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politica interna
Popper, il PD e il caso Moro
21 settembre 2014
PD -Aldo MoroVenerdì scorso si è svolto anche a Torino l’incontro “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro. Il racconto del presidente DC rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse attraverso la lettura dei documenti di Stato”. Nel programma sono previste le partecipazioni di Fabrizio Morri, Davide Gariglio, Antonio Boccuzzi, Luciano Violante, Piero Fassino, Sergio Chiamparino e Gero Grassi. Ma sindaco e governatore non si fanno vedere e, al posto di Violante, in trepidante attesa a Roma, si presenta l'ex Procuratore Capo di Torino, Caselli.
Il vero promotore dell'iniziativa è il vice presidente del gruppo del PD che sta girando l'Italia con un format ed una idea fissa: una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. Idea arenata in Parlamento e che il format portato in giro di città in città dal parlamentare pugliese dovrebbe spalleggiare.
La carriera politica di Gero Grasso è tipica: consigliere comunale, funzionario in regione, immancabile qualifica di giornalista, in seno al corso DC-PPI-Margherita-PD e con classico trascorso anche nel sociale cattolico: le ACLI.

Il format, come recita la locandina che si ripete in ogni sede, è un racconto. Gero Grasso si presenta al pubblico con un pacchetto di bigliettini sui quali sono trascritte  brani tratti dai "documenti di Stato", cioè quelli delle precedenti Commissioni parlamentari che si sono succedute nei passati decenni, che vengono letti in una narrazione che non ha alcun filo logico, se non l'intento di impressionare procedendo per giustapposizioni di dichiarazioni e testimonianze atte ad enfatizzare la dimensione cospiratoria, misteriosa e complottistica delle vicenda del rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. P2, Licio Gelli, CIA, KGB, Mossad, Dalla Chiesa, Andreotti, carabinieri, terroristi, politici e agenti segreti: una sfilza di dichiarazioni per comporre un quadro a tinte fosche dal quale giustificare la nuova Commissione parlamentare. Per "far luce".

Non è che non restino aspetti anche rilevanti da chiarire, sul caso Moro e non solo su quello, ma anche in relazione a tutto il periodo del terrorismo e delle stragi. Ma è altresì evidente si tratta di una proposta priva di ogni seria prospettiva politica, storica e culturale. Anche il governo desecretasse altri atti relativi al caso Moro, l'approccio politico proposto è veramente privo di ogni sensatezza.

Verrebbe infatti da ricordare quanto scritto da Giovanni Moro nel suo Anni Settanta, ma per precisione preferisco utilizzare il recente libro, Il terrorismo italiano, qui recensito, sulla storia del dibattito sul terrorismo italiano che sottolinea come, non solo la letteratura scientifica, ma anche e sopratutto quella vastissima non-scientifica, cioè proprio quella promossa da politici e giornalisti, è stata pervasa dalle opposte visioni complottistica e anti-complottistica. L'autore, Giovanni Mario Ceci, spende giustamente il nome di K. R. Popper che ne  La società aperta e i suoi nemici, spiega bene i limiti delle teorie cospirative.

"Illustrerò brevemente una teoria che è largamente condivisa, ma che presuppone quello che considero precisamente il contrario del vero fine delle scienze sociali: quella che chiamo «la teoria cospiratoria della società». Essa consiste nella convinzione che la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev’essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo. Questa concezione dei fini delle scienze sociali deriva, naturalmente, dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti. [...] Nelle sue forme moderne esso è [...] il tipico risultato della secolarizzazione di una superstizione religiosa. [...] La credenza negli dèi omerici le cui cospirazioni spiegano la storia della guerra di Troia è morta. Gli dèi sono stati abbandonati. Ma il loro posto è occupato da uomini o gruppi potenti – sinistri gruppi di pressione la cui perversità è responsabile di tutti i mali di cui soffriamo – come i famosi savi di Sion, o i monopolisti, o i capitalisti o gli imperialisti."

Non stupisce che un autore, e la sua cultura liberale, come Popper, sia ancora oggi sconosciuto nel'Italia partitica erede di DC e PCI.
Auguriamoci, dunque, che il governo Renzi continui la sua politica di trasparenza liberando atti e documenti secretati, ma il lavoro di ricerca e di ricostruzione storica sia lasciato in mano alla nuova generazione di studiosi che con gli anni di piombo non hanno più legami e interessi di sorta. I quali, soprattutto, usano fonti e metodologie "per far luce", che sono ormai, e per fortuna, anni luce di distanza dall'approccio partigiano del Parlamento.


politica interna
Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav
25 aprile 2014



"Giudici popolari sotto scorta, in un clima che ricorda quello degli anni di piombo: è con queste premesse che si aprirà a Torino, il prossimo 22 maggio, il processo che vede come imputati i quattro No Tav accusati di terrorismo". E' questa la notizia dei giornali degli ultimi giorni che seguono le vicende intorno alla grande opera in Val Susa, in un clima sempre più pesante. C'è un giornalista pedinato, videosorvegliato e schedato e un collega dello stesso giornale che firma appelli per i quattro imputati. Ci sono i lavoratori delle imprese del cantiere i cui nomi e indirizzi vengono pubblicati su volantini e giornali che invitano gli adepti ad integrare completare i dati raccogliendo altre informazioni; ci sono le prese di posizione di partiti ed istituzioni che hanno toni sempre più duri e allarmati. Una lunga escaltion fatta di serie di minacce ed intimidazioni ad amministratori, giudici, imprenditori e politici nella quale è difficile distinguere la parte pacifica del movimento No Tav, che appare come involontario ‘brodo di coltura’ dalla parte più radicalizzata dei gruppi violenti. I fatti relativi al processo sono le bombe molotov lanciate a pochi metri dal tunnel, dove erano al lavoro gli operai, i cui fumi provocati dall'incendio di un generatore causarono principi di intossicazione tra i lavoratori, bloccati nella galleria. I quattro inquisiti quali responsabili dei fatti vengono dai centri solidali e l'accusa della procura torinese nei loro confronti è assai grave: quella di terrorismo. Tale accusa è il fulcro delle polemiche più feroci di questi ultimi mesi e l'origine di profonde spaccature nel PD, nell'ANPI, nei sindacati e nella sinistra in generale.

Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.

L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.
CULTURA
Aspettando il romanzo che non verrà
11 marzo 2012
Risulta di difficile comprensione l'intento insistito e reiterato di aspettarsi che qualche romanzo ponga fine ai conti ancora aperti degli anni di piombo: quelli del terrorismo e delle stragi. Oggi  sul supplemento "La Lettura" del Corriere della Sera, l'ultimo articolo di un lunga serie che procrastina questo topos del giornalismo culturale.
E' facile pronosticare che non sarà  un romanzo a poter chiudere una questione che è politica o al suo più profondo livello etica. Non lo sarà perché non ci sono romanzieri di livello?
Non lo sarà perché solo a leggere di questi articoli ci si rende conto della levità dei loro autori, che sono poi i critici dei romanzi e dei testi sull'argomento.

In questo ultimo articolo, "Anni (truccati) di piombo", l'autore, Demetrio Paolin, denuncia il fatto che alcuni testi, non romanzi ma piani documentari scritti o interviste (come quelli di cui si è discusso nel Convegno europeo di Torino del novembre scorso), cioè quelli di Stefano Caselli e di Giovanni Fasanella, abbiano una impronta vittimaria, e siano così a rischio di agiografia.
L'autore naturalmente dimentica di segnalare l'esistenza di una letteratura agiografica dell'altra parte che non ha confronto quantitativo  e che data da decenni.
Che non ha confronto neppure dal punto di visto del 'glamour' dei personaggi: quanto è più romantico la vita del terrorista rispetto a quella della sua vittima. Il fascino della rivoluzione e del caos contro l'ordinarietà del riformismo o dell'ordine.
Non ha confronto soprattutto su un punto discriminante, le vittime sono spesso testimoni muti, per il motivo che sono state uccise.
Capita così che difficilmente si segnali che l'equilibrio tra le due narrative sia assolutamente impari. Dai numeri risulterebbe che i vincitori della storia siano i terroristi.
Che i figli delle vittime debbano scrivere i libri sui loro padri connota solo il livello zero della ricerca accademica in materia. Infatti chiunque, pur con poche cognizioni di metodologia storica, sa che il rischio agiografico sarebbe annullato se le vittime fossero intervistate da ricercatori e studiosi.
Ma in Italia, al contrario della Spagna, il lavoro di testimonianza e di memoria della vittime del terrorismo è stato lasciato ai giornalisti e a qualche parente che ha potuto permetterselo.

No, non sarà un romanzo a chiudere gli anni di piombo: il livello culturale del paese è assai più al lumicino della sua economia. Un generazione nuova di studiosi potrà rimettere le cose a posto, ma quando avverrà sarà di consolazione a qualche figlio invecchiato, forse, non certo a qualche vedova delle centinaia di morti ammazzati in quegli anni.
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