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CULTURA
Deumanizzazione. Come si legittima la violenza
18 gennaio 2017
Il libro di Chiara Volpato, docente di psicologia sociale a Milano, è un percorso ragionato tra le ricerche svolte a livello internazionale, sul concetto e le pratiche di deumanizzazione: cioè su  tutti gli atteggiamenti, i comportamenti, le pratiche sociali e le narrazione massmediatiche che, o in maniera aperta e violenta, oppure sottile e subdola, escludono, discrimina o minacciano, fino all’annichilimento, l'altro: i gruppi diversi dal nostro  - l'oppositore, il nemico, il diverso - con metafore di natura, di volta in volta, animale, sovrumana, strumentale, meccanicista o biologica. Un’attività, quella di disumanizzare, che l’Autrice ci pone con suggestione all’origine della nostra stessa specie nell’incipit del saggio.


Moltissime le ricerche che vengono riportate in relazioni ai vari conflitti: da quelli coloniali dell’età moderna, fino alle più recenti guerre, dove - ad esempio - vengo evidenziate similitudini tra le metafore verso i nemici come animali, malattie, mostri, utilizzate durante la seconda guerra mondiale sia dai nazisti per descrivere gli ebrei  che dagli americani per descrivere i giapponesi e poi quelle, dagli stesse americani, durante la Guerra al Terrorismo, per descrivere i terroristi islamisti.

Ho trovato curiosa un lacuna, forse dovuta al fatto che il saggio è del 2011, relativa a tutta la  mole di recenti studi sul processo di radicalizzazione violenta cui molti ricercatori di psicologia sociale, e non solo, si sono dedicati analizzando le biografie dei terroristi, soprattutto dopo l’11 settembre.  Studi nei quali, al di là dei differenti modelli proposti, tutti identificano nell’ultimo scalino del processo proprio la completa deumanizzazione del nemico che rende il radicalizzato un terrorista pronto ad uccidere un suo simile innocente. 

Particolarmente interessante l’ultimo capitolo in cui sono evidenziate le prospettive di ricerche, tra le quali quelle che definisce “Strategia di resistenza (…) per contrastare il fenomeno” e per alimentare le quali sottolinea, forse con un po’ di ingenuità accademica, il fondamentale apporto di cui si devono fare carico il livello istituzionale, quello politico e quello dei mass-media. A me pare che molto del lavoro che l’Autrice propone, dal riconoscimento e la denuncia del fenomeno, alle strategia di umanizzazione delle vittime e quelle di rimodulazione inclusiva ed empatica del linguaggio, sia in vero più compito della società civile.

In ogni caso, siamo di fronte ad un saggio utile che fornisce moltissimi stimoli. Peccato che l’editore lo abbia “deumanizzato” privandolo di un indice e di una bibliografia dettagliata.

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Chiara Volpato
Deumanizzazione Come si legittima la violenza
Edizione: 20164
Collana: Universale Laterza [919]
ISBN: 9788842096047

















POLITICA
Guerre, genocidi e terrorismi: il ciclo della violenza
9 gennaio 2017
politica estera
Homs come Dresda o di Hiroshima
17 febbraio 2016
Immagini spettrali del passaggio della guerra in Siria riprese da un drone. A Homs non rimane un solo edificio abitabile, sono immagini sovrapponibili a quelle di Dresda o di Hiroshima.

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Pubblicato da ?H.N.N ???? ??? ????? su Lunedì 1 febbraio 2016
CULTURA
La mamma (e gli spaghetti) di Erri De Luca, o l'ultima stortura
31 agosto 2011
Il nostro paese è quello in cui a produrre film, o ci pensa il Ministero della Cultura o la Pasta Garofalo. Quest'ultima è giunta al quinto cortometraggio prodotto: titolo, "Di là dal vetro", autore, lo scrittore Erri De Luca.


Quest'ultimo, interpretando se stesso in un dialogo immaginario con la madre defunta, sostiene un teorema molto semplice: il terrorismo vero è quello dei bombardamenti aerei sulle città (quelli della II Guerra Mondiale, così come quelli su Belgrado alla fine del '900); quanto fatto dalla sua generazione in confronto erano solo pinzillacchere.
Il teorema, attraverso l'artificio retorico della ereditarietà, di madre in figlio, della paura per le sirene degli allarmi antiaerei,  crea un contorsione concettuale che naturalmente sfugge ai vari critici (quelli della trasmissione radiofonica Hollywood Party) così come sfuggirà a quelli del Festival di Venezia 68: guerra e terrorismo sono due modi distinti e distanti di svolgere violenza politica di massa.

Capisco che ai palati delicati dei lettori di De Luca dispiaccia distinguere, preferendo le languida lingua letteraria che tutto tracima d'incanto, ma tra la violenza istituzionalizzata, cioè in qualche modo "legale" (la guerra) sul terreno difficile del diritto internazionale, e quella eversiva, "illegale" (il terrorismo) c'è grande differenza. Si può dire che le vittime sono sempre la società civile, ma la differenza tra guerra e terrorismo, oltre l'aspetto leguleio, è anche in una importante questione di trasparenza. Sotto un bombardamento in guerra so chi mi colpisce, in una bomba terrorista non lo so e difficilmente lo verrò a sapere perché le file dei fatti sono quasi sempre coperte da ragion di Stato, segreto di Stato, sicurezza nazionale. In altri termini, le dinamiche dei terrorismi, neri o rossi, di ieri o di oggi, sono oggetti di strategie politiche interne e internazionali il cui livello di comunicazione e propaganda è assai più elevato e sofisticato che in guerra. Insomma, la guerra consegna
la verità ai figli, il terrorismo la delega, forse, ai nipoti.

Ringraziando per questo ultimo contributo alla cultura del nostro Paese dalla generazione sessantottina, una notazione finale. Le liberaldemocrazie hanno una prassi politica così terribilmente noiosa che difficilmente si potrebbero descrivere in belle lettere. Capita così che il nostro autore preferisca ancora tramandare il verbo rivoluzionario della sua passione giovanile, questa volta, in nome di quanto più santo hanno gli italiani: la mamma! (Per non dire del sostegno finanziario degli spaghetti, degno partner delle madri 'coraggio' d'Italia)
Possiamo immaginare che per Erri de Luca le lente riforme, il rito parlamentare, la pacata e plurale  dialettica politica sia tutta roba da casta, cui  la lingua italiana può dedicare al massimo un insulto. Un grillesco vaffa.
politica estera
Guerra semantica: la nuova propaganda
11 ottobre 2010
Quest'articolo di  di Robert Fisk (forse il più grande dei corrispondenti esteri inglesi in Medio Oriente) pubblicato sull'Indipendent del 21/07/2010 e apparso in Italiano in versione ridotta su Internazionale (n. 865 24/30 settembre 2010) con il titolo "Informazione e potere".

Il giornalismo è diventato un campo di battaglia linguistico...


State seguendo l'ultima in fatto di notizie sulla semantica? Giornalismo e governo israeliano si amano di nuovo. E' terrore islamico, terrore turco, terrore di Hamas, terrore della Jihad islamica, terrore di Hezbollah, attivista del terrore, guerra al terrore, terrore palestinese, terrorismo islamico, terrore iraniano, terrore siriano, terrore antisemita ...

Ma io sto facendo un' ingiustizia agli israeliani. Il loro lessico, quello della Casa Bianca – per la maggior parte - e il nostro lessico giornalistico, è lo stesso. Sì, cerchiamo di essere equi verso gli israeliani. Il loro lessico va in questa direzione: terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore.

Quante volte ho appena usato la parola "terrore"? Venti. Ma potrebbero anche essere 60, o 100, o 1000, o un milione. Siamo innamorati della parola, sedotti da essa, fissati con essa, attaccati da essa, assaliti da essa, rapiti da essa, impegnati ad essa. C’è amore, sadismo e morte in una sola doppia sillaba, tema principale di una canzone, apertura di ogni sinfonia televisiva, titolo di ogni pagina, segno di punteggiatura del nostro giornalismo, punto e virgola, virgola, nostro punto più potente. “Terrore, terrore, terrore, terrore ". Ogni ripetizione giustifica il suo antecedente.

Per lo più, è sul terrore del potere e il potere del terrore. Potere e terrore sono diventati intercambiabili. Noi giornalisti abbiamo permesso che ciò accadesse. La nostra lingua è diventata non solo un alleato svilito, ma un partner a pieno titolo nel linguaggio verbale dei governi, eserciti, dei generali e delle armi. Ricordate il "bunker buster" (bomba che scava in profondità prima di esplodere- ndt) e il "Buster Scud" (sistema anti-missilistico- ndt) e il "target rich environment" (equipaggiamento ad alta tecnologia-ndt) nella Guerra del Golfo (parte prima)? Dimenticate le "armi di distruzione di massa". Chiaramente troppo ridicolo. Ma l’arma di distruzione di massa nella Guerra del Golfo (parte seconda) aveva un potere proprio, un codice segreto - genetico, forse, come il DNA - per qualcosa che poteva mietere terrore, terrore, terrore, terrore, terrore. "45 minuti di terrore".

Potere e informazione non sono solo basati su rapporti cordiali tra giornalisti e leader politici, tra editori e presidenti. Non sono solo sul rapporto parassitario-osmotico tra giornalisti presumibilmente onorevoli e il legame di potere che corre tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono; tra Downing Street, il Foreign Office e il Ministero della Difesa; tra America e Israele.

Nel contesto occidentale, il potere e l’informazione si basano sulle parole - e sull'uso delle parole. Sulla semantica. Sull’uso delle frasi e le loro origini. Sull’abuso della storia e sulla nostra ignoranza della storia. Sempre più oggi, noi giornalisti siamo diventati prigionieri del linguaggio del potere. Questo succede perché non ci interessa più nulla della linguistica o della semantica? Succede perché i portatili "correggono" la nostra ortografia, "snelliscono" la nostra grammatica in modo che le nostre frasi molto spesso si rivelano identiche a quelle dei nostri governanti? È per questo che gli editoriali di oggi spesso suonano come discorsi politici?

Per due decenni, le dirigenze degli Stati Uniti e Gran Bretagna - e israeliane e palestinesi - hanno usato le parole "processo di pace" per definire l'inadeguato, impossibile, disonorevole accordo che ha permesso agli Stati Uniti e Israele di dominare ogni scheggia di terra che sarebbe stata data ad un popolo occupato. Ho contestato questa espressione e la sua origine, al tempo di Oslo - anche se dimentichiamo facilmente che gli stessi accordi segreti di Oslo sono stati una cospirazione senza alcuna base giuridica.

Povera vecchia Oslo, penso sempre. Che cosa ha mai fatto Oslo per meritare questo? E' stato l'accordo della Casa Bianca che ha suggellato questo trattato ridicolo e discutibile - in cui i rifugiati, i confini, le colonie israeliane, anche gli orari – dovevano essere bloccati fino a quando non potevano più essere negoziati.

E dimentichiamo facilmente il prato della Casa Bianca - anche se, sì, ricordiamo le immagini - sul quale Clinton citò il Corano e Arafat disse: "Grazie, grazie, grazie, signor Presidente". Come chiamammo queste sciocchezze dopo? Sì, fu "un momento della storia"! Fu? Fu così?

Ricordate come la chiamò Arafat? "La pace dei coraggiosi". Ma io non ricordo nessuno di noi che abbia sottolineato che "la pace dei coraggiosi" fu utilizzata dal generale de Gaulle verso la fine della guerra d'Algeria. La Francia perse la guerra con l’Algeria. Noi non pubblicizzammo questa straordinaria ironia.

Lo stesso oggi. Noi giornalisti occidentali - usati ancora una volta dai nostri padroni – ci siamo occupati dei nostri allegri generali in Afghanistan, dicendo che la loro guerra può essere vinta solo con una campagna fatta con "i cuori e le menti”. Nessuno ha posto loro la domanda ovvia: non era questa la stessa identica frase utilizzata per i civili vietnamiti nella guerra del Vietnam? E non abbiamo - non ha l'Occidente - perso la guerra in Vietnam? Ma ora noi giornalisti occidentali stiamo usando – per l’ Afghanistan - la frase "i cuori e le menti" nei nostri articoli come se fosse una nuova definizione nel dizionario piuttosto che un simbolo di sconfitta per la seconda volta in quattro decenni.

Basta guardare le singole parole che abbiamo recentemente cooptato dalle forze armate degli Stati Uniti. Quando noi occidentali scopriamo che i "nostri" nemici - Al-Qaeda, per esempio, o i talebani - hanno fatto esplodere più bombe e organizzato più attacchi del solito, lo chiamiamo "picco di violenza".

Ah, sì, un "picco"! Un "picco" è una parola usata per prima in questo contesto, secondo il mio file, da un generale di brigata nella Zona Verde di Baghdad nel 2004. Ma ora noi usiamo questa espressione, improvvisiamo su di essa, la trasmettiamo come fosse nostra, una nostra invenzione giornalistica. Stiamo utilizzando, abbastanza letteralmente, un’ espressione creata per noi dal Pentagono. Una punta, naturalmente, va bruscamente verso l’alto poi bruscamente verso il basso. Un "picco di violenza" evita pertanto l'uso minaccioso delle parole "aumento della violenza" – perché un aumento, naturalmente, dopo, potrebbe non scendere di nuovo.

Di nuovo, quando i generali americani riferiscono di un improvviso aumento delle loro forze per un attacco a Falluja o al centro di Baghdad o di Kandahar - un massiccio movimento di soldati portati in paesi musulmani a decine di migliaia - questo lo chiamano "ondata". E un’ ondata, come uno tsunami o altri fenomeni naturali, può essere devastante nei suoi effetti. Ciò che queste “ondate” in realtà sono - per usare le parole vere del giornalismo serio - sono rinforzi. E i rinforzi vengono inviati ai conflitti quando gli eserciti stanno perdendo quelle guerre. Ma la nostra televisione e i giornali per ragazzi e ragazze ancora parlano di "picchi" senza alcuna attribuzione a qualcosa. Il Pentagono vince ancora.

Nel frattempo il "processo di pace" è crollato. Quindi i nostri leader - o "attori chiave", come ci piace chiamarli - hanno cercato di farlo funzionare di nuovo. Il processo doveva essere rimesso "sul binario giusto". Si vede che era un treno. Le carrozze avevano deragliato. L'amministrazione Clinton per prima usò questa frase, poi gli israeliani, poi la BBC. Ma ci fu un problema quando il "processo di pace" fu messo ripetutamente "sul binario giusto" - e ancora deragliava. Così abbiamo prodotto una "tabella di marcia” - gestita da un Quartetto e guidata dal nostro vecchio Amico di Dio, Tony Blair, che - in un’oscenità storica - oggi definiamo un "inviato di pace". Ma la "tabella di marcia" non funziona. Ora, mi accorgo, il vecchio "processo di pace" è ritornato sui nostri giornali e sugli schermi televisivi. All' inizio di questo mese, sulla CNN, uno di quei vecchi parrucconi noiosi, che i ragazzi e le ragazze della Tv definiscono "esperti", ci ha detto di nuovo che il "processo di pace" era stato messo "sul binario giusto" per l'apertura di "colloqui indiretti" tra israeliani e palestinesi. Non si tratta solo di luoghi comuni - questo è giornalismo assurdo. Non c'è battaglia tra i media e il potere; attraverso il linguaggio, noi, i media, siamo diventati come loro.

Ecco un altro pezzo di codardia informatica che fa digrignare i miei denti 63enni, dopo che hanno mangiato humus e tahina in Medio Oriente per 34 anni. Ci viene detto, in molti articoli analitici, che ciò con cui abbiamo a che fare in Medio Oriente sono le "narrazioni concorrenti". Che caruccio! Non c'è giustizia, non c'è ingiustizia, solo un paio di persone che raccontano fatti storici diversi. Sulla stampa britannica le "narrazioni concorrenti" ora saltano fuori regolarmente.

La frase, dal falso linguaggio antropologico, elimina la possibilità che un gruppo di persone - in Medio Oriente, per esempio – sia occupato, mentre un altro sia l’occupante. Anche in questo caso, non c'è giustizia, né ingiustizia, non c’è oppressione né oppresso, ma solo alcune amichevoli "narrazioni concorrenti", una partita di calcio, se volete, su un piano di parità, perché le due parti sono – o no? - "in concorrenza". E a due parti deve essere dato un termine identico in ogni storia.

Così un’ "occupazione" diventa una "controversia". Un "muro" diventa un "recinto" o una "barriera di sicurezza". Così le azioni israeliane di colonizzazione della terra araba, contro ogni legge internazionale, diventano "insediamenti" o "avamposti" o "quartieri ebraici". E' stato Colin Powell, nella sua protagonistica, impotente apparizione come Segretario di Stato di George W. Bush, che ha detto ai diplomatici degli Stati Uniti di riferirsi ai territori palestinesi occupati come "terra contestata" - il che era abbastanza buono per la maggior parte dei media statunitensi. Non ci sono "racconti concorrenti", naturalmente, tra i militari americani e i talebani. Quando ci saranno, saprete che l'Occidente ha perso.

Ma vi farò un esempio di come le "narrazioni concorrenti" vengono rifatte. Ad aprile ho tenuto una conferenza a Toronto in occasione del 95° anniversario del genocidio armeno del 1915, l'assassinio deliberato di massa di 1,5 milioni di cristiani armeni da parte dell'esercito e delle milizie turche ottomane. Prima del mio intervento, sono stato intervistato dalla televisione canadese CTV, che possiede anche il Toronto Globe and Mail. Fin dall'inizio, ho potuto vedere che l'intervistatrice aveva un problema. Il Canada ha una numerosa comunità armena. Ma Toronto ha anche un’ ampia comunità turca. E i turchi, come il Globe and Mail dice sempre, "contestano accanitamente" che quello fu un genocidio.

Così l' intervistatrice chiamava il genocidio "stragi mortali". Certo, ho notato immediatamente il suo specifico problema. Non riusciva a chiamare le stragi " genocidio", perché la comunità turca si sarebbe scandalizzata. Ma lei sentiva che la parola "stragi" da sola - in particolare con le raccapriccianti fotografie di armeni morti come sfondo dello studio – non era sufficiente a definire l’uccisione di un milione e mezzo di esseri umani. Di qui le "stragi mortali". Che strano! Se ci sono stragi "mortali", ci sono quindi stragi che non sono "mortali" e da cui le vittime possono uscirne vive? E’ stata una ridicola tautologia.

Tuttavia, l'uso del linguaggio del potere - delle sue parole e frasi portanti - continua ancora tra noi. Quante volte ho sentito giornalisti occidentali parlare di "combattenti stranieri" in Afghanistan? Si riferiscono, ovviamente, ai vari gruppi arabi presumibilmente in aiuto dei talebani. Abbiamo sentito naturalmente la stessa storia per l’Iraq, per i combattenti sauditi, giordani, palestinesi, ceceni. I generali li hanno chiamati "combattenti stranieri". Immediatamente, noi giornalisti occidentali abbiamo fatto lo stesso. Chiamarli "combattenti stranieri" significava che fossero una forza d'invasione. Ma non una volta - mai - ho sentito qualche importante stazione televisiva occidentale riferirsi al fatto che ci sono almeno 150.000 "combattenti stranieri" in Afghanistan, e che tutti loro indossano divise americane, britanniche e altre divise della NATO. Siamo "noi" ad essere i veri "combattenti stranieri".

Allo stesso modo, la maligna frase "Af-Pak" - tanto razzista quanto politicamente disonesta - è ora utilizzata dai giornalisti, sebbene fosse originariamente una creazione del Dipartimento di Stato Usa del giorno in cui Richard Holbrooke fu nominato rappresentante speciale americano per Afghanistan e Pakistan. Ma la frase evita l'uso della parola "India" - la cui influenza in Afghanistan e la cui presenza in Afghanistan, è una parte vitale della storia. Inoltre, "Af-Pak" – eliminando l’ India - ha di fatto eliminato tutta la crisi del Kashmir dal conflitto del sud-est asiatico. E così ha privato il Pakistan di ogni voce nella politica locale degli Stati Uniti sul Kashmir - dopo tutto, Holbrooke è stato fatto inviato per l’ Af-Pak, con l’espresso divieto di discutere sul Kashmir. Così la frase "Af-Pak", che evita del tutto la tragedia del Kashmir - troppe "narrazioni concorrenti ", forse? - significa che quando noi giornalisti utilizziamo la stessa frase, "Af-Pak", che è stata sicuramente creata per noi giornalisti, stiamo facendo il gioco del Dipartimento di Stato.

Ora diamo un'occhiata alla storia. I nostri leader amano la storia. Soprattutto, amano la Seconda Guerra Mondiale. Nel 2003, George W. Bush pensava di essere Churchill. Certo, Bush aveva trascorso la guerra del Vietnam a proteggere i cieli del Texas dai vietcong. Ma ora, nel 2003, fronteggiava i "mediatori", che non volevano la guerra con Saddam, il quale era, naturalmente, "l' Hitler del Tigri". I mediatori erano gli inglesi che non vollero combattere la Germania nazista nel 1938. Anche Blair, naturalmente, ci provò sulle dimensioni del panciotto e della giacca di Churchill. Egli non “mediava”. L'America era il più antico alleato della Gran Bretagna, proclamò - e sia Bush che Blair ricordarono ai giornalisti che gli Stati Uniti furono spalla a spalla con la Gran Bretagna nel suo momento di bisogno nel 1940.

Ma nulla di tutto questo era vero. Il più antico alleato della Gran Bretagna non erano gli Stati Uniti. Era il Portogallo, uno stato neutrale fascista durante la Seconda Guerra Mondiale, che abbassò la sua bandiera nazionale a mezz'asta quando Hitler morì (persino gli irlandesi non lo fecero).

Né l'America combatté al fianco della Gran Bretagna nel suo momento del bisogno, nel 1940, quando Hitler minacciava l'invasione e la Luftwaffe bombardò Londra. No, nel 1940 l'America si stava godendo un periodo molto proficuo di neutralità, e non si unì alla Gran Bretagna in guerra fino a quando il Giappone non attaccò la base navale statunitense di Pearl Harbour nel dicembre 1941. Allo stesso modo, nel 1956, Eden chiamò Nasser il "Mussolini del Nilo". Un brutto errore. Nasser era amato dagli arabi, non odiato come lo era Mussolini dalla maggioranza degli africani, in particolare dagli arabi libici. Il parallelo con Mussolini non fu contestato o messo in discussione dalla stampa britannica. E tutti sappiamo cosa è successo a Suez nel 1956. Quando si tratta di storia, noi giornalisti lasciamo che i presidenti e primi ministri ci prendano in giro.

Ma la parte più pericolosa della nostra nuova guerra semantica, il nostro uso delle parole di potere - anche se non è una guerra, dal momento che ci siamo abbondantemente arresi - è che ci isola dai nostri telespettatori e lettori. Non sono stupidi. Capiscono le parole in molti casi - temo - meglio di noi. Anche la storia. Loro sanno che noi disegniamo il nostro vocabolario dal linguaggio di generali e presidenti, dalla cosiddetta élite, dalla prepotenza degli esperti dell'Istituto Brookings, o da quelli della Rand Corporation. Così siamo diventati parte di questo linguaggio.

Nel corso delle ultime due settimane, mentre stranieri - umanitari o " attivisti terroristi " - hanno cercato di portare cibo e medicinali via mare agli affamati palestinesi di Gaza, noi giornalisti avremmo dovuto ricordare ai nostri telespettatori e ascoltatori un giorno di tanto tempo fa, quando l'America e la Gran Bretagna sono andate in aiuto di una popolazione recintata, portando cibo e combustibile - i nostri stessi militari morirono nel farlo - per aiutare una popolazione affamata. Quella popolazione era stata rinchiusa in una recinzione eretta da un esercito brutale che voleva affamare il popolo per portarlo alla sottomissione. L'esercito era quello russo. La città era Berlino. Il muro sarebbe venuto più tardi. Quelle persone erano state i nostri nemici solo tre anni prima. Eppure abbiamo attivato il ponte aereo di Berlino per salvarle. Ora, guardate oggi Gaza: quale giornalista occidentale - dal momento che amiamo paralleli storici - ha mai menzionato la Berlino del 1948 nel contesto di Gaza?

Invece, che cosa abbiamo ottenuto? "Attivisti" che si trasformò in "attivisti armati" nel momento in cui si sono opposti all’ imbarco armato dell'esercito israeliano. Come osano questi uomini sconvolgere il lessico? La loro punizione è stata evidente. Sono diventati "terroristi". E i raid israeliani - in cui "attivisti" sono stati uccisi (un'altra prova del loro "terrorismo") – sono poi diventati "mortali" incursioni. In questo caso, "mortali" era più scusabile di quanto lo fosse stato sulla CTV - nove i morti di origine turca che è leggermente meno del milione e mezzo di armeni uccisi nel 1915. Ma è stato interessante che gli israeliani - che per loro motivi politici fino ad allora avevano vergognosamente assecondato la smentita turca - ora, all'improvviso, hanno voluto informare il mondo del genocidio armeno del 1915. Questo ha provocato un brivido comprensibile tra molti dei nostri colleghi. I giornalisti che hanno regolarmente evitato qualsiasi menzione del primo olocausto del 20° secolo - a meno che non facciano anche riferimento al modo in cui i turchi "contestano accanitamente" l’etichetta genocidio (ergo il Toronto Globe and Mail) – potrebbero improvvisamente riferirsi ad esso. Il nuovo ritrovato interesse storico di Israele ha reso il soggetto legittimo, anche se quasi tutti i rapporti giornalistici hanno cercato di evitare qualsiasi spiegazione su ciò che effettivamente accadde nel 1915.

E cosa è diventato il raid marittimo israeliano? E' diventato un "raid rattoppato”. Rattoppato è una parola bellissima. Iniziò come termine tedesco di origine inglese medio, "bocchen", che significava “riparare malamente". E noi, ci siamo più o meno tenuti a tale definizione fino a quando i nostri consulenti di lessico giornalistico hanno cambiato il suo significato. I ragazzi delle scuole "rattoppano", un esame. Potremmo "rattoppare" un pezzo di cucito, un tentativo di riparare un pezzo di materiale. Potremmo anche rattoppare un tentativo di convincere il nostro capo a darci un aumento. Ma ora noi "rattoppiamo" un' operazione militare. Non è stata un disastro. Non è stata una catastrofe. Ha solo ucciso alcuni turchi.

Quindi, data la cattiva pubblicità, gli israeliani hanno solo "rattoppato" il raid. Stranamente, l'ultima volta che giornalisti e governi hanno utilizzato questa particolare parola, è stato a seguito del tentativo di Israele di uccidere il leader di Hamas, Khaled Meshaal, per le strade di Amman. In quel caso, gli assassini professionisti israeliani furono catturati dopo aver tentato di avvelenare Meshaal, e re Hussein costrinse l'allora primo ministro israeliano (un certo B Netanyahu) a fornire l'antidoto (e a scarcerare molti "terroristi" di Hamas). La vita di Meshaal fu salva.

Ma per Israele e i suoi giornalisti occidentali obbedienti questo è diventato un "tentativo fallito" sulla vita di Meshaal. Non perché egli non fosse destinato a morire, ma perché Israele fallì nell’ ucciderlo. Si può così "rattoppare" un'operazione uccidendo turchi - oppure è possibile "rattoppare", un' operazione non uccidendo un palestinese.

Come si fa a rompere con il linguaggio del potere? Ci sta certamente uccidendo. Questo, temo, è uno dei motivi per cui i lettori si sono allontanati dalla "grande stampa” per Internet. Non perché la rete è libera, ma perché i lettori sanno di essere stati ingannati e truffati; sanno che quello che guardano e che leggono sui giornali è un'estensione di quello che sentono dal Pentagono o dal governo israeliano; che le nostre parole sono diventate sinonimi con il linguaggio di un governo legittimato, attentamente triturate, che nascondono la verità, mentre sicuramente ci rendono politicamente - e militarmente - alleati di tutti i principali governi occidentali.

Molti dei miei colleghi di diversi giornali occidentali rischierebbero infine il posto di lavoro se contestassero continuamente la falsa realtà del giornalismo d’informazione, nesso del potere mediatico - governativo. Quante testate giornalistiche hanno pensato di trasmettere un servizio, al momento del disastro di Gaza, del ponte aereo per rompere il blocco di Berlino? Lo ha fatto la BBC?

Col cavolo lo hanno fatto! Preferiamo le "narrazioni concorrenti". I politici non volevano che il viaggio di Gaza – l’ho detto alla riunione di Doha l’11 maggio - giungesse a destinazione, "sia che la sua fine fosse riuscita, farsesca o tragica ". Crediamo nel "processo di pace", nella "tabella di marcia". Manteniamo il "recinto" intorno ai palestinesi. Lasciamo che i "capoccioni" risolvano il problema. E ricordiamo che si tratta di: "terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore."

Robert Fisk

Fonte: www.independent.co.uk/
Link: http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/fighting-talk-the-new-propaganda-2006001.html
21.07.2010
Fonte italiana:
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO
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