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LAVORO
Training su prevenzione della radicalizzazione in carcere
16 gennaio 2019

Corsi di formazione sulla prevenzione della radicalizzazione nelle carceri nel quadro del progetto europeo FAIR
LAVORO
Formazione su prevenzione e contrasto dell'estremismo violento
22 ottobre 2016
Non si nasce terroristi, né si tratta di pazzi o di emarginati sociali allo sbando. Dall’analisi delle loro biografie sono invece stati tratti dei modelli che ci descrivono la pluralità di concause e gli stadi successivi per cui un soggetto si radicalizza fino a giungere ad unirsi ad un gruppo terrorista. Da questi modelli sono stati tratti approcci e pratiche atti alla prevenzione e al contrasto di tale processo nei gruppi di giovani a rischio (CVE/PVE – Counter/Prevent Violent Extremism), che affiancano gli strumenti securitari tipici della lotta al terrorismo.
I tre pilastri del CVE sono:
- Disseminare sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la propaganda jihadista, con la promozione on-line di contro-narrazioni prodotte dalla società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.
In tutta Europa sono stati sviluppati corsi di formazione per accrescere la consapevolezza e la comprensione tra gli operatori di prima linea (insegnati, polizia locale, operatori della società civile, educatori, personale penitenziario, assistenti sociali, ...) che hanno responsabilità verso i giovani vulnerabili alla radicalizzazione violenza che può portarli alla pratica terroristica.

Tutti i corsi svolti e proposti nascono dall'esperienza della rete e centro d'eccellenza RAN (Radicalisation Awareness Network) un'organizzazione ombrello promossa nel 2011 dalla Commissione Europea (DG HOME), composta da attori locali, professionisti, esperti, ricercatori e gruppi della società civile – il cui scopo è quello di aumentare la forza delle comunità e la loro resilienza di fronte alla sfida dell'estremismo violento.

Per informazione sui corsi: Luca Guglielminetti, info@kore.it

  • FORMAZIONE PER DOCENTI DI SCUOLE SECONDARIE DI 2°GRADO: RADICI, RADICALIZZAZIONI E TERRORISMO: UNA DIDATTICA DI PREVENZIONE, accreditato dagli URS di Piemonte e Friuli Venezia Giulia - 36 ore totali - Ente promotore: Educaforum;
  • Formazione per il personale delle organizzazione della società civile : PREVENZIONE E CONTRASTO DELL’ESTREMISO VIOLENTO, 6 ore totali;
  • FORMAZIONE PER I GARANTI REGIONALI, PROVINCIALI E COMUNALI DEI DIRITTI DELLE PERSONE DETENUTE O PRIVATE DELLA LIBERTÀ PERSONALE: PREVENZIONE E CONTRASTO DELLA RADICALIZZAZIONE VIOLENTA, 6 ore totali;
  • FORMAZIONE PER LA POLIZIA MUNICIPALE: PREVENZIONE E CONTRASTO DELLA RADICALIZZAZIONE VIOLENTA, 12 ore totali.


politica interna
Radicalizzazione jihadista: quello che manca in Italia
18 aprile 2016

Nella Relazione sulla politica dell'informazione per la sicurezza del 2015 predisposta della nostra intelligence, leggiamo "Anche in Italia, il fenomeno dei foreign fighters, inizialmente con numeri più contenuti rispetto alla media europea, è risultato in costante crescita, evidenziando, quale aspetto di particolare criticità, l’auto-reclutamento di elementi giovanissimi, al termine di processi di radicalizzazione spesso consumati in tempi molto rapidi e ad insaputa della stessa cerchia familiare."

Chiediamoci se è veramente così. I processi di radicalizzazione individuali sono invisibili alla famiglia?

Già nella medesima Relazione del 2008 si era evidenziato il fatto che nelle carceri "è stata rilevata un'insidiosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da 'veterani', condannati per appartenenza a reti terroristiche, nei confronti di connazionali detenuti per spaccio di droga o reati minori." Recentemente, poi, Gennaro Migliore, sottosegretario alla giustizia con delega per detenuti e trattamento, ha sottolineato: “In Italia abbiamo un problema di recidiva e un problema incipiente di radicalizzazione all’interno delle carceri: sapete tutti che Salah Abdeslam, il terrorista che è stato arrestato, responsabile della strage al Bataclan, era stato reclutato in carcere e che oggi il reclutamento e la radicalizzazione in carcere sono fenomeni da tenere sotto stretto controllo.

Allora può seguire una seconda domanda: i processi di radicalizzazione individuali sono invisibili nelle carceri?

La risposta è che il processo di radicalizzazione violenta non è invisibile ai soggetti che ruotano intorni alle figure coinvolte: la famiglia, ma anche docenti, personale penitenziario, polizia di prossimità, se adeguatamente preparati potrebbero valutare i rischi e prevenirlo ad uno stadio anteriore di quando il soggetto si trova a pianificare e cercare di attuare attentati. Ma essere in grado di valutare i rischi, e gestirli (Risk Management), richiede che il problema della radicalizzazione esca dall’alveo securitario e di intelligence in cui giace ancora oggi nel nostro paese.

Da anni, in molti paese, politiche e programmi nazionili di prevenzione della radicalizzazione dell’estremismo violenti sono stati attivati. I principali fattori di rischio per l'estremismo violento sono stati organizzati in un protocollo di valutazione strutturata del rischio (Violent Extremism Risk Assessment; VERA), cui seguono programmi di de-radicalizzazione.

Utilizzando quel protocollo, il governo francese, per esempio, l'anno scorso dopo i fatti di Charlie Hebdo a Parigi, ha lanciato una campagna di comunicazione e un numero verde di assistenza per le famiglie che temevano per la radicalizzazione "jihadista" dei loro figli.

Anche l’Italia ha provato a seguire le orme dei cugini francesi, ma si è dovuta fermare di fronte al problema di aprirsi al mondo esterno agli apparati di sicurezza.

Chi dovrebbe infatti rispondere ad un numero verde di assistenza alle famiglie?

Nessuna madre, per quanto preoccupata di un figlio che cambia repentino abitudini e temendone la partenza verso scenari di guerra, giungerebbe a denunciarlo agli organi di polizia. Solo del personale professionalmente preparato ed indipendente potrebbe aiutare le famiglie in modo efficace, sapendo come intervenire e potendo godere della fiducia necessaria.

Il medesimo problema si pone nelle carceri. Chi e come interviene una volta che siano monitorati i rischi di radicalizzazione violenta dei carcerati?

La collaborazione tra amministrazioni pubbliche e società civile è infatti il fondamento per intervenire nel processo di radicalizzazione prima che crei dei terroristi. Ma finché non si apre un vero dibattito interno al paese sulle sfide poste dalla potenziale radicalizzazione dei nostro giovani resteremo ad una visione carente dei fenomeni che abbiamo di fronte, altamente rischiosa in quanto sta producendo politiche incerte se non controproducenti che potrebbero, a loro volta, contribuire ad un peggioramento dei rischi complessivi.
politica estera
Dal Bardo a Torino: le opzioni di lotta al terrorismo
29 marzo 2015
A Tunisi si è svolta oggi la marcia internazionale contro il terrorismo. In migliaia sono partiti dalla piazza del raduno, Bab Saadoun. "Stessa lotta a Copenaghen Parigi e Tunisi", "basta odio e morte", sono alcuni degli slogan e degli striscioni dei manifestanti. Al corteo anche i leader mondiali, tra i quali il premier Matteo Renzi che ci ha fatto ascoltate le parole di circostanza: "una terribile ferita… la Tunisia non è sola… non la daremo vinta ai terroristi… ".

Al di là di tali parole, le politiche con le quali il nostro paese contrasta il terrorismo, nelle dimensioni e sfide che ha assunto con l'ISIS, non sono oggetto che conquisti le prime pagine o l'apertura dei telegiornali. E' più facile che ciò accada per i "vecchi" fatti degli Anni di Piombo: dal caso Moro, al caso Battisti o le strage impunite.
Anche i dibattiti pubblici seguono la stessa logica. Così oggi, dall'inizio di quest'anno, sappiamo che, dopo i fatti di "Charlie Hebdo", è stato faticosamente approvato un decreto antiterrorismo che si limita a introdurre nuovi reati o a modificare il Codice penale. La strada maestra italiana della lotta al terrorismo resta quella, indiscussa, dell'indagine giudiziaria e della intelligence, da dotare degli strumenti legislativi adatti ed oggi indirizzati ad apologeti, reclutatori e foreign fighter.

Le prime applicazioni del decreto sono arrivate con la inchiesta "Balkan connection" di pochi giorni fa che ha scoperto una cellula terroristica dell'ISIS in Italia. Su tre arrestati due sono del torinese. Altri due indagati rilasciati a piede libero, sono entrambi di Torino e provincia. Tutti giovanissimi e spesso semplici studenti.
La mia impressione è che l'area metropolitana di Torino si stia avviando a diventare una grande bandlieue del nord ovest, non dissimile da quelle parigine.

L'assenza di dibattito però impedisce che si possa ragionare su altri strumenti di contrasto al terrorismo e alle forme di radicalizzazione violenta che iniziano a penetrare nel nostro paese sotto gli occhi di genitori ed insegnanti stupiti ed ignari.
Mi riferisco all'uso del soft power: quegli strumenti sociali ed educativi che attuano interventi nelle comunità a rischio, nelle prigioni, nelle famiglie, nelle scuole e che puntano ad intervenire sulle radici del fenomeno terroristico, di cui ho parlato qui, su Avvenire e a Rai radio 1.

Intervenire cioè nelle fasi (e nei luoghi) del processo di radicalizzazione precedenti a quelle finali in cui la violenta diventa pratica concreta, è quanto tentano di fare molti paesi europei, e la Commissione Europea consiglia, usando strumenti che preventivamente intervengano sulle persone e nelle comunità, fornendo ad esempio consapevolezza alle famiglie e agli opinion leader locali e religiosi, programmi di deradicalizzazione  nelle prigioni o di rafforzamento del pensiero critico nelle scuole.
Qui in Italia si sta invece intervenendo nel processo di radicalizzazione violenta dei giovani estendendo l'applicazione delle leggi anche a chi non ha ancora compiuto fatti di sangue, a chi ha fatto propaganda, a chi è in contatto con foreign fighter, a chi si è prestato a forme di reclutamento on line.  Fatti gravi,  certamente, ma che usano solo la mano pesante della legge, rinunciando a ogni forma soft preventiva di recupero sociale dei soggetti e delle comunità a rischio.
Soggetti e comunità i cui profili - giovani emigrati di seconda generazione dell'area torinese - stanno emergendo senza che nessuno se ne accorga, se ne preoccupi e se ne faccia politicamente carico.
POLITICA
Softpower, deradicalizzazione e contronarrative nella prevenzione del terrorismo
16 gennaio 2015
politica estera
Europa ed Italia di fronte al radicalismo violento
15 gennaio 2015


Il primo articolo interamente dedicato alle rete RAN della Commissione Europea sui problemi della alla radicalizzazione violenta: i ritardi italiani nell'uso del softpower nel contrasto al terrorismo: su l'Avvenire di oggi, pag.10

Ulteriore analisi sul tema qui:
del 17 ottobre 2014

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