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C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
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CULTURA
La «rivolta» 50 anni dopo: Zygmunt Bauman, sul lascito di Albert Camus
9 gennaio 2017


na riflessione del sociologo della «modernità liquida», Zygmunt Bauman, sul lascito del grande scrittore francese, morto prematuramente a 47 anni in un incidente d’auto il 4 gennaio 1960, ma i cui romanzi aiutano a riconciliarsi con le stranezze e le assurdità del mondo che abitiamo.


Zygmunt Bauman, da «Le Nouvel Observateur» (traduzione di Anna Maria Brogi da l'Avvenire del 28/12/2010)

QUI SUL NUOVO CAFFE' LETTERARIO



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permalink | inviato da hommerevolte il 9/1/2017 alle 19:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
Lo storytelling riformista appaltato e superficiale di Matteo Renzi
7 dicembre 2016


I'ex direttore de "la Repubblica", Ezio Mauro, ieri nel suo lungo articolo di fondo focalizza la responsabilità di Matteo Renzi nel suo spavaldo e semplificatorio post-linguaggio, alla cui origine pone la carenza culturale.

Ho fatto politica attiva saltuariamente nella mia vita: l'ultima in appoggio a Metteo Renzi quando perse le prime primarie del PD, sul presupposto illuminista che ci fosse coerenza tra pensiero (cultura) ed azione (politica). Quando domenica notte ho sentito che nel suo intervento sulla sconfitta referendaria l'unico riferimento culturale è stato al fondatore dei boy scout, Baden-Powell, mi è venuto in mente il dubbio espresso nel 2012 sulle fondamenta culturali del Renzi autore del pamphlet "Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter".
Allora i fondamenti culturali ivi citati, a parte i personaggi storici fiorentini, erano due giganti: Albert Camus e James Hilman e mi domandavo se si trattasse di un testo scritto da lui o da
un ghost-writer, e scrissi: "La risposta la potrà fornire solamente il tempo, con la sua famosa galanteria".

La risposta l'ha sancita il risultato di domenica: la cultura non la si può appaltare a terzi. Nella fattispecie a quello che probabilmente è il ghost-writer del libro e il consigliere dell'allora sindaco e poi premier, Giuliano Da Empoli.

La cultura socialista che emergeva piuttosto netta nel primo Renzi, quello delle prime Leopolde, e che ricordava
l’alleanza riformista fra il merito e il bisogno del celebre discorso pronunciato da Claudio Martelli in occasione della conferenza programmatica del partito socialista che si tenne a Rimini nel 1982, è risultata più uno storytelling di superficie suggerito appunto da Giuliano Da Empoli ed ancora utilizzato un mese fa per motivare la manovra in  votazione oggi al Senato, ma la sostanza di Renzi è quella emersa alle strette di fronte al disastroso risultato del referendum costituzionale: la cultura scout da "Old boy network", quello che viene chiamato "Giglio magico". Buona per governare ragazzi, ma non un Paese.

politica interna
Il rapporto della sinistra con la violenza dagli anni di piombo a oggi
2 novembre 2014
Non si può recensire il libro di Luigi Manconi del 2008, Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale 1970-2008, senza sottrarsi alla lettura di un altro saggio breve che viene ripreso nel secondo capitolo del libro a proprosito del mito della "perdita dell'innocenza" a seguito della Strage di Piazza Fontana. Si tratta del testo di Anna Bravo, Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci, pubblicato pochi anni prima, nel 2004, sulla rivista di studi storici Genesis, qui reperibile.
Siamo di fronte a due testi frutto dell'elaborazione di due studiosi che hanno in comune la passata militanza in Lotta Continua, che sono quindi coinvolti soggettivamente in ciò su cui riflettono, ma che si connotano entrambi come primi seri tentativi di critica, certo anche auto-analisi e auto-critica, che rappresentano un salto netto qualitativo rispetto alla precedente cospicua mole di letteratura di e su quell'area politica: tanto quella prodotta da altri ex militanti (da Sofri a De Luca) sia dei tentativi di analisi esterni come quella di Aldo Cazzullo.


PARTE PRIMA

Entrambi gli Autori fanno i conti per la prima volta "con il rapporto irrisolto con la violenza. Non la violenza che lo stato e i gruppi neofascisti hanno rovesciato sui movimenti, non la violenza esercitata contro il corpo delle donne, ma quella di cui in vario grado portiamo una responsabilità per averla agita, tollerata, misconosciuta, giustificata – una questione che è rimasta fuori o ai margini estremi della ricerca storica e della riflessione politica." Anna Bravo si chiede perché negli anni Settanta sia mancato un pensiero originale sulla questione- violenza, perché il '68 non abbia avuto uno sbocco non violento: "sarebbe bastato guardarsi intorno per incontrare teorie e pratiche altre da quelle del marxismo ortodosso o critico, per scoprire le opere di Gandhi, Thoreau, del nostro Capitini, la disobbedienza dei radicali, e La banalità del male di Hannah Arendt, dove si racconta come in Danimarca migliaia di persone, in genere senza alcuna esperienza di clandestinità, si fossero mobilitate, nel 1943, per traghettare in Svezia i loro concittadini ebrei, facendo meglio e di più di qualsiasi organizzazione armata." Invece quello che è capito è ben descritto in questo passo: "Sarebbe futile dirottare ogni responsabilità sulla tradizione rivoluzionaria, marxista, comunista, della violenza, su quegli intellettuali maturi e autorevoli che condividevano le aspettative palingenetiche, su quell’unico partigiano che dichiarava in interventi pubblici di aver consegnato dopo la liberazione soltanto i “ferrivecchi”. Ci siamo scelti determinati maestri e compagni di strada (e per alcuni di loro i movimenti sono stati a loro volta maestri) perché ci riconoscevamo profondamente nell’ideologia della violenza riformatrice, fatta uomo nella figura del partigiano, del combattente di Spagna, del comunardo, del ribelle risorgimentale, del cittadino in armi della rivoluzione francese - un condensato di combattentismo maschile vissuto come cifra naturale della lotta.".

La tesi giustificazionista della scelta violenta della "fine dell’innocenza" dopo la strage di Piazza Fontana, con la morte di Pinelli e l'accusa agli anarchici, scrive Anna Bravo che "è una verità parziale". La teoria dell'innocenza di chi reagisce violentemente all'ingiustizia della stage "di Stato", quella del “tutti colpevoli” per l'omicidio Calabresi, che può facilmente rovesciarsi in “nessun colpevole”, sono "costruzione in cui l’idealizzazione nostalgica e il desiderio di preservare un’autoimmagine positiva sono tenuti insieme da qualche vuoto di memoria."
Posizione analoga a quella di Luigi Manconi che della Stage di Piazza Fontana parla in termini di fattore di "accelerazione", di "precipitazione" verso l'uso della violenza: un "mito delle origini" quello dell'innocenza che nasconde in vero un'ovvietà: che negli anni Settanta sia mancato "Un pensiero originale sulla questione-violenza", scrive Manconi citando la Bravo.

Il discorso è sviluppato da Manconi nei capitoli successivi, come quello sul ruolo del mito resistenziale e successivo, nei quali al fine di marcare l'ipotesi del suo lavoro di una continuità tra primo e secondo terrorismo (cioè tra le varie fasi di evoluzione della Br tra il 1970 al 2007), giunge a denunciare precisamente il "punto dolente": l'interdizione all'uso delle violenza offensiva e rivoluzionaria non è solo mancato negli anni Settanta, ma "nemmeno successivamente è stato elaborato: lo si è dato per implicito e scontato (all'interno del PCI, ad esempio); è stato affrontato negli anni più recenti da Rifondazione comunista; e, per quanto riguarda i "nuovi movimenti", soltanto in alcuni (penso a Lilliput) la problematica risulta centrale e qualificante. In altre parole, si può dire che non esista nelle culture cui fanno riferimenti i movimenti sociali, che qui considero, un'adeguata interdizione culturale e morale nei confronti del ricorso all'illegalità e allo stesso esercizio della violenza. Non esiste, direi, una interdizione assoluta, un veto inappellabile, un vero e proprio tabù."
La legittimazione morale del ricorso alla "violenza giusta" è invece stata alimentata da "alcune importanti tradizioni politiche e culturali (da quella di ascendenza marxista a quella di ascendenza cattolica). Anna Bravo vi aggiunge una ascendenza antropologica "maschilista", cui il mondo femminista negli anni Settanta aveva cercato di porre qualche distinguo più che argine.

Certamente ci sono ancora dei limiti in queste due, come nelle altre analisi degli ex militanti, che lo stesso Manconi denuncia: costituiscono "un sistema complesso di "spiegazioni e "giustificazioni": e combinano variamente continuità e discontinuità, memoria di ieri e percezione di oggi". Ai quale si aggiungono i vuoti di memoria, di cui parla la Bravo.

Credo che, al di là del loro oggettivo valore, in queste due (auto) analisi manchi anche solo un accenno ad una ipotesi direi assolutamente legittima: se non fosse scoppiato il caso Sofri-Calabresi, con l'auto denuncia di Leonardo Marino nel 1987, avremmo avuto lo sviluppo di queste riflessione in seno a LC?
Inoltre, l'alto livello di coesione di gruppo di Lotta Continua, anche dopo la lettura di questi due testi, non toglie l'impressione di un'aura di omertà persistente che aleggia ancora intorno ai fatti di cui LC fu responsabile e che fatica ancora a distinguerne e denunciarne responsabilità individuali. Per dirla con Primo Levi, manca loro un certa autoconsapevolezza di essere esponenti di una "zona grigia" di sopravvissuti come “peggiori”.
E poi sempre assai sorprendente quando si parla di mancata cultura della non violenza, che due intellettuali, ancora riescano ad omettere la figura di Albert Camus da quel panorama di alternativa possibile in cui Anna Brava trova il posto per Rudi Dutschke, Jan Palach, Gandhi, Thoreau, Capitini, Hanna Arendt e Simone Weil. (Camus, dunque, questo sconosciuto al sessantotto, cui anche Goffredo Fofi e Paolo Flores D'arcais non sono riusciti evidentemente a trarre alcun beneficio in termini di riflessione sull'uso delle violenza politica. L'uomo in rivolta, gli articoli sulla stampa relativi alla terrorismo algerino, paiono ancora intellegibili agli ex giovani dei movimenti)

PARTE SECONDA

Il contributo dei due testi riserva però anche altri spunti positivi ed interessanti: quelli relativi alle vittime del terrorismo e delle violenza politica.

"Anche se non si può separare il terrorismo dal clima di quegli anni, mi pare che alla parola dei suoi esponenti, donne e uomini, vada dato uno spazio a sé; sapere di aver ucciso è una condizione fronteggiabile solo con un salto di coscienza che parta dal dolore per l’irreparabile che si è commesso. Ne ho trovate poche tracce nei loro scritti e interviste, dove la coscienza della responsabilità è soffocata dall’enfasi sulla dimensione soggettiva e sulla nuova persona che ormai si è, dall’insistenza sul contesto di allora e sugli errori di analisi politica, più che sui crimini che ne sono derivati. Le vittime stanno fuori o sullo sfondo…", scrive Anna Bravo.
Luigi Manconi va molto oltre.
Già in premessa scrive: "trattare del terrorismo senza considerare il punto di vista delle vittime è operazione non solo parziale ma, probabilmente, fallace." Il suo libro vuole infatti trattare il fenomeno terrorismo che "va analizzato non solo dalla parte dei suoi attori precedente, attuali e potenziali, ma - contemporaneamente - dalla parte del sistema politico e delle vita sociale e dalla parte delle vittime."
Nel definire la stagione del terrorismo rosso, "una ferita che - lungi dal rimarginarsi - ha rischiato piuttosto di incancrenirsi (..) per la scia lunga e dolente di sofferenze", l'Autore precisa che "Appartengono a quella scia, innanzitutto, la schiera delle vittime e dei familiari delle vittime; e vi appartengono anche, su un altro piano, le vite spezzate degli "ex combattenti"." Sottolineo la precisazione, "su un altro livello", visto che frange di ex terroristi tendono a considere vittime solo loro stessi ancora oggi.
L'Autore precisa che utilizza il termine "combattenti", non perché in Italia ci sia stata una guerra o una rivoluzione, ma quella che definisce "una guerra civile simulata", per Manconi sinonimo di una lacerazione profonda del "patto sociale", che in quanto fatto non esclusivamente criminale, avrebbe richiesto da parte delle istituzioni dello Stato, pur senza fornire ai brigasti alcun riconoscimento politico sul piano giuridico, almeno una capacità di risposta che non si limitasse alla repressione giudiziaria. Una risposta dello Stato che fornisse loro un valore politico e sociale per agevolare una relazione con i terroristi in grado di essere più flessibile in occasione come quella del rapimento Moro, e soprattutto di affrontare l'uscita dagli anni di piombo con "una grande opera di "riconciliazione" che, nel nostro paese, invece non fu né realizzata né tentata.(…) A metà degli anni Ottanta (…) lo scampato pericolo e il conseguente sollievo determinano rimozione. Si crea un autentico buco nero, nel quale precipita un'intera fase storica, con i sui lutti e con le sue domande senza risposta." Il retaggio di quella fase è descritto dall'Autore, come "pesante, "resistente", in cui il dolore dei familiari delle vittime resta inchiodato dallo scarto tra l'aver subito un lutto "per ideologia" e la misura della pena inflitta al responsabile. Le vittime e i loro familiari sono quindi "immobilizzati in quel dolore, al quale non è stato dato alcun rilievo pubblico - alcuna funzione di testimonianza civile e di monito morale - se non nel momento delle esequie." Lasciandole nella "solitudine privata e la smemoratezza pubblica".
Il caso del libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, è considerato dall'Autore un caso raro di riconciliazione, "che opera positivamente per tutelare la memoria dei propri cari", al contrario dello Stato che non ha voluto "voltare pagina", ha preferito "il ritorno ad una normalità di superficie"."E' successo così che, periodicamente, una ferita non ancora rimarginata abbia ripreso a sanguinare" e ogni volta "le passioni sembrano avere la meglio sui tentativi di ricostruzione storica, si analisi sociologica, di mediazione e di ricomposizione politica". Una vera e propria reticenza "verso una discussione aperta", è la cifra che ha contraddistinto l'atteggiamento verso la questione del terrorismo: "tema critico e nervo scoperto di alcune tradizioni politiche e culturali, o di loro importanti componenti".
Conclude Manconi: "Insomma, la mancata riflessione ed elaborazione a proposito della "violenza rivoluzionaria" e della "violenza reazionaria" si sono alimentate, e continuano ad alimentarsi reciprocamente" privando il paese di una vera "pacificazione, che da una parte restituisca i "prigionieri"e dall'altra, "ancor prima", riconosca alle vittime il ruolo politico, morale, istituzionale e simbolico loro dovuto. Quello delle vittime, Manconi è assai chiaro, è stata una questione di "mancato spazio pubblico", cui solo nel 2004 è apparsa una prima controtendenza costituita dall'approvazione della legge n.206, precisa l'Autore. Le vittime "Nella memoria di quella "tragedia nazionale" sono - avrebbero dovuto essere, potrebbero ancora essere - anche altro (che semplice "parte lesa"): ovvero i soggetti che, in quanto più crudelmente feriti, più sarebbero in grado di contribuire a sanare quella stessa ferita".
L'Autore è consapevole che il tempo per "fare come il Sudafrica" sono scaduti, e pur con tutti i distinguo del caso italiano, giunge a proporre un "progetto verità", per perseguire una "riconciliazione" che giustamente precisa "non chiede di necessità - come esito inevitabile né, tanto meno, come condizione preliminare - la concessione del "perdono"."
Un progetto di commissione parlamentare di studio e di alto livello che raccolga le storie dei vari attori di quelle vicende, in seno al quale dare alle vittime un ruolo pubblico "altissimo e determinante".
In questo modo: "Le vittime e i familiari delle vittime, dunque, come protagonisti di quell'opera di ricostruzione storico-politica, di cui rappresenterebbero l'elemento cruciale e ineludibile, il "fattore umano" non cancellabile. Da ciò potrebbe discendere una intensa funzione pedagogica, un forte ruolo testimoniale, un denso significato di ammonimento: e la continuità non dimettibile di un messaggio della memoria".
Questa proposta per Manconi è fondamentale anche in prospettiva futura: il suo libro infatti traccia la continuità tra vecchie, nuove e nuovissime Brigate Rosse, giungendo a considerare anche possibili alleanze con il terrorismo jihadista.
Fare chiarezza sull'uso della violenza e chiudere i conti con l'uso che ne è stato fatto negli anni di piombo è quindi un prerequisito per la sua conclusione: non sarà possibile bandire completamente il terrorismo, ma "ridurlo a un ferrovecchio - che può fare assai male, come tutte le lame arrugginite - è possibile".

E' interessante aggiungere a proposito del ruolo testimoniale e pacificatore delle vittime, la nota di Anna Bravo sulla loro qualità narrativa. In una intervista dello stesso anno alla rivista Lo Staniero, sottolinea:
"Quello che mi indigna è il fascino che i reduci del terrorismo sembrano esercitare sui media. Su di loro si scrivono libri, si fanno film, si pubblicano loro interviste. E sono per lo più povere cose, parole di aspiranti caporali. Sulle vittime invece, quasi silenzio. Eppure sono molto più “interessanti” Guido Rossa, Bachelet, Casalegno che non i loro assassini – dico interessanti proprio nel senso di narrativamente ricchi, non nel senso di umanamente nobili. Credo che in nessun altro periodo si sia dato tanto spazio ai “cattivi” e così poco alle loro vittime."

Quasi un decennio separa l'oggi da questi due testi. Nel frattempo molte vittime, in particolare figli e figlie delle vittime, hanno scritto e testimoniato; la memoria pubblica delle vittime ha guadagnato spazi pubblici nelle targhe in ricordo dei caduti in molte città, e le associazioni delle vittime hanno da tempo iniziato la loro opera pedagogica nella scuola. Manconi stesso ricorda l'istituzione del Giorno delle Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, nel 2008, che ogni anno il 9 maggio viene celebrato ad alto livello istituzionale. Tutto ancora con molti limiti, difficoltà e frizioni, retaggio di quanto descritto bene da Manconi. Da allora, però, il dato più importante che è emerso, come ho già avuto modo di sottolineare altrove, è quello che l'analisi dei terrorismi italiani sia diventato oggetto di ricerca delle nuove generazioni, prive di conoscenza diretta e soggettiva dei fatti. Questo distacco è la garanzia migliore per la memoria delle vittime e la qualità storiografica o sociologica degli studi in materia.
letteratura
Intervista a Catherine Camus. Mio padre: solitaire, solidaire
30 gennaio 2014

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permalink | inviato da hommerevolte il 30/1/2014 alle 16:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
Dalla diaspora socialista all'ascesa di Metteo Renzi
6 gennaio 2014
Premessa

Non sono riuscito mai a vedermi come giornalista o blogger. Semplicemente da cittadino appassionato di politica, con pregressi giovanili tali da avermi reso consapevole delle necessità di tenermi a debita distanza, e da lavoratore della conoscenza, con pregressi studi sul ruolo delle gazzette nell'Europa dei Lumi tale da avermi reso consapevole dell'importanza della circolazione delle idee, mi sono trovato, come sono ora, dietro la tastiera di un computer a trascorre gran parte del mio tempo.

A metà degli anni '90 la stagione giacobina e ipocrita di Tangentopoli, da una parte, e l'avvento di Internet, dall'altra, mi avevano indotto, politicamente, a diventare socialista, di quelli cattivi, cioè craxiani, e, professionalmente, a diventare un utilizzatore del web, allora mezzo esclusivo di informatici, come strumento mezzo di comunicazione e design.
Entrare nella sede storica del PSI di Corso Palestro a Torino, ormai frequentata da pochi reduci, e fondare la web farm, Kore Multimedia, sono stati due passi paralleli, tali per cui si aprì la possibilità di sperimentare il nuovo media ponendolo a disposizione delle idee che valutavo da difendere e promuovere verso quella élite, allora definita cybernauti, scommettendo sul fatto che sarebbe diventata una più ampia agorà telematica aperta a tutti i cittadini.

Seppur i primi siti sia politici che culturali, con relativi testi, risalgano al 1996/7, rileggendo il complesso degli scritti ho rilevato un ciclo temporale omogeneo negli undici anni definiti (2000-2011): il 19 gennaio 2000 muore Bettino Craxi e pochi giorni dopo apre il portale Socialisti.net e, in seguito, la nuova versione della web-zine Caffè Letterario. A questi, nel contesto di una dimensione collettiva con una specie di redazione (a ranghi ridotti e spesso virtuali), si aggiunge il mio blog Homme Révolté, a partire dal 2006, in quella individuale che non mi ha mai troppo entusiasmato. Del resto i primi due iniziavano a languire fino quasi a mummificarsi negli ultimi anni. Il ciclo del mio impegno politico stretto si chiude in vero non nel 2011 ma nel 2012, quando ho costituito un comitato di socialisti a sostegno di Matteo Renzi per le primarie del centrosinistra:  di quell'anno infatti ho aggiunto in coda un solo testo: la recensione a "Stil Novo". Un libro che mi fornisce l'impressione di chiusura del cerchio: magari solo una impressione illusoria, ma più probabilmente si tratta almeno di una sincrona lunghezza d'onda.

Tecnicamente questa raccolta è una selezione degli scritti che omette i più pedanti o partigiani, quelli presenti in altre raccolte, come quelle sulla poesia e sull'attività della Società Fabiana, quelli che non ho scovato tra le decine di migliaia di post, nonché gli scritti in altri ambiti lavorativi, in particolare tutti quelli sul terrorismo, la radicalizzazione e la sue vittime, che dominano ormai il mio lavoro e il mio blog negli ultimi anni. Alcuni testi saranno più comprensibili ai pochi addentro alle storie della diaspora socialista con i suoi partitini. Ma il senso generale dei testi mi pare risulti di una qualche utilità per leggere le difficoltà della sinistra storica in quegli anni e scorgervi qualche premesse dell’ascesa di Matteo Renzi oggi.

Devo precisare che per me la scrittura era un corollario di una attività che privilegiava la disseminazione on-line di testi altrui. Non ho seguito corsi di scrittura creativa alla scuola Holden, né mi sono mai curato troppo dello stile e della forma di questo testi destinati a forum e blog in una logica di sperimentazione cui allora non era codificato alcun professionismo.
In ogni caso, un debito di riconoscimento lo devo esprimere verso Roberto Turino che, dalla sua esperienza di giornalista e dal ruolo di presidente dell'associazione che gestiva Socialisti.net, ha provato a darmi consigli e suggerimenti di scrittura, con esiti incerti dovuti certamente alla mia testardaggine. Mi scuso in anticipo per refusi, errori e frasi circonvolute (non me la sono sentita di chiedere un revisione di questi testi a chicchessia).

Evito un bilancio amaro di queste esperienze: la diaspora socialista resta irrisolta e soprattutto la cultura si trova per lo più ancora avvolta nello stridulo suono degli intellettuali del piffero, secondo la dizione di Luca Mastrantonio nel suo recente pamphlet. In effetti il suo libro su "come rompere l'incantesimo dei professionisti dell'impegno" è stato la molla che mi ha indotto a raccogliere la presente selezione di testi.
Il bilancio ha tratti anche positivi: il numero di contatti nel 2001 di Socialisti.net: oltre un milione di pagine visitate nell'anno. Le persone che si sono attivate a scrivere sui vari forum o inviare i loro testi per le rubriche del Caffè: alcune le ho poi conosciute di persona, altre sono rimasti amici/che virtuali, ritrovati più tardi su Facebook. Alcuni testi di cui sono orgoglioso che sono stati ripresi da altri siti o giornali (non solo l’Avanti di Lavitola!), o la presentazione di James Hillman che è stata la prima in italiano sul web e la prima in testa ai motori di ricerca per molti anni.

In fondo, seppur Socialisti.net abbia avuto per qualche anno un piccolo contributo mensile da Bobo Craxi, il grosso dell'attività me lo sono permesso in quanto avevo alle spalle la mia micro azienda: precaria sempre, ma viva e vegeta ancora oggi dopo 18 anni. Per cui mi sento di affermare con tutta franchezza, che l'esperienza dietro l'eco di questi testi, la posso definire al massimo semi-professionismo dell'impegno. La purezza di militanza la lascio volentieri ad altri sperando che, in quando pericolosi, siano piccole schiere.


politica interna
I solidi numi tutelari di Matteo Renzi
13 ottobre 2012
Matteo Renzi Stil novo[Mentre i renzini* di Torino si riuniscono pubblicamente per presentare i primi 100 Comitati, in modo tale da ottenere qualche riga sui media locali,] questa mattina mi accingo ad affrontare la lettura di Stil novo, pamphlet di Matteo Renzi che, utilizzando l’artifizio del “ping pong tra passato e presente”, mixa la storia di Firenze con ciò su cui è intervenuto come sindaco e con quello che vorrebbe fare per l’Italia.

Il libro manca di un indice dei nomi, ma non è gran fatica ricavarlo. La chiave di interpretazione del testo infatti si può determinare facilmente segnandosi i nomi degli uomini di cultura citati. Solo i moderni, al netto dunque di quelli della storia fiorentina, cioè dei vari Dante, Machiavelli, Savonarola, Cellini, etc. che hanno una funzione aneddotico-comparativa. Basta allora trovare i primi due nomi per comprende il sottotitolo: “La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter”.

Pur in un testo dal registro diretto e basso, non siamo di fronte alla declinazione della bellezza di un Celentano, né a quella astrattamente romantica di un Rilke: i primi due nomi che si incontrano sono quelli di Albert Camus e di James Hillman. [Chissà se i vari agit-prop piemontesi, dal consigliere regionale Gariglio al sindaco Catizone, hanno mai letto una riga de L’uomo in rivolta o di Politica della bellezza?]

Difficile non restare positivamente sorpresi: sono i due autori tra i più coltivati dal Caffè Letterario da oltre dieci anni (si veda http://www.kore.it/caffe2/Psiche_Polis.htm). Mentre è più facile ora comprendere la difesa del ‘corpo docenti’ e l’ironia snob della recensione a Stil novo di Claudio Giunta sul supplemento domenicale del Sole24Ore del 12 agosto scorso (http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-08-12/renzi-politica-incultura-082002.shtml?uuid=AbGvpLNG&fromSearch ). I due nomi di Camus e Hillman sono accuratamente evitati in tale recensione, si tratta, infatti, di due delle rimozioni principali dell’intellighenzia italiana nell’ultimo mezzo secolo. Specialmente il primo in relazione alla generazione del ’68: quella oggi al comando del paese. Anche il dubbio che dietro il libro ci sia qualche aiuto, è lecito, ma è irrilevante o meno? Certamente postare su un social network non è come scrivere un libro. Ma come determinare il peso tra il pensiero dell’autore ufficiale e quello del ghost-writer? La risposta la potrà fornire solamente il tempo, con la sua famosa galanteria.

Un aneddoto. Su Hillman, segnalo la sua stessa precisazione in prefazione: “Fu però soltanto nell'ottobre del 1981 che iniziò a prendere forma un'intuizione psicologica più profonda, sotto gli auspici ispiratori di Francesco Donfrancesco, che ha curato questo libro, e di Paola Donfrancesco, che con passione lo ha tradotto. In Palazzo Vecchio, a Firenze, mi fu offerta infatti la possibilità di elaborare abbastanza distesamente quell'intuizione che ha finito per diventare Politica della bellezza”. C’è quindi un curioso legame che lega la Firenze che ispira il pensatore americano che ispira, 30 anni dopo, il sindaco della città.

I due autori sono certamente legati pur nella diversità generazionale e di approccio, ma non mi risulta che nessun saggio accademico li abbia mai finora accostati. E’ stato fatto solo in rete, sul nostro NCL olte un decennio fa, ma per fortuna anche di recente, come riportato dalla giovane blogger Silvia Quaranta (http://silviettapd.wordpress.com/2012/07/11/bellezza-e-rivoluzione-il-mondo-ha-bisogno-di-entrambe/). Che Camus e Hillman si ritovino oggi tra i numi tutelari di Matteo Renzi cerco di leggerlo dunque come un buon presagio [contrariamente ai Comitati locali del PD che lo sostengono]. Il segno indiscutibile che lo iato generazionale, politico e culturale con l'attuale classe dirigente del PD e del paese, oltre ad essere incolmabile, appoggia almeno su solide fondamenta.


POLITICA
Ragazze in rivolta
18 gennaio 2012

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CULTURA
Camus raddoppia sul Corsera
18 dicembre 2011

Camus raddoppia sul Corriere della Sera di oggi. Tanto un articolo nella pagina culturale quanto un altro nel supplemento domenicale "La lettura", si riferiscono a Albert Camus.

Quello di Marzio Breda è il più interessante: lì Camus è connesso con Alberto Cavallari, il quale è connesso con il Corriere (che ha anche diretto), con  Walter Tobagi, con Craxi…

Speriamo lo mettano on line...
...ECCOLO

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politica estera
Il soldato Shalid e le vittime stupide di Yehoshua
19 ottobre 2011

ABRAHAM YEHOSHUA su "La Stampa" di ieri nella disamina delle diverse posizioni in campo della opinione pubblica israeliana sullo scambio tra il soldato Gilad Shalit con mille prigionieri palestinesi, dimentica un particolare che denota un deficit assai tipico degli intellettuali di sinistra.

Suddivide gli oppositori allo scambio in tre categorie, in merito alla prima sostiene "è composta da coloro che vedono nei prigionieri palestinesi criminali assassini che non meritano il perdono e il cui rilascio sarebbe un errore sia da un punto di vista legale che morale nonché un terribile colpo per i parenti delle vittime innocenti. Tali persone sarebbero quindi inevitabilmente disposte a far sì che il prigioniero rimanga in mano ai suoi carcerieri. C’è da dire che benché questa presa di posizione non sia molto comune ha comunque alcuni sostenitori anche fra chi non appartiene ai circoli della destra."


Arnold et Frimet Roth, non credo facciano parte dei circoli di destra. Ho consciuto Arnold un paio di anni fa a Parigi in occasione di un convegno internazionale organizzato da associazioni vicino a posizione trozkiste, ma assai sensibili al problema del terrorismo e delle sue vittime. I due coniugi hanno fondato in Israele "the Malki Foundation": una fondazione che si occupa di bambini disabili dedicata a loro figlia uccisa in un attentato  al ristorante "Sbarro" di Gerusalemme. Malka Roth aveva 15 anni, quando il 9 agosto 2001 un palestinese ha innescato la sua cintura esplosiva nella pizzeria nel centro di Gerusalemme. Malka è morta sul colpo, insieme ad altre 14 persone, mentre oltre 100 rimasero gravemente feriti. L'attentatore è morto anche nell'esplosione. Ma Ahlam Tamimi, il palestinese travestito da turista che ha portato la bomba nel ristorante affollato fu arrestato. Ed ora è nella lista dei palestinesi rilasciati.

Così Arnold non può che dire a tutto il mondo le seguenti parole: "Le vittime del terrorismo  meritano giustizia -dice con calma Arnold Roth- Siamo naturalmente, come tutti gli altri, felici che Gilad Shalit ritorni a casa. Ma ci dimentichiamo che il suo rilascio è solo una piccola parte di una storia molto più grande in cui le vittime vengono dimenticate. Abbiamo l'impressione di essere presi per stupidi".


Anche ABRAHAM YEHOSHUA le prende per stupide.

Le vittime non possono scivolare in secondo piano: non possono essere considerate, né da un governo, men che meno da un uomo di pensiero, un target marginale. Le vittime sono la parte della società civile che in modo assolutamente casuale viene colpita a morte da un atto di terrore rivolto contro lo Stato in cui vivevano.

Se lo Stato vuole dimenticarle, per un atto simbolico verso il suo esercito, o verso un solo cittadino-militare, è liberissimo di farlo, ma deve sapere che lo fa minando la coesione sociale tra i suoi cittadini. Questo, un intellettuale dovrebbe capirlo: questo è il defcit di cui sopra. Il suo compito sarebbe sollevare la contraddizione e la dimensione tragica del dilemma posta dalla situazione. In certi casi, cioè, semplicemente non ci si schierare, come ha insegnato Albert Camus proprio in merito ad un altro terrorismo: quello algerino. 

CULTURA
Bordate filosofiche
29 agosto 2011
Franca D’Agostini su MicroMega:
"(...) Da un certo punto di vista, la sfida era ancora quella antica, che sempre ha portato avanti la filosofia contro la presunzione di sapienza da parte del Potere, e delle sue menzogne. Il Novecento dubitò che la parola “filosofia” potesse ancora svolgere questo compito critico e innovativo. Invece, in ogni epoca, il fatto che nelle società democratiche esista ancora una filosofia (almeno nominalmente) può essere la garanzia che questa sfida resti aperta. O almeno, così credo. In ogni epoca la filosofia ha il compito di rilanciare la posta, con nuovi linguaggi, nuove categorie, nuove analisi dei suoi concetti fondamentali, come realtà, verità, bene, giustizia, ecc. che mobilizzano i significati istituiti. Ma certo deve esserci filosofia, non soltanto in senso nominale: non basta citare a casaccio qualche Kant e Hegel. E con ciò ritorniamo all’inizio. Spacciare per filosofia un sociologismo superficiale, che spara con furbizia etichette di comodo, è a mio avviso l’errore di fondo. Credo che Vattimo, e Ferraris, sappiano fare di meglio. O no?"

Segnaliamo la "antica" recensione ad Analitici e Continentali della stessa autrice sul Caffé Letterario e l'intervento di Paolo Flores D'Arcais, La terza via di Camus, su La Repubblica del 26 agosto.
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