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Covid & Ethic
30 marzo 2020
Covid-19 ethic
SOCIETA'
Coronavirus: confessione di un (falso) runner
23 marzo 2020
La chiusura dei parchi era nell'aria e la pressione di politici, media e social network era al suo culmine. Era il 20 marzo 2020, ore 12.40: un venerdì di sole caldo.
Prima di uscire leggo su Facebook la storiella postata da una compagna di scuola: quella del runner che pensando alla sua sola salute, va a correre, si rompe un caviglia e infesta il pronto soccorso perché è un portatore sano di coronavirus. Insomma la storia di 'una merda' di persona.
Infilo le scarpe da ginnastica ed esco lo stesso, dirigendomi ad uno dei più grandi parchi di Torino che ho la fortuna di avere ad un chilometro da casa. Solo che non corro: da quasi due anni pratico da solitario e autodidatta quello che viene ora chiamato fit walking: una passeggiata a passo veloce, come quella che degli scoiattoli che, per la prima volta, vedo a terra aggirarsi ai piedi dei loro alberi. Sono più loro dei runner che incontro. Mentre la presenza maggiore sono cani con i loro padroni e capisco che saranno loro la prossima categoria-bersaglio dello stigma sociale.

Non riesco a camminare con la postura corretta, mi accorgo più volte che sto passeggiando con le spalle contratte. Non riesco cioè a concentrarmi sul respiro, il passo e gli altri movimenti, nel parco pressoché deserto, perché una folla di pensieri affolla lo spazio delle mente.
Mi accorgo che dei limiti degli altri: due runner in lontananza che corrono in coppia affiancati; un altro, incrociandomi, non muta di un centimetro la sua traiettoria di corsa per passare ad un metro da me.
Anche in quell'oasi di verde e sole, allertata dalla pandemia, la mente vede nei pochissimi umani presenti un pericolo, esprime i suoi pregiudizi e sprigiona le suo emozioni verso il prossimo.
Sulla via del ritorno verso casa, le spalle si fanno più tese e incassate, mi sto preoccupando per me e mi premuro di passare tra le vie sul percorso che mi permettano di essere meno osservato dalle finestre della case.
Ma negli ultimi isolati ho il tempo di tornare a pensieri d'odio verso gli altri: tre disgraziati accovacciati a fumare nel dehor di un caffè chiuso, e poi le parole intercettate rivolte da un ragazzo alla ragazza mentre stavano attraversando la strada: "tutto inutile… è da gennaio che il virus gira!".
A quel punto, con pensieri ormai omicidi verso il prossimo, mi accorgo che tuttavia siamo fortunati. La fortuna di essere europei. Infatti, che sia abbia letto o meno la Colonna infame di Manzoni o la Peste di Camus, un vaccino già l'abbiamo. Nessuno di noi ai primi allarmi di pandemia è corso in armeria.
Possiamo tutti inveire dalle nostre finestre e balconi o dalle loro varianti virtuali qui sui 'social', verso chi esce per strada. Cambieremo i nostri bersagli nel tempo: dai cinesi, ai runner, ai padroni di cani, o verso quante altre categorie questa pietosa condizione ci spingerà. Ma nessuno arriverà ad appostarsi, come un cecchino, con un arma.

Più dureranno le restrizioni e le misure di distanziamento sociale, più sarà difficile essere comprensivi verso chi si aggira per strada, fatto salvo quando lo facciamo noi. Siamo scimmie difettose, relativamente sapiens, cioè siamo ‘delle merde’, alle quale conviene pensare che chiunque vedano per strada abbia una buona ragione … anche se s'inganna!


CULTURA
Il declino della cultura classica e la rivoluzione delle mente
25 luglio 2014


Capita che due libri si pongano in lettura con una sequenza che diventa, se non illuminante, almeno dotata di una logica esplicativa di un percorso.
Due libri che, seppur afferenti due ambiti di riflessione diversi, ma contigui, giungono l'uno in qualche modo a preannunciare l'altro. A distanza di 40 anni e ciascuno con solide radici che affondano rispettivamente nelle figure di T. S. Eliot e L. Wittgenstein.

Il primo sono le "Note per la ridefinizione della cultura" intitolato Nel castello di Barbablù: la conferenza di George Steiner in memoria di Eliot del 1970.* Un aggiornamento critico sullo stato della cultura e le sue prospettive 20 anni dopo le Notes towards the Definition of Culture del poeta angloamericano. Di questo saggio che analizza con colto acume come la cultura classica (greco-giudaica) sia morta e finita di fronte ai campi di concentramento e di sterminio del XX secolo, ci interessa qui riportare l'attenzione sul primo e l'ultimo dei concetti espressi: praticamente la premessa e la "congettura" finale.
La premessa recita: "Non è il passato in senso letterale a dominarci, se non forse, in senso biologico. Sono le sue immagini. Immagini spesso altamente strutturate e selettive, come miti. Immagini e strutture simboliche del passato sono impresse quasi come informazioni genetiche nella nostra sensibilità. Ogni nuova era si specchia nel quadro e nella mitologia attiva del proprio passato o di un passato ripreso da altre culture: misura il proprio senso di identità, di regresso o di progresso, sullo sfondo di quel passato".
A guardare avanti con senso del progresso, non c'è più la cultura, ridotta a "post-cultura", ma solo le scienze sono rimaste a cantare carducciamente "e santo è l'avvenir".
Le congetture finali riguardano quindi gli inquietanti interrogativi posti dalle scienze e dalle tecnologie: "Il vero interrogativo è se alcune importanti direzione di ricerca si debbano seguire o no, se la società e l'intelletto umano, nell'attuale livello evolutivo, siano in grado di sopravvivere alle prossime scoperte". Le risposte si pongono in due prospettive: "l'acquiescenza stoica di Freud" o "la gaiezza di Nietzsche"? La vita umana come "anomalia cancerosa", o come "presenza precaria in un mondo indifferente, frequentemente omicida, ma sempre affascinante"?
Steiner sceglie il filosofo tedesco: "… è enormemente interessante vivere in questo crudele, ultimo stadio dell'avventura occidentale. Se un dur désir de durer era la molla principale della cultura classica, è molto probabile che la nostra post cultura sia contrassegnata dalla disposizione a non durare piuttosto che eludere i rischi del pensiero. Saper scorgere le possibilità di autodistruzione, e tuttavia spingere fino in fondo il dibattito con l'ignoto, non è cosa da poco." Conclude, dopo aver riconosciuto che la tendenza alla "ricerca dei dati di fatto, di cui le scienze forniscono solamente l'esempio più palese e organizzato (…), ne sono convinto, è impressa nel tessuto, nell'elettrochimica e nella rete di impulsi della nostra corteccia".

Quella corteccia, oggetto degli studi di neuroscienze cognitive nei decenni successivi che sono soppesati filosoficamente da un'altro pensatore tedesco: Thomas Metzinger, l'autore del secondo libro, Il tunnel dell'io. Scienza delle mente e mito del soggetto (2009).**
In questo libro forse l'ultimo tassello della cultura classica viene abbattuto: il soggetto, questo mito, lo si chiami anima, spirito o mente non è qualcosa di separato dal corpo, ma semplicemente il prodotto virtuale di funzioni del cervello e del sistema nervoso. Lo specchio in cui ci riflettiamo leggendo la pars destruens di questo libro sconvolge il nostro senso comune di identità. Attraverso la descrizione dei risultati della ricerca scientifica si avvia un processo contro-intuitivo e percepiamo che siamo di fronte ad un cambio di paradigma rivoluzionario.
L'idea del tunnel certo riprende esplicitamente il mito della caverna di Platone, ma le dettagliate descrizione del suo funzionamento grazie alle più recenti ricerche delle neuroscienze e delle scienze cognitive, biologiche e antropologiche, anche in quegli ambiti che sono stati tabù nel secolo scorso come le esperienze extracorporee, ci conducono ad una spiegazione che, dal timore di perdere l'ultimo appiglio della cultura classica, si trasforma man mano in un convincente prospettiva che getta le basi di un nuovo 'senso di identità', per usare i termini di Steiner.
Continuando con le metafore letterarie del primo libro, il secondo apre una nuova porta alla Giuditta di Bartòk del Castello di Barbablù, quella spalancata su di un orizzonte di stati di coscienza inimmaginabili, cui Steiner poteva solo deridere negli anni della psicadelia hippy. La ricerca dei 'dati di fatto' è la scommessa vinta da Steiner: la nostra natura biologica, 'elettrochimica', è quella che comanda su ideologie e religioni. Matzinger, 'dati di fatto' alla mano conferma: "Siamo macchine dell'io, sistemi naturali di elaborazione dell'informazione sviluppatisi nel corso del processo di evoluzione biologica su questo Pianeta. (…) l'esperienza soggettiva è un formato dati biologico, ossia un modo altamente specifico di presentare l'informazione sul mondo e l'io è semplicemente un evento fisico complesso - una configurazione di attivazione del nostro sistema nervoso".
Il filosofo tedesco però si prende cura anche dei pericoli in una pars costruens del libro costituta da impegni etici e politici cui prestare grande attenzione. Non solo sa 'scorgere le possibilità di autodistruzione' delle tecnologie ma delinea una neuro-etica e una onestà intellettuale che si profilano come una forma speciale di spiritualità.

Posso concludere che, alla luce di questa nuova teoria delle coscienza, la cultura occidentale è salva: scienze umane e scienze esatte tornano a collaborare in modo saldo e costruttivo, come era capitato nelle mitiche età dell'oro della cultura classica. Sarà una cultura 'geneticamente' diversa, certo, da quella classica e anche questa nuova che si andrà formando, abbandonando la post cultura post moderna, non garantirà meno 'omicidi'. Anzi, la previsione di Metzinger è proprio che le culture tradizionali, ripudiando questa visione naturale della macchina dell'io, amplificheranno resistenze diffuse in ogni dove: sono coloro cui oggi diamo il nome di fondamentalisti.


 

*George Steiner,Nel castello di Barbablù (1971), trad. Isabella Farinelli (SE, 1990)
**Thomas Metzinger, Il tunnel dell'io: scienza della mente e mito del soggetto, Cortina, 2010
(The ego tunnel: the science of the mind and the myth of the self, 2009)


arte
L'opera al rosso, o dell'etica dell'artista
30 novembre 2011

Rosso malinconia di Adriana Faranda

Se personaggi pubblici e luoghi pubblici non fossero coinvolti in questa storia eviterei di tornarci. Ma una nota almeno ancora va aggiunta al post su Arte e società: Sgarbi e la Faranda.

Abbiamo detto dell'alchimia per diventare artisti. L'investimento del critico sul soggetto che, tramite un processo di iniziazione "come artista", trasforma le di lui opere in arte. Sappiamo che esistono la magia nera e bianca. Ma nel caso di Vittorio Sgarbi abbiamo un novello risultato con Adriana Faranda: l'opera al rosso, per parafrasare il romanzo della Yourcenar dedicato all'alchemico Zenone.

L'opera più facile da reperire in rete, e presente come immagine del profilo nello stessa pagina su MySpace della Faranda si intitola "Rosso malinconia".
Parafrasando le parole dello Zenone della Yourcenar: "Mi sono guardato bene dal fare di me un idolo…", nell'immagine digitale dell'ex terrorista abbiamo invece proprio un idolo con la faccia di bronzo in primo piano sulla sfondo di farfalle, facile metafora della sua biografia (Il volo della farfalla), nella luce rossa del passato.
faranda
La malinconia per la militanza non potrebbe essere più esplicita; la metafora del colore non potrebbe essere più banale. La cosa essenziale è che si manifesta perfettamente la coincidenza tra vita e opera: quest'ultima non comunica altro che autobiografia. E' quindi la vita di Adriana Faranda a farsi opera d'arte attraverso le sue fotografie/immagini digitali. Proprio questo aspetto, insito nell'arte contemporanea, determina che l'etica non sia estranea all'artista, come poteva esserlo invece nell'arte del passato. Qui giace la responsabilitò del critico nel far assurgere la vita di un individuo a simbolo valoriale nella sfera dell'arte e quella delle amministrazioni pubbliche nel fornire il loro sotegno logistico ed organizzativo, e forse finanziario, all'evento.

Anche per l'11 settembre 2001 qualche fine intellettuale francese si è espresso in termini estetici di fronte al crollo delle Twin Tower.
Nel suo piccolo Vittorio Sgarbi sta facendo lo stesso. Un'opera al rosso. Riconoscere come opera d'arte la biografia di una terrorista.
Difficile non parlare di deriva culturale...

politica interna
L'analisi fulgida di Rino Formica
7 giugno 2011

Gran bell'articolo

di Rino Formica


su il Riformista di oggi

Le transizioni abortite riproducono altre transizioni. La lunga transizione (20 anni) ha messo in luce la sua vera debolezza: negare il conflitto dei poteri...


Si ritenne sufficiente eliminare i più fastidiosi ed inorganici pezzi del ceto politico ed esaltare il potere salvifico e liberatorio di una ipocrita evocazione del primato della morale su la politica...


Nella democrazia organizzata del ‘900 il binomio comando ed obbedienza aveva le radici nel dominio delle ideologie.
Nella democrazia disarticolata della politica fluida il comando e l’obbedienza hanno perso il carattere nobile dell’adesione ad una visione per assumere l’aspetto volgare della fedeltà ad un capo...




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