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C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
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letteratura
Scopri gli Arshile Booklets
16 dicembre 2017


Arshile Booklets, selfpublishing a Torino dal 2007. Testi e Immagini, invenzioni, paradossi, favole e satire. Nuove e antiche storie, in una collana di libretti di carta originali, raffinati e illustrati, adatti a tutte le età.

Anticipazioni di personaggi, disegni e storie le trovate sulle pagine di Facebook e Instagram "Wiz & Friends" qui: https://goo.gl/rJkuV5 e https://goo.gl/ZSNWBd

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CULTURA
La «rivolta» 50 anni dopo: Zygmunt Bauman, sul lascito di Albert Camus
9 gennaio 2017


na riflessione del sociologo della «modernità liquida», Zygmunt Bauman, sul lascito del grande scrittore francese, morto prematuramente a 47 anni in un incidente d’auto il 4 gennaio 1960, ma i cui romanzi aiutano a riconciliarsi con le stranezze e le assurdità del mondo che abitiamo.


Zygmunt Bauman, da «Le Nouvel Observateur» (traduzione di Anna Maria Brogi da l'Avvenire del 28/12/2010)

QUI SUL NUOVO CAFFE' LETTERARIO



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CULTURA
Il declino della cultura classica e la rivoluzione delle mente
25 luglio 2014


Capita che due libri si pongano in lettura con una sequenza che diventa, se non illuminante, almeno dotata di una logica esplicativa di un percorso.
Due libri che, seppur afferenti due ambiti di riflessione diversi, ma contigui, giungono l'uno in qualche modo a preannunciare l'altro. A distanza di 40 anni e ciascuno con solide radici che affondano rispettivamente nelle figure di T. S. Eliot e L. Wittgenstein.

Il primo sono le "Note per la ridefinizione della cultura" intitolato Nel castello di Barbablù: la conferenza di George Steiner in memoria di Eliot del 1970.* Un aggiornamento critico sullo stato della cultura e le sue prospettive 20 anni dopo le Notes towards the Definition of Culture del poeta angloamericano. Di questo saggio che analizza con colto acume come la cultura classica (greco-giudaica) sia morta e finita di fronte ai campi di concentramento e di sterminio del XX secolo, ci interessa qui riportare l'attenzione sul primo e l'ultimo dei concetti espressi: praticamente la premessa e la "congettura" finale.
La premessa recita: "Non è il passato in senso letterale a dominarci, se non forse, in senso biologico. Sono le sue immagini. Immagini spesso altamente strutturate e selettive, come miti. Immagini e strutture simboliche del passato sono impresse quasi come informazioni genetiche nella nostra sensibilità. Ogni nuova era si specchia nel quadro e nella mitologia attiva del proprio passato o di un passato ripreso da altre culture: misura il proprio senso di identità, di regresso o di progresso, sullo sfondo di quel passato".
A guardare avanti con senso del progresso, non c'è più la cultura, ridotta a "post-cultura", ma solo le scienze sono rimaste a cantare carducciamente "e santo è l'avvenir".
Le congetture finali riguardano quindi gli inquietanti interrogativi posti dalle scienze e dalle tecnologie: "Il vero interrogativo è se alcune importanti direzione di ricerca si debbano seguire o no, se la società e l'intelletto umano, nell'attuale livello evolutivo, siano in grado di sopravvivere alle prossime scoperte". Le risposte si pongono in due prospettive: "l'acquiescenza stoica di Freud" o "la gaiezza di Nietzsche"? La vita umana come "anomalia cancerosa", o come "presenza precaria in un mondo indifferente, frequentemente omicida, ma sempre affascinante"?
Steiner sceglie il filosofo tedesco: "… è enormemente interessante vivere in questo crudele, ultimo stadio dell'avventura occidentale. Se un dur désir de durer era la molla principale della cultura classica, è molto probabile che la nostra post cultura sia contrassegnata dalla disposizione a non durare piuttosto che eludere i rischi del pensiero. Saper scorgere le possibilità di autodistruzione, e tuttavia spingere fino in fondo il dibattito con l'ignoto, non è cosa da poco." Conclude, dopo aver riconosciuto che la tendenza alla "ricerca dei dati di fatto, di cui le scienze forniscono solamente l'esempio più palese e organizzato (…), ne sono convinto, è impressa nel tessuto, nell'elettrochimica e nella rete di impulsi della nostra corteccia".

Quella corteccia, oggetto degli studi di neuroscienze cognitive nei decenni successivi che sono soppesati filosoficamente da un'altro pensatore tedesco: Thomas Metzinger, l'autore del secondo libro, Il tunnel dell'io. Scienza delle mente e mito del soggetto (2009).**
In questo libro forse l'ultimo tassello della cultura classica viene abbattuto: il soggetto, questo mito, lo si chiami anima, spirito o mente non è qualcosa di separato dal corpo, ma semplicemente il prodotto virtuale di funzioni del cervello e del sistema nervoso. Lo specchio in cui ci riflettiamo leggendo la pars destruens di questo libro sconvolge il nostro senso comune di identità. Attraverso la descrizione dei risultati della ricerca scientifica si avvia un processo contro-intuitivo e percepiamo che siamo di fronte ad un cambio di paradigma rivoluzionario.
L'idea del tunnel certo riprende esplicitamente il mito della caverna di Platone, ma le dettagliate descrizione del suo funzionamento grazie alle più recenti ricerche delle neuroscienze e delle scienze cognitive, biologiche e antropologiche, anche in quegli ambiti che sono stati tabù nel secolo scorso come le esperienze extracorporee, ci conducono ad una spiegazione che, dal timore di perdere l'ultimo appiglio della cultura classica, si trasforma man mano in un convincente prospettiva che getta le basi di un nuovo 'senso di identità', per usare i termini di Steiner.
Continuando con le metafore letterarie del primo libro, il secondo apre una nuova porta alla Giuditta di Bartòk del Castello di Barbablù, quella spalancata su di un orizzonte di stati di coscienza inimmaginabili, cui Steiner poteva solo deridere negli anni della psicadelia hippy. La ricerca dei 'dati di fatto' è la scommessa vinta da Steiner: la nostra natura biologica, 'elettrochimica', è quella che comanda su ideologie e religioni. Matzinger, 'dati di fatto' alla mano conferma: "Siamo macchine dell'io, sistemi naturali di elaborazione dell'informazione sviluppatisi nel corso del processo di evoluzione biologica su questo Pianeta. (…) l'esperienza soggettiva è un formato dati biologico, ossia un modo altamente specifico di presentare l'informazione sul mondo e l'io è semplicemente un evento fisico complesso - una configurazione di attivazione del nostro sistema nervoso".
Il filosofo tedesco però si prende cura anche dei pericoli in una pars costruens del libro costituta da impegni etici e politici cui prestare grande attenzione. Non solo sa 'scorgere le possibilità di autodistruzione' delle tecnologie ma delinea una neuro-etica e una onestà intellettuale che si profilano come una forma speciale di spiritualità.

Posso concludere che, alla luce di questa nuova teoria delle coscienza, la cultura occidentale è salva: scienze umane e scienze esatte tornano a collaborare in modo saldo e costruttivo, come era capitato nelle mitiche età dell'oro della cultura classica. Sarà una cultura 'geneticamente' diversa, certo, da quella classica e anche questa nuova che si andrà formando, abbandonando la post cultura post moderna, non garantirà meno 'omicidi'. Anzi, la previsione di Metzinger è proprio che le culture tradizionali, ripudiando questa visione naturale della macchina dell'io, amplificheranno resistenze diffuse in ogni dove: sono coloro cui oggi diamo il nome di fondamentalisti.



*George Steiner,Nel castello di Barbablù (1971), trad. Isabella Farinelli (SE, 1990)
**Thomas Metzinger, Il tunnel dell'io: scienza della mente e mito del soggetto, Cortina, 2010
(The ego tunnel: the science of the mind and the myth of the self, 2009)


POLITICA
Il Manifesto per la soppressione dei partiti politici (di Simone Weil)
10 febbraio 2014
CULTURA
Denaro e idee: il caso Peppino Impastato
12 gennaio 2014
Mi segnalano questa raccolta firma  per ritirate lo "spot" Glassing con i versi sulla Bellezza di Peppino Impastato.
Dire che il pensiero di Impastato è di tutti e poi ergersi a paladini e monopolisti dell'uso che di tale pensiero si può fare (cioè per impegno civile e non mercificazione) non mi sembra corretto, nè molto intelligente.
Perché rinunc
iare alla diffusione del suo strepitoso concetto di bellezza? Solo perché collegato al marketing di una marca di occhiali? Il marketing non è un'attività mafiosa: la mafia, il suo marketing, lo fa con il fuoco delle armi, non con gli spot.
O è l'odore dei soldi a far storcere il naso quando coniugato agli ideali?

Ma è possibile veramente qualche forma di impegno civile che non sia avvallata da dei fondi? E' meglio l'ipocrisia di nascondere gli sponsor delle proprie battaglie?
Io non penso. Direi quasi che sarebbe stato meglio ringraziare la marca di occhiali: lo spot è molto ben fatto (lo si può vedere qui 
http://youtu.be/nDDe3Hz62Vk).
Tra un pensiero recluso tra pochi militanti eletti e uno aperto ad una amplia platea, seppur provvisto di sponsor negli ultimi 10 secondi, io preferisco la seconda. I soldi non sporcano le idee, ma hanno semmai il pregio di farle girare (concetto che possiamo far risalire all'illuminismo del '700). 
letteratura
Carlo Fruttero, l'uomo di un'altra Torino, oggi orfana
15 gennaio 2012


Nulla ci convince della nuova immagine di Torino tutta musica e movida: una specie di Riccione con il mare che risiede dentro i suoi pseudo giovani, nell'allucinazione emotiva da Mojito & c. (http://www.youtube.com/watch?v=7kCxex1p2y8)


Meglio in questo caso la cariatide: Carlo Fruttero.


Quella che oggi se ne andata. R.I.P.

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LAVORO
Cultura & ICT
21 novembre 2011
kore multimedia

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CULTURA
Saperi divisi, cultura povera
14 luglio 2011
...«la filosofia, la poesia e la scienza, alle origini, procedevano tenendosi per mano»...

Sul Domenicale del Sole24Ore rilanciata ( da Bruno Arpaia) una questione sempre attuale.


"Perché non è soltanto vero che, insieme, le arti, le humanities e le scienze formano la nostra cultura; è vero anche che esse possiedono una sostanziale unità, sono una cosa sola. C'è una frase straordinaria di Primo Levi ....: «La distinzione tra arte, filosofia, scienza non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani di oggi, né i fisici esitanti sull'orlo del conoscibile». Forse è da qui, da queste parole di Primo Levi che bisognerebbe davvero ripartire."



TRE ESEMPI DI 'CONVERGENZA' TRA FORMULA MATEMATICA E BELLEZZA NATURALE


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permalink | inviato da hommerevolte il 14/7/2011 alle 23:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
Ida Magli: tra attualità e nichilismo
26 aprile 2010
E’ sempre interessante leggere un saggio, che tratta di attualità, dopo un decennio e mezzo: in questo caso l’analisi antropologica di Ida Magli sulla politica in Italia dopo Tangentopoli e ai primi passi di Berlusconi.
La distanza che l’antropologo pone dall’oggetto del suo studio disorienta sicuramente chi è abituato ai testi di scienze politiche o di filosofia. Non so se sia corretto indagare in casa propria, se cioè l’antropologo riesca a metter la giusta distanza dall’oggetto, ma in ogni caso  La bandiera strappata vale la pena di essere letto e soppesato, oggi: con la distanza del tempo.
Soprattutto i rilievi sul ruolo “antipolitico” di Berlusconi sono assai originali, e completamente assenti, per ovvie ragioni, dalla critica della sinistra.

Il punto che però a me preme criticare è l’estremismo dell’analisi strutturalista di Ida Magli, che come in altri casi, quale la Susan Sontag, conducono alle sacche di un relativismo estremo, cioè nichilistico. Se nella Sontag l’analisi della cultura conduceva all’”estetica del silenzio”, nella Magli l’analisi politica conduce a un “campo vuoto”, nel quale la cultura dell’Immagine estingue quella della Parola.
L’attacco sferrato dalla Magli ha due obbiettivi precipui: la storia come atto fondatore e la parola, come atto “allucinatorio”, o “magico”. Quella memoria con il quale il Potere si fonda e quel logos, biblico, con il quale il Potere crea e mantiene se stesso.
Tratterò solo del primo termine.

Quello di radicale che risulta insopportabile è l’accomunare tutto il logos a parole del Potere, come se fossero esistiti solo la tradizione giudaico-cristiana, e poi quella comunista, e la filosofia non avesse mai visto la luce.
Capita così, ad esempio, che una delle conclusioni a cui giunge l’analisi dell’autrice la porti a scrivere:”L’Occidente, attraverso un cammino lunghissimo,… è giunto oggi (almeno in teoria) a riconoscere che l’Uomo non ha bisogno di “somigliare” a nessuno per essere Uomo. Di conseguenza, non ha altro da fare che studiare se stesso come Uomo, con tutti gli strumenti e le conoscenze che le singole scienze gli mettono a disposizione, senza poter credere di poter giungere ad esaurire questo studio”.
Peccato che questo concetto l’abbia già espresso Socrate nell’Atene del IV secolo (conosci te stesso, gnôthi seautón)!

Un altro abbaglio che la induce a dettare il necrologio della Parola a favore dell’Immagine, è il palesarsi della televisione, cioè di una cultura dell’immagine verso la quale quella dei libri non può competere per diffusione. Questo abbaglio è in parte giustificato dal fatto che 1994, quando Ida Magli ha scritto il suo saggio, Internet era pressoché sconosciuta in Italia.
Quello che non solo la Magli, ma molto odierni detrattori del logo, faticano a comprendere è che il processo di alfabetizzazione di massa in Occidente è un fatto relativamente recente e solo da pochi anni, con Internet, si è sviluppata una piattaforma tecnologica che permette a tali masse di esprimersi in una forma scritta, dotata di una modalità diretta, veloce e diffusa, assolutamente incomparabile con le lettera, i diari di carta, o qualsiasi precedente mezzo di comunicazione popolare scritta od orale.

Si manifesta così il paradosso che l’ipotesi della Magli di giungere a forme di democrazie diretta oggi siano ancora più vicine, ma queste non passino per il dominio della cultura dell’immagine: l’opzione non è tanto un telecomando interattivo con la televisione, ma è la tastiera del computer che garantirà lunga vita alla Parola, non più singolare espressione del Potere, ma al plurale e democratica: Parole con le quali cittadini sempre più informati potranno creare il loro controPotere.
L’ultimo paradosso che segnalo è quindi quello che a fronte di una giusta critica al riduttivo ed  inattuale dualismo destra-sinistra, della lezioni di Bobbio, la Magli sviluppi un dualismo tra Parola ed Immagine, che risulta appunto altrettanto riduttivo ed inattuale.
Blog, YouTube, social network, mix di parole ed immagini, sono lì a dimostrarlo e a configurarsi come una novella Biblioteca (multimediale e di massa) di Alessandria.
SOCIETA'
La Grande Torino di fronte alle crisi
8 novembre 2008
 Il sabato mattina, se soleggiato, è un raro momento in cui, come potrebbe fare un placido pensionato, mi siedo su una panchina dei giardini a leggere il giornale. Stamane col sole mi sono cimentato, ma davanti alla cronaca di Torino de La Stampa sono rimasto basito.

Già nella pagina di economia abbiamo il report della Banca d’Italia sul Piemonte che notifica che la recessione qui è iniziata già prima della crisi delle borse: sono crollati l’export, gli investimenti sono rimandati, etc… La cronaca apre invece con la storiella ‘segno dei tempi’: una coppia manda la figlia a sfamarsi dai nonni. Continua con le banche che lesinano i prestiti alle aziende o esigono da queste il rientro immediato parziale o totale. Troviamo poi quella che sta diventando un rubrica fissa, “Il Diario delle aziende in crisi”: puntata dedicata agli esuberi alla Seat e alla cassa integrazione alla Pininfarina.

In mezzo alla sezione cronaca due pagine da non perdere. Il vero ‘segno dei tempi’ della grande Torino: “Artissima”. Un progressista commercialista di Verona si è comprato una fioriera a forma di svastica nazista, un Gran Galà si è svolto alla Reggia di Venaria con 1000 ospiti della bella società; e, dulcis in fundo, per la giovane plebe spensierata, un bella notte bianca. Il cui pezzo forte sarà stanotte un’installazione a San Salvario di un scultore di strada sul grave tema del proliferare degli escrementi canini sui marciapiedi, dal titolo: “Sai cosa? La merda rosa”.

E’ straordinario! Tutta questa povertà è resa lieve dalla logica che lo “show must go on”, le mille luci devono abbagliare il futile, l’effimero e l’infantile per oscurare gli spettri reali della crisi economica.
Questi assessori delle luci d’artista, questi 1000 ospiti della Reggia, cosa hanno di diverso dalla nobiltà asburgica della grande Vienna che ballava i valzer andando incontro al baratro della Grande Guerra?


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permalink | inviato da hommerevolte il 8/11/2008 alle 18:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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