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C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
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CULTURA
Il declino della cultura classica e la rivoluzione delle mente
25 luglio 2014


Capita che due libri si pongano in lettura con una sequenza che diventa, se non illuminante, almeno dotata di una logica esplicativa di un percorso.
Due libri che, seppur afferenti due ambiti di riflessione diversi, ma contigui, giungono l'uno in qualche modo a preannunciare l'altro. A distanza di 40 anni e ciascuno con solide radici che affondano rispettivamente nelle figure di T. S. Eliot e L. Wittgenstein.

Il primo sono le "Note per la ridefinizione della cultura" intitolato Nel castello di Barbablù: la conferenza di George Steiner in memoria di Eliot del 1970.* Un aggiornamento critico sullo stato della cultura e le sue prospettive 20 anni dopo le Notes towards the Definition of Culture del poeta angloamericano. Di questo saggio che analizza con colto acume come la cultura classica (greco-giudaica) sia morta e finita di fronte ai campi di concentramento e di sterminio del XX secolo, ci interessa qui riportare l'attenzione sul primo e l'ultimo dei concetti espressi: praticamente la premessa e la "congettura" finale.
La premessa recita: "Non è il passato in senso letterale a dominarci, se non forse, in senso biologico. Sono le sue immagini. Immagini spesso altamente strutturate e selettive, come miti. Immagini e strutture simboliche del passato sono impresse quasi come informazioni genetiche nella nostra sensibilità. Ogni nuova era si specchia nel quadro e nella mitologia attiva del proprio passato o di un passato ripreso da altre culture: misura il proprio senso di identità, di regresso o di progresso, sullo sfondo di quel passato".
A guardare avanti con senso del progresso, non c'è più la cultura, ridotta a "post-cultura", ma solo le scienze sono rimaste a cantare carducciamente "e santo è l'avvenir".
Le congetture finali riguardano quindi gli inquietanti interrogativi posti dalle scienze e dalle tecnologie: "Il vero interrogativo è se alcune importanti direzione di ricerca si debbano seguire o no, se la società e l'intelletto umano, nell'attuale livello evolutivo, siano in grado di sopravvivere alle prossime scoperte". Le risposte si pongono in due prospettive: "l'acquiescenza stoica di Freud" o "la gaiezza di Nietzsche"? La vita umana come "anomalia cancerosa", o come "presenza precaria in un mondo indifferente, frequentemente omicida, ma sempre affascinante"?
Steiner sceglie il filosofo tedesco: "… è enormemente interessante vivere in questo crudele, ultimo stadio dell'avventura occidentale. Se un dur désir de durer era la molla principale della cultura classica, è molto probabile che la nostra post cultura sia contrassegnata dalla disposizione a non durare piuttosto che eludere i rischi del pensiero. Saper scorgere le possibilità di autodistruzione, e tuttavia spingere fino in fondo il dibattito con l'ignoto, non è cosa da poco." Conclude, dopo aver riconosciuto che la tendenza alla "ricerca dei dati di fatto, di cui le scienze forniscono solamente l'esempio più palese e organizzato (…), ne sono convinto, è impressa nel tessuto, nell'elettrochimica e nella rete di impulsi della nostra corteccia".

Quella corteccia, oggetto degli studi di neuroscienze cognitive nei decenni successivi che sono soppesati filosoficamente da un'altro pensatore tedesco: Thomas Metzinger, l'autore del secondo libro, Il tunnel dell'io. Scienza delle mente e mito del soggetto (2009).**
In questo libro forse l'ultimo tassello della cultura classica viene abbattuto: il soggetto, questo mito, lo si chiami anima, spirito o mente non è qualcosa di separato dal corpo, ma semplicemente il prodotto virtuale di funzioni del cervello e del sistema nervoso. Lo specchio in cui ci riflettiamo leggendo la pars destruens di questo libro sconvolge il nostro senso comune di identità. Attraverso la descrizione dei risultati della ricerca scientifica si avvia un processo contro-intuitivo e percepiamo che siamo di fronte ad un cambio di paradigma rivoluzionario.
L'idea del tunnel certo riprende esplicitamente il mito della caverna di Platone, ma le dettagliate descrizione del suo funzionamento grazie alle più recenti ricerche delle neuroscienze e delle scienze cognitive, biologiche e antropologiche, anche in quegli ambiti che sono stati tabù nel secolo scorso come le esperienze extracorporee, ci conducono ad una spiegazione che, dal timore di perdere l'ultimo appiglio della cultura classica, si trasforma man mano in un convincente prospettiva che getta le basi di un nuovo 'senso di identità', per usare i termini di Steiner.
Continuando con le metafore letterarie del primo libro, il secondo apre una nuova porta alla Giuditta di Bartòk del Castello di Barbablù, quella spalancata su di un orizzonte di stati di coscienza inimmaginabili, cui Steiner poteva solo deridere negli anni della psicadelia hippy. La ricerca dei 'dati di fatto' è la scommessa vinta da Steiner: la nostra natura biologica, 'elettrochimica', è quella che comanda su ideologie e religioni. Matzinger, 'dati di fatto' alla mano conferma: "Siamo macchine dell'io, sistemi naturali di elaborazione dell'informazione sviluppatisi nel corso del processo di evoluzione biologica su questo Pianeta. (…) l'esperienza soggettiva è un formato dati biologico, ossia un modo altamente specifico di presentare l'informazione sul mondo e l'io è semplicemente un evento fisico complesso - una configurazione di attivazione del nostro sistema nervoso".
Il filosofo tedesco però si prende cura anche dei pericoli in una pars costruens del libro costituta da impegni etici e politici cui prestare grande attenzione. Non solo sa 'scorgere le possibilità di autodistruzione' delle tecnologie ma delinea una neuro-etica e una onestà intellettuale che si profilano come una forma speciale di spiritualità.

Posso concludere che, alla luce di questa nuova teoria delle coscienza, la cultura occidentale è salva: scienze umane e scienze esatte tornano a collaborare in modo saldo e costruttivo, come era capitato nelle mitiche età dell'oro della cultura classica. Sarà una cultura 'geneticamente' diversa, certo, da quella classica e anche questa nuova che si andrà formando, abbandonando la post cultura post moderna, non garantirà meno 'omicidi'. Anzi, la previsione di Metzinger è proprio che le culture tradizionali, ripudiando questa visione naturale della macchina dell'io, amplificheranno resistenze diffuse in ogni dove: sono coloro cui oggi diamo il nome di fondamentalisti.



*George Steiner,Nel castello di Barbablù (1971), trad. Isabella Farinelli (SE, 1990)
**Thomas Metzinger, Il tunnel dell'io: scienza della mente e mito del soggetto, Cortina, 2010
(The ego tunnel: the science of the mind and the myth of the self, 2009)


CULTURA
Bordate filosofiche
29 agosto 2011
Franca D’Agostini su MicroMega:
"(...) Da un certo punto di vista, la sfida era ancora quella antica, che sempre ha portato avanti la filosofia contro la presunzione di sapienza da parte del Potere, e delle sue menzogne. Il Novecento dubitò che la parola “filosofia” potesse ancora svolgere questo compito critico e innovativo. Invece, in ogni epoca, il fatto che nelle società democratiche esista ancora una filosofia (almeno nominalmente) può essere la garanzia che questa sfida resti aperta. O almeno, così credo. In ogni epoca la filosofia ha il compito di rilanciare la posta, con nuovi linguaggi, nuove categorie, nuove analisi dei suoi concetti fondamentali, come realtà, verità, bene, giustizia, ecc. che mobilizzano i significati istituiti. Ma certo deve esserci filosofia, non soltanto in senso nominale: non basta citare a casaccio qualche Kant e Hegel. E con ciò ritorniamo all’inizio. Spacciare per filosofia un sociologismo superficiale, che spara con furbizia etichette di comodo, è a mio avviso l’errore di fondo. Credo che Vattimo, e Ferraris, sappiano fare di meglio. O no?"

Segnaliamo la "antica" recensione ad Analitici e Continentali della stessa autrice sul Caffé Letterario e l'intervento di Paolo Flores D'Arcais, La terza via di Camus, su La Repubblica del 26 agosto.
CULTURA
Albert Camus filosofo del futuro
6 aprile 2010

Il titolo è assolutamente centrato, ma...

“Albert Camus filosofo del futuro” di Paolo Flores D’Arcais (Codice Edizioni, Torino, 2010) è una sintesi in 30 pagine del pensiero del Premio Nobel, in linguaggio ‘filosofese’. Il “Mito di Sisifo” e “L’uomo in rivolta” sono cioè ricondotti ad un linguaggio che sostituisce la ricchezza di quello originario con le categorie di quello accademico: la vita umana diventa ‘dimensione ontologica’, il senso per la misura diventa ‘finitezza’, tanto per fare due esempi.

Certamente, è corretto presentare Camus, come filosofo del futuro, capace di superare le sacche nichiliste nelle quali è sprofondato il pensiero post-moderno, ma dubito che l’interessato avrebbe apprezzato che il suo pensiero fosse ricondotto ad una specie di prefazione alla sua opera ad uso degli studenti universitari dei corsi di filosofia. Obliterare la ricchezza, in termini di storia, letteratura, mito, di quanto è presente nelle opere originali, temo cagioni un depauperamento troppo grave. Questo, però, probabilmente vale sempre quanto ci si cimenta ad affrontare l’opera di un gigante: si rischia sempre di tradire in qualche modo e, d’altra parte, sarebbe troppo facile limitarsi a dire: leggete Camus (e traetene le conseguenza nelle vostre vite)!

A Madrid due mesi fa, trovai una libreria, neanche centralissima, che aveva allestito la sua vetrina di tutte le opere di Albert Camus. In questo 50° anniversario delle sua scomparsa si è visto talmente poco in Italia (spero che Bompiani si degni almeno di ristampare l’ormai introvabile “Il primo uomo”) che non possiamo non dare il benvenuto a questo breve pamphlet di Paolo Flores D’Arcais e che ha il pregio di contenere in appendice le trascrizioni di una tavola rotonda (Albert Camus et le mensogne) tenutasi a Parigi nel 2002, nella quale spicca il contributo di Alian Finkielkraut (sul rifiuto netto del terrorismo e la presenza delle natura).

CULTURA
Le fatiche laiche di un Sisifo felice
5 aprile 2010

Le fatiche laiche di un Sisifo felice

di Armando Massarenti

Da il Sole24Ore


Lo scrittore Albert Camus

Albert Camus muore nel 1960 in un incidente d'auto, all'età di 46 anni. Negli ultimi cinque anni – lui, pied-noir, orfano di padre, uomo di sinistra che ha fatto la resistenza da comunista con Sartre, una vita spesa dalla parte degli oppressi – assiste in silenzio alla guerra d'Algeria. Non si schiera. Delude i compagni e i compatrioti. Da tempo aveva rotto con Sartre e col comunismo. Nel 1951 aveva pubblicato L'uomo in rivolta, ma la rivolta a cui pensa è quella dell'individuo, di ogni individuo – anche quando questi si unisce agli altri, solitaire e solidaire – nei confronti di qualunque forma di totalitarismo, compreso quello dei rivoluzionari. Anzi, proprio questi possono essere i carnefici più crudeli, perché in nome di una giustizia futura sono disposti a commettere atrocità anche peggiori rispetto agli oppressori contro cui si battono. Camus, scrittore e filosofo, non si schiera se non per un universo di valori che vanno dalla democrazia alla sincerità all'onesta intettettuale. Ma anche la libertà e la giustizia sociale, consapevole però – come altri pensatori fuori dagli schemi del 900, da George Orwell a Isaiah Berlin – di quanto sia facile un loro possibile conflitto. Mettendo comunque al primo posto la libertà, la libertà concreta di ogni individuo.

Se oggi Camus è più amato di Sartre, sia pure tra le esigue minoranze del libertarismo, non è perché il suo pensiero, divenuto così radicalmente anticomunista, può essere agevolmente strumentalizzato dai conservatori, ma perché, alla lunga, ha dimostrato di essere un intellettuale più coerente, più solido e – per dirla nel gergo esistenzialista – più autentico. E anche un filosofo più originale. Paolo Flores d'Arcais chiudendo il suo breve ritratto dello scrittore-filosofo invita ciascuno a «ritrovare, se lo vorrà, le incessanti ragioni della fulminante attualità di questa inattuale filosofia della rivolta», in barba alle definizioni risentite di «filosofo dilettante» e «filosofo della domenica» usate da Sartre e da Simone de Beauvoir che invitavano a un ostracismo verso il Camus filosofo che permane tuttora. «Camus – sostiene Flores d'Arcais – è stato uno dei pochi filosofi capaci di pensare il finito, di tenerlo fermo, di tracciare la mappa dei suoi tradimenti, di fornire il filo d'Arianna per sfuggire al minotauro delle ipostasi. Cioè di affrontare il compito ineludibile della filosofia oggi, se non vuole regredire a teologia o impantanarsi in frivolezze autoreferenziali». L'assurdo, il finito – i temi del Mito di Sisifo, del 1942 – non sfociano in nuovi aneliti verso l'infinito, la metafisica o filosofie o religioni consolatorie, ma verso una lucida, laicissima, consapevolezza che il senso della vita va ritrovato in un compito faticoso, senza fine e senza Assoluti, come quello di Sisifo costretto a riportare ogni giorno il masso sulla rupe: «la lotta fine a se stessa basta a riempire il cuore dell'uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

Un ribelle è «un uomo che dice no». Che ha il coraggio di dire di no, anche alla rivoluzione. E che fa ciò in nome di un valore positivo, che è la condivisione della condizione umana. La filosofia di Sartre svelava all'uomo l'assoluto nulla, senza remissione alcuna. Ma a partire da tale nichilismo, per Camus, si corre il rischio di abbracciare un relativismo morale che può portare dritti ad «attizzare i forni crematoi». Camus pensava a una sinistra "libera" opposta a una "poliziesca", di matrice sovietica. Il «realismo rivoluzionario» – questo è il pensiero che causò il suo abbandono del partito comunista – finisce col giustificare ogni crimine in nome della rivoluzione. «L'avvenire – afferma Camus – è l'unico tipo di proprietà che i padroni concedono di buon grado ai loro schiavi». La rivolta, al contrario – osserva Flores d'Arcais – «esige risultati concreti, nel qui e ora, nella dimensione del singolo, dell'uomo realmente esistente». Per questo suona troppo intellettualistico il ricordo – pur affettuoso e non privo di onestà e di rimorso – che Sartre scrisse in morte dello scrittore: «Era l'erede moderno di quella lunga schiera di moralisti le cui opere costituiscono forse la parte più originale della letteratura francese. Il suo umanesimo ostinato, rigoroso e schietto conduceva un'impari battaglia contro gli eventi massicci e difformi del nostro tempo. (...) Cartesiano dell'assurdo, rifiutava di abbandonare il terreno sicuro della moralità e di impegnarsi nelle vie incerte della pratica». In realtà, mentre per Sartre la cultura era stata un privilegio di nascita, per Camus era stata essa stessa una conquista: forse l'unica via percorribile per sconfiggere l'assurdo, per dare un senso alla vita e per guardare il mondo senza autoingannarsi. Forse per questo, alla lunga, è lui a convincere di più.

Paolo Flores d'Arcais, «Albert Camus filosofo del futuro», Codice, Torino, pagg. 64, € 9,00.

20 febbraio 2010
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