Anna Brava trova il posto per Rudi Dutschke, Jan Palach, Gandhi, Thoreau, Capitini, Hanna Arendt e Simone Weil. (Camus, dunque, questo sconosciuto al sessantotto, cui anche Goffredo Fofi e Paolo Flores D'arcais non sono riusciti evidentemente a trarre alcun beneficio in termini di riflessione sull'uso delle violenza politica. L'uomo in rivolta, gli articoli sulla stampa relativi alla terrorismo algerino, paiono ancora intellegibili agli ex giovani dei movimenti)

PARTE SECONDA

Il contributo dei due testi riserva però anche altri spunti positivi ed interessanti: quelli relativi alle vittime del terrorismo e delle violenza politica.

"Anche se non si può separare il terrorismo dal clima di quegli anni, mi pare che alla parola dei suoi esponenti, donne e uomini, vada dato uno spazio a sé; sapere di aver ucciso è una condizione fronteggiabile solo con un salto di coscienza che parta dal dolore per l’irreparabile che si è commesso. Ne ho trovate poche tracce nei loro scritti e interviste, dove la coscienza della responsabilità è soffocata dall’enfasi sulla dimensione soggettiva e sulla nuova persona che ormai si è, dall’insistenza sul contesto di allora e sugli errori di analisi politica, più che sui crimini che ne sono derivati. Le vittime stanno fuori o sullo sfondo…", scrive Anna Bravo.
Luigi Manconi va molto oltre.
Già in premessa scrive: "trattare del terrorismo senza considerare il punto di vista delle vittime è operazione non solo parziale ma, probabilmente, fallace." Il suo libro vuole infatti trattare il fenomeno terrorismo che "va analizzato non solo dalla parte dei suoi attori precedente, attuali e potenziali, ma - contemporaneamente - dalla parte del sistema politico e delle vita sociale e dalla parte delle vittime."
Nel definire la stagione del terrorismo rosso, "una ferita che - lungi dal rimarginarsi - ha rischiato piuttosto di incancrenirsi (..) per la scia lunga e dolente di sofferenze", l'Autore precisa che "Appartengono a quella scia, innanzitutto, la schiera delle vittime e dei familiari delle vittime; e vi appartengono anche, su un altro piano, le vite spezzate degli "ex combattenti"." Sottolineo la precisazione, "su un altro livello", visto che frange di ex terroristi tendono a considere vittime solo loro stessi ancora oggi.
L'Autore precisa che utilizza il termine "combattenti", non perché in Italia ci sia stata una guerra o una rivoluzione, ma quella che definisce "una guerra civile simulata", per Manconi sinonimo di una lacerazione profonda del "patto sociale", che in quanto fatto non esclusivamente criminale, avrebbe richiesto da parte delle istituzioni dello Stato, pur senza fornire ai brigasti alcun riconoscimento politico sul piano giuridico, almeno una capacità di risposta che non si limitasse alla repressione giudiziaria. Una risposta dello Stato che fornisse loro un valore politico e sociale per agevolare una relazione con i terroristi in grado di essere più flessibile in occasione come quella del rapimento Moro, e soprattutto di affrontare l'uscita dagli anni di piombo con "una grande opera di "riconciliazione" che, nel nostro paese, invece non fu né realizzata né tentata.(…) A metà degli anni Ottanta (…) lo scampato pericolo e il conseguente sollievo determinano rimozione. Si crea un autentico buco nero, nel quale precipita un'intera fase storica, con i sui lutti e con le sue domande senza risposta." Il retaggio di quella fase è descritto dall'Autore, come "pesante, "resistente", in cui il dolore dei familiari delle vittime resta inchiodato dallo scarto tra l'aver subito un lutto "per ideologia" e la misura della pena inflitta al responsabile. Le vittime e i loro familiari sono quindi "immobilizzati in quel dolore, al quale non è stato dato alcun rilievo pubblico - alcuna funzione di testimonianza civile e di monito morale - se non nel momento delle esequie." Lasciandole nella "solitudine privata e la smemoratezza pubblica".
Il caso del libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, è considerato dall'Autore un caso raro di riconciliazione, "che opera positivamente per tutelare la memoria dei propri cari", al contrario dello Stato che non ha voluto "voltare pagina", ha preferito "il ritorno ad una normalità di superficie"."E' successo così che, periodicamente, una ferita non ancora rimarginata abbia ripreso a sanguinare" e ogni volta "le passioni sembrano avere la meglio sui tentativi di ricostruzione storica, si analisi sociologica, di mediazione e di ricomposizione politica". Una vera e propria reticenza "verso una discussione aperta", è la cifra che ha contraddistinto l'atteggiamento verso la questione del terrorismo: "tema critico e nervo scoperto di alcune tradizioni politiche e culturali, o di loro importanti componenti".
Conclude Manconi: "Insomma, la mancata riflessione ed elaborazione a proposito della "violenza rivoluzionaria" e della "violenza reazionaria" si sono alimentate, e continuano ad alimentarsi reciprocamente" privando il paese di una vera "pacificazione, che da una parte restituisca i "prigionieri"e dall'altra, "ancor prima", riconosca alle vittime il ruolo politico, morale, istituzionale e simbolico loro dovuto. Quello delle vittime, Manconi è assai chiaro, è stata una questione di "mancato spazio pubblico", cui solo nel 2004 è apparsa una prima controtendenza costituita dall'approvazione della legge n.206, precisa l'Autore. Le vittime "Nella memoria di quella "tragedia nazionale" sono - avrebbero dovuto essere, potrebbero ancora essere - anche altro (che semplice "parte lesa"): ovvero i soggetti che, in quanto più crudelmente feriti, più sarebbero in grado di contribuire a sanare quella stessa ferita".
L'Autore è consapevole che il tempo per "fare come il Sudafrica" sono scaduti, e pur con tutti i distinguo del caso italiano, giunge a proporre un "progetto verità", per perseguire una "riconciliazione" che giustamente precisa "non chiede di necessità - come esito inevitabile né, tanto meno, come condizione preliminare - la concessione del "perdono"."
Un progetto di commissione parlamentare di studio e di alto livello che raccolga le storie dei vari attori di quelle vicende, in seno al quale dare alle vittime un ruolo pubblico "altissimo e determinante".
In questo modo: "Le vittime e i familiari delle vittime, dunque, come protagonisti di quell'opera di ricostruzione storico-politica, di cui rappresenterebbero l'elemento cruciale e ineludibile, il "fattore umano" non cancellabile. Da ciò potrebbe discendere una intensa funzione pedagogica, un forte ruolo testimoniale, un denso significato di ammonimento: e la continuità non dimettibile di un messaggio della memoria".
Questa proposta per Manconi è fondamentale anche in prospettiva futura: il suo libro infatti traccia la continuità tra vecchie, nuove e nuovissime Brigate Rosse, giungendo a considerare anche possibili alleanze con il terrorismo jihadista.
Fare chiarezza sull'uso della violenza e chiudere i conti con l'uso che ne è stato fatto negli anni di piombo è quindi un prerequisito per la sua conclusione: non sarà possibile bandire completamente il terrorismo, ma "ridurlo a un ferrovecchio - che può fare assai male, come tutte le lame arrugginite - è possibile".

E' interessante aggiungere a proposito del ruolo testimoniale e pacificatore delle vittime, la nota di Anna Bravo sulla loro qualità narrativa. In una intervista dello stesso anno alla rivista Lo Staniero, sottolinea:
"Quello che mi indigna è il fascino che i reduci del terrorismo sembrano esercitare sui media. Su di loro si scrivono libri, si fanno film, si pubblicano loro interviste. E sono per lo più povere cose, parole di aspiranti caporali. Sulle vittime invece, quasi silenzio. Eppure sono molto più “interessanti” Guido Rossa, Bachelet, Casalegno che non i loro assassini – dico interessanti proprio nel senso di narrativamente ricchi, non nel senso di umanamente nobili. Credo che in nessun altro periodo si sia dato tanto spazio ai “cattivi” e così poco alle loro vittime."

Quasi un decennio separa l'oggi da questi due testi. Nel frattempo molte vittime, in particolare figli e figlie delle vittime, hanno scritto e testimoniato; la memoria pubblica delle vittime ha guadagnato spazi pubblici nelle targhe in ricordo dei caduti in molte città, e le associazioni delle vittime hanno da tempo iniziato la loro opera pedagogica nella scuola. Manconi stesso ricorda l'istituzione del Giorno delle Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, nel 2008, che ogni anno il 9 maggio viene celebrato ad alto livello istituzionale. Tutto ancora con molti limiti, difficoltà e frizioni, retaggio di quanto descritto bene da Manconi. Da allora, però, il dato più importante che è emerso, come ho già avuto modo di sottolineare altrove, è quello che l'analisi dei terrorismi italiani sia diventato oggetto di ricerca delle nuove generazioni, prive di conoscenza diretta e soggettiva dei fatti. Questo distacco è la garanzia migliore per la memoria delle vittime e la qualità storiografica o sociologica degli studi in materia.
POLITICA
I succedanei scadenti della riflessione culturale sulla violenza politica
25 marzo 2012


Qui in Italia sembra che scrivere un romanzo o girare un film equivalga a svolgere un ricerca sociale o storica. Romanzieri e registi si sentono tardi epigoni della tradizione dal verismo al realismo, e spingono le loro narrative nei campi della storia invece che della finzione, la fiction pura e semplice.
Al cinema con un amico abbiamo coniato un pregiudizio assai selettivo per scegliere i film da vedere: se nel trailer o nel cartellone c'è  la dicitura "Ispirato ad una storia vera", lo rifuggiamo come la peste, soprattutto se di origine italiana.
Invece le pagine culturali si riempiono di recensioni che prendo con estrema serietà queste pellicole o questi romanzi cha trattano di fatti veramente accaduti.
La scorsa settimana si parlava di romanzi  e delle loro vuote ambizioni a spiegare gli anni di piombo. Questa settimana abbiamo in uscita due film di cui parlano il Corsera e il suo supplemento culturale odierno: da una parte quello sulla strage di Piazza Fontana (Milano, 1969) e dall'altra quello sui fatti della scuola Diaz (Genova, 2001).
Sono iniziate e seguiranno polemiche abbastanza insensate provocate dall'equivoco di sopravvalutare il valore documentale di film che, infilati nelle categoria docufiction, in vero possono denunciare una sola cosa: la pochezza di riflessione politica e culturale sui fatti di cui parlano.

Il filo rosso di questi romanzi e film, a ben guardare, è il rapporto tra violenza e politica.
Un nervo scoperto delle culture di destra e sinistra del nostro paese.
La pochezza di cui sopra ha una origine in una altro fatto, di cui occorre prendere atto in questa fase terminale della cosiddetta 'Seconda Repubblica'. La fine della Prima ha distrutto le forze politico-culturali del riformismo laico, cattolico e socialista più attrezzate di antivirus contro la violenza. Mentre le forze sopravvissute a Tangentopoli, post-comunisti, post-fascisti e Lega, sono le forze politiche la cui identità e storia culturale prevede le varie declinazioni, dal linguaggio all'azione, della violenza.

Questo deficit di riflessione culturale, risulta ancora più evidente se si osserva quella che è stata l'unica polemica culturale recente, quella raltiva al libro su Gramsci e Turati di Alessandro Orsini. Polemica sulle due pedagogie, quella della intolleranza del primo e quella della tolleranza del secondo, che pare riguardi solo le due minoranze: quella superstite socialista e quella orgogliosamente comunista, nel  silenzio completo di tutta la intellighenzia di area PD.
Lo stesso articolo di aperto sostegno alle tesi di Orsini, scritto da Roberto Saviano, tenuto un po' nascosto nelle pagine interne de la Repubblica, è stato senza conseguenze sui maggiori quotidiani. Con un eccezione paradossale, di cui abbiamo riportato, quella de La Stampa.
 
Infine, questo deficit di riflessione sulla violenza politica non si può negare abbia origine anche più lontane: come il fatto che l'Italia sia rimasta praticamente impermeabile al pensiero di Albert Camus. Di colui cioè, che come ribadito in più occasioni, a me pare essere ancora oggi il massimo pensatore in materia di violenza e politica.

Il problema di una deficit di riflessione in materia, che potremmo definire ormai omissione volontaria dell'establishment, è funesto soprattutto per una parte politica: il centro sinistra.  Protrarre questa rimozione coatta lo rende semplicemente equivoco e quindi debole a tutto vantaggio del centro-destra.
POLITICA
Una storia di spie e giornali negli anni di piombo (6)
8 maggio 2010
La seconda sorpresa di questa storia gira da alcuni anni su molti blog. Tutte le versioni sono rimaneggiamenti di articoli di Marco Nozza su Il Giorno. Qui di seguito riportiamo quello del 31 luglio 1988: una sua  intervista ad Adele Cambria, così come ce la propone quest'ultima nel suo blog (sono solo stati cambiati i grassetti).


Lotta Continua e La CIA di M. Nozza

Nell'articolo pubblicato ieri dal "Giorno", col titolo suggestivo "caro direttore, io
c'ero", articolo molto bello soprattutto perché molto sincero, e coraggioso,
Adele Cambria ha raccontato come accade che, all'indomani dell'omicidio Calabresi, dovette subire un processo per "apologia di reato e istigazione a delinquere", dato che il suo nome figurava alla "direzione responsabile" del quotidiano fondato da Adriano Sofri. Come tanti altri giornalisti che si succedettero a quella direzione, anche la Cambria
aveva prestato il proprio nome perché la legge di allora, anacronistica, impediva ai non giornalisti di firmare un quotidiano.
"Non condividevo minimamente quelle parole" (e cioè i commenti sulla morte di Calabresi). "La mia firma era un tributo alla garanzia di libertà d'espressione". "Fui, insieme a due militanti che avevano venduto, quel 18 maggio 1972, le copie incriminate del quotidiano "Lotta continua" - così racconta la
Cambria -, l'unica a essere processata, e per direttissima, a causa dell'omicidio Calabresi". Per la storia, altri quattro imputati
aderenti a Lc furono processati a Torino, proprio il giorno del processo alla
Cambria.
E quelli si beccarono un anno e quattro mesi di reclusione, senza la condizionale. Nel quartetto c'era anche Andrea Casalegno, figlio del giornalista della "Stampa" di Torino, Carlo Casalegno, che cinque anni dopo, il 16 novembre 1977, sarebbe stato vilmente assassinato sotto casa dalle Brigate rosse. Ma l'aspetto che più colpisce, nel racconto
di
Adele Cambria, è la descrizione che fa degli intellettuali di Lc che frequentavano la
redazione romana di via Dandolo. "Sbagliati o giusti che fossero i loro ideali, li pagavano di persona". "Vivevano davvero in povertà, nonostante fossero tutti abbastanza brillanti per inserirsi a pieno titolo nell'aborrito "sistema" (e alcuni, dopo, lo hanno fatto), e non era infrequente, da parte loro, la cessione all'organizzazione della
proprietà della casa ereditata dalla famiglia…". "Insomma, quello che poi, studiando i sacri testi del marxismo-leninismo, io stessa avrei definito l'"ascetismo rosso stalinista", dominava l'ambiente: sia a Napoli (dove poi il quotidiano non si fece), sia a Roma nella redazione di via Dandolo, pieno di sedie, spagliate e con un unico, veneratissimo
"operaio", che veniva custodito (sarò un po' cattiva…) quale reliquia…". E con via Dandolo, finalmente, siamo arrivati al punto. L'
Adele Cambria alla direzione di "Lotta continua" ci resistette per brevissimo tempo.
Altri, per periodi più lunghi. E come mai nessuno, proprio nessuno, dei tantissimi direttori che si susseguirono alla guida di quel giornale, fu pungolato dalla curiosità di sapere di chi era la tipografia che stampava "Lotta continua", la "Tipografia Art-Press", che si trovava nei locali della stessa redazione in via Dandolo al numero 10? La
storia nasconde aspetti davvero molto strani. Perché? Ma perché, al medesimo indirizzo, esisteva la Dapco. E la Dapco era l'editrice del "Daily American", il giornale degli americani di Roma. Risultava di proprietà di una società il cui amministratore unico era un americano degli Stati Uniti, tale Robert Hugh Cunningham. Chi era costui? Nato a Lovelville, nell'Ohio, il 10 gennaio 1920, Robert Hugh Cunningham era
un collaboratore eminente di Richard Helm, quando Richard Helm era capo
della Cia. Chi lo dice? Lo dice (e lo scrive) Victor Marchetti, nel libro "Culto e mistica del servizio segreto", edito in Italia da Garzanti. Qualcuno, a questo punto, obietterà: il pubblicare il "Daily American" non potrebbe essere una pura attività collaterale, privata,
del signor Robert Hugh Cunningham? Ci sono però alcuni problemi che complicano la faccenda. Eccone uno: appena arrivato a Roma, e cioè nel '68, questo signor Cunningham aveva come socio un vecchio americano ultrasettuagenario, tale Samuel Meek, che aveva amministrato il "Daily American" dal 1964 e agiva, anche lui, per la Cia. Sia pure solo come fiduciario, non come vero e proprio agente. L'agente vero era Robert Hugh Cunningham. Tutto qua? Obietterà qualcuno che un conto è la Dapco
e un conto è la Art-Press, la tipografia che stampava "Lotta continua".
Difatti: la società Dapco si costituì, sempre a Roma, il giorno 1 dicembre 1971, con atto a rogito presso il notaio Domenico Zecca. Due cose diverse? Pare di no, invece. Perché i soci della Art-Press risultano tre: Cunningham padre, madre e figlio. Amministratore della Dapco: Cunningham senior. Amministratore della Art-Press: Cunningham
junior. Che si chiama come il padre: Robert Hugh Cunningham.

Si dirà: un conto è il padre, un conto è il figlio. Ci sono tanti figli che sono dissimili dal proprio padre, completamente diversi, contrapposti. Vedremo, più avanti, che non è così. Nel '71, intanto, avviene un'altra cosa strana, stranissima. Presso la cancelleria delle società commerciali, esistente nel tribunale civile e penale di Roma, due signori presentano un documento dal quale risulta che accettano di diventare "amministratori della Spa Rome Daily American con deliberazione dell'assemblea ordinaria del 27 settembre 1971". Come si chiamano questi due signori? Uno si chiama Matteo Macciocco, nato a Olbia (Sassari) il 1 aprile 1929, domiciliato a Milano in via Turati
29. Il secondo si chiama Michele Sindona, avvocato, nato a Patti (Messina) l'8 maggio 1920, domiciliato a Milano in via Visconti di Modrone 30. Entrambi dichiarano che a loro carico non esiste alcuna delle cause di ineleggibilità e, precisamente, di non essere
interdetti, inabilitati, falliti, né condannati a una pena che comporti l'interdizione dai pubblici uffici e l'incapacità di esercitare… Nel '71, dunque, Sindona succede a Cunningham, Cunningham senior, nella gestione del "Daily American". Giornale che fallisce, subito dopo il fallimento di Sindona. E a sostituire il "Daily American", ecco che
compare, a Roma, un altro quotidiano per cittadini Usa in Italia. Si chiama "Daily News". I suoi proprietari? Robert Hugh Cunningham senior e Robert Hugh Cunningham junior. Toh! Forse questa è un'altra storia. E però, proprio mentre fallisce il "Daily American", succede che "Lotta continua" cambia tipografia, non si lascia più stampare dalla Art-Press. È nata infatti una nuova società, che si è fissata la durata "fino al 31 dicembre 2010". Nome: "Tipografia 15 giugno". Soci: Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio. Tutti quelli che si presentano davanti al notaio di Roma, che stavolta è Franco Galiani, si dichiarano cittadini italiani. L'ultimo della fila, no. Questo è un cittadino statunitense. Si chiama? Si chiama Robert
Hugh Cunningham junior. Sempre lui. Il figlio, ormai ha preso il posto del padre. E si muove meglio del padre, perché non soltanto si dà da fare (molto bene) con quelli di "Lotta continua", ma tiene sotto controllo (sotto controllo?) anche le frange accalorate di
"Autonomia",di cui divulga (su giornali e riviste) le idee più eversive, più deleterie. Verso gli anni Ottanta, prende a languire lo slancio di "Lotta continua". Il giornale si spegne proprio mentre, negli Stati Uniti, appare la stella nuova, quella di Reagan. A questo
punto, da parte di Cunningham junior non c'è nemmeno più la preoccupazione di nascondere quello che, effettivamente, rappresenta. E Reagan, appena eletto presidente degli Stati Uniti, lo nomina responsabile del partito repubblicano in Europa. Per che cosa? Per l'informazione. Robert Hugh Cunningham diventa l'uomo più reazionario dell'équipe di Washington. Rambo tra i Rambo. Ed è ancora un giovanotto: ha appena superato i quaranta. Come i suoi coetanei di "Lotta continua", del resto. I quali adesso - con l'affare Calabresi - sono nelle grane. Alcuni, almeno. Ma lo sapevano, quegli sprovveduti, con chi avevano a che fare?"



Marco Nozza tornerà sulla questione a distanza di molti anni come dimostra questa replica da parte di Paolo Liguori su Corriere della Sera del 6 settembre 1996.
Articolo dal quale apprendiamo un'altro interessante particolare: "Nozza porta il lettore in una strada romana (via Dandolo) nel cuore di Trastevere e alle pendici di Monteverde Vecchio: li' , venticinque anni fa, c' era una tipografia che stampava Lc ma anche Notizie Radicali, il Daily American e Nuova Repubblica, il settimanale del movimento di Randolfo Pacciardi e Giano Accame."

La quantità di interrogativi su questa storia sono ormai molti.
Uno dei dati più rilevanti, e che mi preme subito sottolineare riguarda le fonti. Si tratta di una omissione forse rivelatrice. Manca infatti quella che sicuramente è stata una fonte primaria anche per testimoni diretti come Adele Cambria, o per il giornalista 'pistarolo' Marco Nozza: cioè il testo da dove prende avvio la parte sopra riportata di questa vicende,  che compare per la prima volta nel  libro dell'ex radicale Giuseppe Caputo, “La rosa rubata. Libro bianco sul partito radicale”.
Lì compare la copia dell'articolo del NYT del 1977 di John M. Crewdson e Joseph Treaster, lì compare la copia dell'atto di costituzione della "Tipografia 15 giugno", lì le prove sui rapporti con i radicali.

/fine sesta parte

SOCIETA'
Diritti nazionali, europei ed internazionali delle vittime del terrorismo
21 maggio 2009
Conferenza Internazionale sul tema dei ‘Diritti nazionali, europei ed internazionali delle vittime del terrorismo’.
La Voce delle vittime: testimonianze delle delegazioni internazionali (21 Maggio 2009)

Un caro benvenuto a Torino alla delegazioni europee e a tutti i convenuti.
Permettete che mi riallacci, nel presentare il Convegno che si apre, alla figura di Puddu.
Mi sono chiesto se si trattasse di un caso il fatto che tra i feriti superstiti e i familiari delle vittime del terrorismo degli anni di piombo, sia stato proprio Maurizio Puddu ad esprimere quella coriacea determinazione a fondare e portare avanti per oltre un ventennio l’associazione che li riunì. Un sardo trapiantato in Piemonte, come Gramsci e Saragat, che come loro è stato capace di compiere delle scelte coraggiose e controcorrente rispetto al clima politico culturale in cui ha agito.  Nel I silenzi degli innocenti racconta che: «Era interesse di molti che le vittime restassero monadi isolate, che non comunicassero tra loro, notizie, dubbi o rivendicazioni di sorta. Insomma, che non avessero voce. Che vivessero nel silenzio e nella solitudine il loro dramma, senza infastidire il prossimo con le loro richieste di diritti negati, a cominciare da quello alla verità».
Qualora non si trattasse di un dato antropologico, la fiera e ferma volontà di Puddu potrebbe essere considerata, in alternativa, una eredità proveniente da una gioventù passata a praticare forse il più duro degli sport: il ciclismo. La sua impresa nella Torino-Courmayer e ritorno era infatti uno degli aneddoti che preferiva raccontare nei rari momenti in cui staccava i pensieri dal fronte politico ed organizzativo del suo impegno atto a tenere unita una comunità sparsa in tutta Italia e che  presto si è trovata abbandonata da tutti a se stessa.
Il suo interesse per il livello internazionale dei temi del terrorismo lo si può evincere da due dati esemplificativi: il primo lo traggo da un documento assai diretto, il suo curriculum vitae, che recita: «Dopo aver collaborato  con diverse associazioni estere ha partecipato in specie  al primo convegno europeo sul terrorismo che si è tenuta a Parigi il 24 settembre 1987». Il secondo da quella che ci appare oggi una specie di profezia:  in “Sedici marzo” una antologia di saggi uscita nel 1998 per il ventennale della strage di Via Fani, Maurizio Puddu scrive che il terrorismo «si trasformerà, evidentemente, a livello internazionale e dovremmo conviverci come nuova forma di guerra».
E così capitò che l’11 settembre abbia aperto il nuovo millennio ponendo il terrorismo al suo centro, tracciando una scia di sangue che dagli Stati Uniti si è allungata  prima a Madrid, poi a Londra, cioè all’Europa. Ed è per questa terribile circostanza storica che oggi ci troviamo qui. Prima il Parlamento Europeo, con l’istituzione della Giornata Europea delle Vittime del terrorismo nel giorno delle bombe alle stazioni madrilene, l’11 Marzo; poi la Commissione Europea, istituendo un programma di finanziamenti rivolto alle associazioni di vittime del terrorismo e agli enti in loro supporto.

L’attenzione per il terrorismo svolto dalle istituzioni europee, qui confermata dalla presenza di Marie-Ange Balbinot, della Direzione Generale Libertà, Sicurezza e Giustizia della Commissione Europea, ha permesso, da una parte, un cambio di clima, per esempio, in Italia a livello di pubblicistica: dopo che per decenni questa aveva posto attenzione solo alle storie dei terroristi, ha iniziato ad ascoltare e raccontare anche l’altra parte: la voce delle vittime.
Dall’altra ha permesso, un giorno del giugno 2004, ad AIVITER di attivare una serie di contatti che dal quel Congresso di Parigi del 1987 si erano interrotti: un fax di Roberto Della Rocca a Maurizio Puddu segnalava un articolo del Sole24Ore che riportava la notizia del bando che la Commissione Europea aveva lanciato in favore delle vittime del terrorismo. Il nostro primo tentativo fallì, ma l’anno successivo in occasione di un incontro a Bruxelles tra tutti i partecipanti al bando precedente, e poi ancora le  iniziative lanciate in Italia da AIVITER per la Giornata Europea delle vittime del terrorismo, quanto invitammo Angeles Pedraza nel 2007, che saluto per il suo ritorno a Torino tra noi,  alimentarono i rapporti con l’ “Asociación de Ayuda a las Víctimas del 11M” aprendo la strada a quello che oggi è un solido e collaborativo network di associazioni europee. Della sua costruzione dobbiamo qui ringraziare pubblicamente Maria Lozano, la sua indefessa direttrice.
Questo network e AIVIETR vi propongono in questa sede una serie di temi, per il primo dei quali, la Voce delle Vittime, voglio ricordare a titolo esemplificativo, un articolo apparso il 6 maggio scorso sul quotidiano ‘La Stampa’ relativo a una storia dimenticata: quella di una vittima del dirottamento della nave da crociera Achille Lauro avvenuto nel 1985 da parte dei terroristi palestinesi di Abu Abbas che uccisero l’ebreo americano Leon Klinghoffer. Rosina Veggia ha trascorso il resto della sua vita tra medici e psichiatri, dimenticata da tutti ma non dalla nostra associazione della quale è socia la figlia Marika Ferretti, qui con noi oggi. In relazione alle vittime dimenticate, tra le testimonianze che seguiranno tra poco, ci sarà quella dell’amico Guillame de Saint Marc: suo padre era sul DC10 d’UTA esploso sul deserto africano il 19 settembre 1989, un attentato attribuito alla Libia di Gheddafi che fece 170 vittime di 18 nazionalità diverse: sei di queste erano italiane. Chi le ricorda in Italia?
Di alcune vittime, specie del terrorismo internazionale, abbiamo difficoltà a reperire persino i nomi come nel caso dei due attentati all’aeroporto romano di Fiumicino del dicembre 1973 e del dicembre 1985: anche in quei casi abbiamo vittime di nazionalità diverse, uccisi in luoghi di extraterritorialità. Credo allora che si importante rimarcare quanto scritto dalla Commissione Europea nel suo memoriale del 2005 “Quando un cittadino della UE è vittima del terrorismo è l'intera comunità dei cittadini dell'Unione ad esserne vittima”. Dare voce alle vittime significa riconoscere loro un primo fondamentale diritto. Ascoltarle è un dovere che ci rende tutti consapevoli cittadini europei e del mondo.

(Luca Guglielminetti)





PROGRAMMA DEL CONVEGNO
POLITICA
Sofri e il valore delle vittime
14 settembre 2008

 Ma io, sapete, non sono mai stato un terrorista.” Conclude Sofri nel suo articolo sul Foglio di giovedì 11 settembre dove attacca quello di Mario Calabresi che raccontava su la Repubblica di mercoledì scorso del simposio delle Nazioni Unite dedicato al supporto alle vittime del terrorismo dove è intervenuto lui stesso, con Ingrid Betancourt e dove la nostra Associazione era presente come osservatore.

Il quesito di fronte alle parole di Sofri è presto posto: fu terrorismo quel atto del 17 maggio 1972?

La risposta non è difficile perché per negarlo Adriano Sofri utilizza proprio la giustificazione classica del terrore. Riferendosi alla bomba di Piazza Fontana ed in particolare alla successiva morte di Giuseppe Pinelli, Sofri giustifica l’omicidio di Calabresi in quanto “fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”. Come è stato osservato da Lucia Annunziata, è dai tempi della rivoluzione francese che tutto il terrorismo rivendica sempre sé stesso “come strumento di giustizia”. Di fronte ad una ingiustizia, quale sicuramente resta la morte nella questura di Milano dell’anarchico Pinelli, il terrorista o il gruppo terrorista, alza la mano per uccidere e vendicare in nome della giustizia pubblica. Quella giustizia assoluta, da raggiungere machiavellicamente con ogni mezzo, insita nei fini ideologici dietro i quali, di volta in volta, i vari terrori si sono presentati al cospetto della storia, con i nomi di virtù repubblicana, di rivoluzione comunista e oggi di Jiaad.

L’argomentazione di Sofri gioca poi su una corda altrettanto pericolosa, quando insiste sulla responsabilità di Calabresi nel caso Pinelli. Al di là della falsità, già tempestivamente rilevata da Gerardo D'Ambrosio, giudice istruttore al tempo dei fatti, egli indirettamente avvalla la logica tipica del terrorismo rosso che, al contrario di quello nero con le bombe e le stragi, cercava consenso alla sua azione rivoluzionaria attraverso azioni che non colpissero innocenti, ma obiettivi in qualche modo responsabili di una qualche ingiustizia.

il prof. Angelo Ventura già nel 1986 segnalava che: “Gli studiosi delle forme di violenza politica conoscono bene la tendenza dell’opinione pubblica a criminalizzare la vittima, per rassicurarsi ed esorcizzare il pericolo, convincendosi che in fondo la vittima qualche cosa deve pur aver fatto per meritarsi la violenza. È questo uno dei principali effetti psicologici che intende ottenere il terrorismo, secondo un meccanismo già largamente sperimentato dallo squadrismo fascista...”

Adriano Sofri sa benissimo che ai tempi, al contrario della violenza politica degli scontri di piazza, un grossa parte dell’opinione pubblica giudicò meritorio l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, e così scrivendo ancor oggi si ostina ha porre le vittime su una linea valoriale, per cui la vita di Pinelli vale più di quella di Calabresi, perché questo ultimo avrebbe avuto delle responsabilità che il primo non aveva.

Non è così. Non lo è non solo per gli atti processuali, ma da un punto di vista morale: le vittime non possono essere giudicate mai in relazione alla causa dei terroristi, Noi rivendichiamo il valore assoluto del dolore delle vittime, senza che nulla di esterno possa servire a relativizzarlo.

Concludiamo sottolineando che Adriano Sofri ha fatto bene a ricordare “le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose” che si lanciarono al suo seguito nella campagna d’odio contro il commissario Calabresi e che raggiunsero la ragguardevole quota di 800 quando, nel 1971, sottoscrissero un documento pubblicato sul settimanale l'Espresso in più riprese, in cui il commissario Luigi Calabresi, veniva definito "commissario torturatore" e "responsabile della fine di Pinelli". Nei decenni successivi pochissimi sono stati quelli che si sono pentiti di quella sottoscrizione, qualcuno l’ha difesa fin in tarda età, ci ricorda Sofri, ma soprattutto molti di quei firmatari, oggi classe dirigente a sinistra e a destra, sono chiamati con le parole di Sofri, cioè di chi è stato condannato in sede giudiziaria quale mandante materiale, a rispondere sul proprio ruolo di mandante morale.

Lo faranno? O correranno in soccorso di chi, da un certo punto di vista, è stata immolato come vittima sacrificale di un bel pezzo della coscienza politica e civile del nostro paese.

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