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politica interna
Politiche di prevenzione e contrasto ai radicalismi violenti
29 novembre 2017

Lunedì 27 novembre 2017 alla nostra Scuola di Politica abbiamo discusso insieme a Luca Guglielminetti, Membro del Radicalisation Awareness Network (Ran), di politiche di quali siano le cause che portano gli individui a radicalizzarsi, fino a diventare estremisti violenti e quali siano le azioni che si possono mettere in campo per arginare il problema. La serata è stata realizzata dalla Fondazione Benvenuti in Italia in collaborazione con il Centro Interculturale della Città di Torino


LAVORO
Milano: formare la polizia municipale al contrasto della radicalizzazione
20 dicembre 2016
 Milano, formazione polizia municipale

Presentato, questa mattina, con l'on. Stefano Dambruso, Questore alla Camera dei Deputati e consulente dell'Assessore alla sicurezza del Comune di Milano, il nuovo corso di formazione sulla prevenzione dell'estremismo e della radicalizzazione violenta al Centro di formazione della Polizia locale dell’Area Metropolitana di Milano.
politica estera
Exit strategy dai fondamentalismi violenti: l'esperienza in UK
5 novembre 2016
Tavola Rotonda
“Tavola rotonda: adesione e distacco dai fondamentalismi violenti”, presso la Casa della Memoria di Milano, con Stefano Dambruso, Cristina Caparesi, Marta Serafini e la testimonianza di Omar Mulbocus, consulente presso la West London Initiative. Molbocus è un ex fondamentalista appartenente ad un gruppo radicale islamista londinese, uscitone, oggi è fra i più attivi mentori nell'ambito del programma "Channel" che in UK da anni ottiene risultati importanti nel recupero dei detenuti.


POLITICA
Conosciamo il terrorismo? Due giorni di studio a Torino /2
16 ottobre 2016
politica estera
Malintesi linguistici intorno alla radicalizzazione violenta e all’Islam radicale.
21 settembre 2016
Ricordo ancora il Presidente del Consiglio Monti, al rientro da Bruxelles, dichiarare che “dobbiamo combattere la radicalizzazione”. L’espressione sul viso non dissimulava il fatto che non avesse molto chiaro quel concetto probabilmente appena sentito in un incontro con la Commissione Europea.
Cosa si erano inventati gli 'eurocrati' questa volta?
Non avendo potere in materia di sicurezza, la Commissione, attraverso il  “Programma di Stoccolma” per il periodo 2010-2014 e la “EU Strategy on Radicalisation’” (adottata nel 2005, e rivista nel 2008 e 2014), ha provato a valorizzare a livello Europeo quelle politiche e programmi di prevenzione del terrorismo, attivati in alcuni paesi nordici (Regno Unito, Olanda, Germania, Svezia e Danimarca), che cercano di incidere sulle radici del fenomeno. Su quello che la recente letteratura scientifica post 11/9/2001 ha descritto come processo di radicalizzazione violenta che investe i giovani che si fanno reclutare o che si auto-reclutano in gruppi estremisti che praticano la violenza.

Da notare subito che  tale approccio non si è mai rivolto al solo terrorismo di matrice islamista, anzi le prime e più interessanti esperienza  europee erano rivolte ai gruppi giovanili neonazisti, come avvenuto in Svezia a Germania. Gli studi hanno riguardato anche fenomeni come quelli del nostro passato per le Brigate Rosse. La radicalizzazione violenta è  un processo psico-sociale che viene osservato o sul quale si interviene  al di là dell’ideologia violenta con cui si sposa (la “giusta causa” per cui uccidere e/o farsi uccidere) e gli interventi educativi, sociali e psicologici che si attuano per prevenirla sono frutto di attività locale, di resiliente  e multidisciplinare collaborazione tra amministrazioni e società civile.
Avendo però negli ultimi anni dominato la scena del terrorismo, l’IS, o ISIS o Daesh, e avendo la politica e i media, per pigrizia o imperizia, abbandonato od omesso l’aggettivazione “violenta”, la radicalizzazione si è trovata ben presto linguisticamente stravolta nel mare magnum dell’informazione. Con i termini tipo "radicalizzazione jihadista" se non ancor più semplificati di "Islam radicale".
Non stupisce, allora, la requisitoria dell’elzeviro di Roberto Casati comparso sulla terza pagina dell'ultimo numero del supplemento domenicale del Sole24Ore, intitolato “Islam non radicale ma distorto”.

Lì si arriva al paradosso di imputare al termine “Islam radicale” l’origine dell’attività de-radicalizzazione. Nella frase “esistono delle scale di “radicalità” che le forze di polizia usano per misurare la pericolosità dei sospetti e dei sorvegliati speciali”, a proposito delle politiche del governo francese, c’è il culmine del paradosso linguistico nel contesto più inappropriato, quello francese,  per discettare sul termine 'radicale/radicalizzazione'.
La Francia è infatti nota per essere partita tardivamente ad affrontare la radicalizzazione violenta, cioè solo dopo i fatti di Charlie Hebdo; inoltre l’approccio centralistico dello Stato sta inficiando gravemente l’efficacia dei suoi programmi; e l’uso di “radicalizzazione jihadista” nella comunicazione de la Republique alimenta malintesi linguistici fino a rischiare di assumere un carattere discriminatorio e controproducente. (Si veda anche questo precedente post.)

Il senso delle ricerche e delle politiche di prevenzione della radicalizzazione violenta e di de-radicalizzazione si comprendono solo spostando lo sguardo verso i paesi (nordici) che hanno una  cultura della prevenzione del crimine che agisce sui territori nei quali già esistano, o di possano sviluppare, coesione sociale, resilienza, fiducia tra istituzioni (anche della sicurezza) e cittadini tutti.
Compreso questo, anche in Italia, il linguaggio potrebbe diventare allora meno equivoco e controproducente, come giustamente auspica Roberto Casati nell’articolo del Sole24Ore sopra citato.
SOCIETA'
Scuola e resistenza alle narrazioni dello Stato Islamico e dell'islamofobia
26 maggio 2016
Invito 30 maggio 2016
MANIFESTAZIONE FINALE DEL CORSO "ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE" NELLE SCUOLE DELLA CITTA' METROPOLITANA DI TORINO.
Ulteriori informazioni qui:
http://www.kore.it/Associazioni/islam.html

politica estera
È il bisogno di “appartenere” a spingere i giovani verso la jihad
11 aprile 2016

È il bisogno di “appartenere” a spingere i giovani verso la jihad

Non il disagio sociale: molti terroristi erano ben integrati

washington

Dopo gli attentati di Bruxelles, esattamente come quelli di Parigi, l’attenzione pubblica si è focalizzata sui quartieri a forte presenza musulmana delle città del Centro-Nord Europa, dalle banlieue parigine alla più centrale, ma altrettanto problematica Molenbeek. È stato detto che mancanza di integrazione, disoccupazione, criminalità e marginalizzazione sono le cause della radicalizzazione degli attentatori e di ampie sacche delle locali popolazioni musulmane. In realtà, per quanto questi fattori sociologici non vadano ignorati, un’analisi approfondita del background dei jihadisti europei e svariati studi sulla radicalizzazione effettuati negli ultimi anni portano a conclusioni diverse. 

Il vice-primo ministro del Belgio Jan Jambon lo ha accennato in una recente intervista, affermando che solo un sesto dei jihadisti belgi proviene da famiglie che si trovano sotto la soglia di povertà. Non sorprende pertanto che il regista degli attentati di Parigi, Abdelhamid Abaaoud, avesse frequentato un prestigioso liceo privato di Bruxelles e avesse un padre che possedeva una piccola catena di negozi di abbigliamento. E se alcuni dei membri del network di Molenbeek avevano precedenti penali (cosa di per sé non sintomatica di mancata integrazione), altri avevano frequentato l’università e avevano buone carriere. 

La situazione è simile in Francia. Dounia Bouzar, direttrice del Centro per la Prevenzione del Settarismo Islamico, ha recentemente pubblicato i risultati di un suo studio su 160 famiglie francesi che l’avevano contattata chiedendole aiuto per combattere la radicalizzazione dei loro figli. Il dato più eclatante: due terzi delle famiglie facevano parte della classe media. Inoltre, secondo un altro studio, il 23% dei jihadisti francesi in Siria sono convertiti, molti dei quali provenienti da buone famiglie del ceto medio e, in alcuni casi, dalle élites francesi. Un recente studio condotto dall’università Queen Mary di Londra su un amplio campione di giovani musulmani britannici ha dimostrato che i soggetti più a rischio di radicalizzazione sono giovani dai diciotto ai vent’anni ben istruiti e provenienti da famiglie benestanti che parlano inglese a casa: paradossalmente, quindi, più sono integrati più sono propensi alla radicalizzazione. 

È quindi palese che fattori socio-economici, per quanto a volte rilevanti, non siano la chiave di volta per capire i processi di radicalizzazione. D’altronde, se fossero solo la povertà e la mancanza di integrazione a causare radicalismo, come mai solo una piccola, statisticamente insignificante parte della popolazione musulmana europea che vive in una situazione di disagio si radicalizza? Non ogni giovane musulmano di Molenbeek si è unito all’Isis. E come si spiega anche che molti casi di radicalizzazione esistono anche in paesi considerati (giustamente) modelli di integrazione quali Canada e Stati Uniti? Come si spiega, per esempio, la radicalizzazione dell’attentatore di San Bernardino, Syed Rizwan Farook, nato e cresciuto in ambiente middle class californiano, con una laurea e un buon lavoro?  

In realtà più della sociologia è forse la psicologia che ci aiuta a capire chi e perché diventa estremista. Il punto che sembra unire tutti questi soggetti è che tutti paiono alla ricerca qualcosa: un ideale, un senso di appartenenza, un’avventura. Come dice Ed Husein, un ex militante islamista nato e cresciuto a Londra, i jihadisti europei spesso «sono disillusi, non emarginati. Molti sono ben istruiti e con una buona famiglia. Ma cercano tutti dei valori o una ragione per la quale combattere, una causa per la quale poter morire». La mancata integrazione e la vita in un quartiere malfamato posso aiutare a creare questa disillusione, ma da soli non offrono una spiegazione concreta per illustrare un fenomeno così complesso come la radicalizzazione. 


politica interna
Proposta di legge per la prevenzione della radicalizzazione e dell'estremismo jihadista
6 febbraio 2016
politica estera
Radicalizzazione: strategie di prevenzione
4 gennaio 2016
Il lungo reportage del giornalista scientifico, Giovanni Sabato, sul numero appena uscito di "Mente e cervello" (mensile di "Le Scienze") che presenta l'attività della RAN e quanto stiamo facendo in Italia. A chi fosse interessato posso inviare il file della versione digitale (scrivere a info@kore.it).

Mente e cervello: la radicalizzazione
politica estera
Three Friends, One Jihadi
3 maggio 2015


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