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La solidarietà a 140 caratteri e quella vera
14 aprile 2013

Sulle forme di solidarietà di fronte gli attacchi degli anarchici e quelli dei fondamentalisti islamici.

#iostoconlastampa, recita l’hashtag su Twitter per esprime la solidarietà al quotidiano torinese obbiettivo di un pacco bomba, con relativa rivendicazione della FAI, e poi di un attacco con i cubetti di porfido all’auto del medesimo giornale durante una manifestazione. Il tutto per fortuna senza feriti gravi.

Ai messaggi su twitter, si aggiunge un editoriale di Cesare Martinetti, Il buon senso contro i remake, che esprime il concetto secondo cui: “Oggi come allora (negli anni di piombo ndr) la cosa fondamentale è che gli incappucciati siano lasciati soli nella cupa e caricaturale ripetizione di gesti altrui” . E invoca verso i terroristi di oggi il precetto di Carlo Casalegno, il vicedirettore de La stampa trucidato dalla BR nel 1997, “nessuna forzatura, ma nessuna tolleranza.

Tutto corretto. Però non si può non notare una sproporzione nell’espressione di solidarietà e nell’attenzione dei media, tra quanto occorso al giornale torinese e quanto occorso un mese fa a Silvio Trevisan: l’ostaggio ucciso in Nigeria da un gruppo fondamentalista islamico.

Nel caso dell’ingegnere 69enne, originario di San Stino di Livenza in provincia di Venezia, non si trovano messaggi di solidarietà su Twitter, né editoriali che, ad esempio, analizzino l’incapacità del nostro governo ad intervenire in Nigeria dove i lavoratori italiani e la comunità cristiana vive in uno stato di pericolo permanente.

Eppure una storia di solidarietà vera, non parolaia nello spazio di 140 caratteri, ci sarebbe da raccontare. Eccola.

Il giorno dopo la notizia del massacro degli ostaggi nel paese africano, l’associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter), pubblica sul proprio sito e sulla sua pagina Facebook il seguente comunicato stampa, naturalmente non ripreso da nessun organo di informazione:

A distanza di un anno dalla uccisione di Franco Lamolinara è stato confermato solo oggi che in Nigeria il 18 febbraio scorso l'ostaggio italiano, Silvano Trevisan, è stato ucciso dai suoi rapitori insieme ad altri sei colleghi, da un gruppo terrorista di fondamentalisti islamici.
La nostra Associazione esprime alla famiglia della vittima vicinanza e piena solidarietà, e si dichiara a disposizione per le necessarie informazioni sull'assistenza e il risarcimento che la legge italiana riconosce alle vittime del terrorismo.
Aiviter non può comunque sottrarsi dall'esprimere una viva preoccupazione nel rilevare come l'Italia continui a dimostrare incapacità di intervento e di soluzione positiva nei rapimenti in Nigeria, creando un grave vulnus per la sicurezza dei cittadini italiani che lavorano in quel paese.
Il presidente Aiviter, Dante Notaristefano

Nel giro di pochi giorni, una delle due figlie di Trevisan, scrive un messaggio, via Facebook, ringraziando e chiedendo di mettersi in contatto con l’Associazione.

Le difficoltà che i parenti di una vittima si trovano davanti in questi casi sono inimmaginabili: la burocrazia per ottenere un certificato di morte, il rientro di una salma, i contatti vaghi e imbarazzanti con l’unità di crisi della Farnesina, il silenzio sui diritti che le vittime del terrorismo hanno per legge. Così la segreteria dell’associazione interviene fornendo le informazioni e le indicazioni necessarie per aggirarsi nella giungla burocratica italiana.

Questo capita, non una tantum, ma quotidianamente per centinaia di persone che, anche a distanza di decenni dai fatti di terrorismo interno, non sanno che, seppur tardivamente e mal applicata, c’è una legge che li tutela, li riconosce e gli rende riparazione.

La storia del lavoro che la segreteria dell’associazione Aiviter svolge, a titolo di puro volontariato, senza praticamente alcun sostegno economico pubblico, è un modello di sussidiarietà, di auto organizzazione della società civile, di resistenza allo sfascio della coesione sociale e a quella burocrazia statale che considera spesso le vittime del terrorismo solo dei “rompicoglioni”.

Una storia che pur avendo la stessa stessa cornice torinese, si adatta solo a questo blog, non certo alla pagine di un quotidiano …

politica interna
Quei giornalisti contro Carlo Casalegno, 5 anni dopo
18 maggio 2012
QUEI GIORNALISTI CONTRO CASALEGNO

Quando uscì nel 2007 sul Sole24Ore, non ricordo sia seguito nulla di particolare.
Certo è un editoriale che viene spesso citato. Lo ha fatto, per esempio, di recente in un seminario alla LUMSA di Roma il prof. Claudio Siniscalchi, per dare l'idea del clima di complicità politica e morale verso la pratica del terrorismo negli anni '70.
Quello che dovrebbe inquietare la società civile tutta, è il fatto che nei 5 anni che sono seguiti da quella denuncia non mi risulta che nessun collega di Chiaberge abbia risposto all'invito finale di "battere un colpo".
Non lo hanno fatto i suoi colleghi di allora a "La Stampa", e neppure altri, visto che non era diversa la situazione al "Corriere della Sera", che sacrificherà non a caso Walter Tobagi qualche anno dopo, o nel resto della carta stampata, 'indipendente' o meno che fosse.

Ora, delle due l'una. O i giornalisti non sono degli intellettuali, è quindi non hanno alcun dovere di rispondere del loro operato quando non si configuri in termini di reato; oppure, se vogliono tale qualifica, prima di prendere la penna in mano e fare magari la morale a qualche casta, dovrebbero decidersi a mettere in piazza i loro scheletri nell'armadio, come ha fatto Chiaberge.

Non esiste altra via: la pubblica opinione avrebbe tutto il diritto di sapere di quale materiale umano è costituto il sistema dell'informazione nel nostro paese.
A sentire Carlo Casalegno il materiale era assai scadente, ed essendo la nostra una gerontocrazia è probabile che sia sempre lo stesso. A parte le rare eccezioni comuni ad ogni epoca.

Però, diciamolo, scoprire oggi le carriere costruite dalle 'scatologie' di allora sarebbe una grande “conquista democratica”, per usare uno loro slogan di quei tempi.
letteratura
IN DIFESA DI LADY MEDUSA
22 aprile 2012
"Non bastano più i ginecologhi e gli psichiatri che hanno sezionato i corpi, auscultato i cuori e misurato i cranî delle donne, a rivelarne l’intima essenza. Solo esse medesime possono ormai dire il loro bene e il loro male (...)"
Scrive Amalia Guglielminetti in un articolo pubblicato su «La Stampa» l'11 luglio 1911, intitolato "Aridità sentimentale".



Ecco, mi pare che Lorenzo Mondo nell'articolo di ieri sullo stesso giornale (supplemento TTL de La Stampa del 21 aprile 2012) recensendo il libro di Silvio Raffo Lady Medusa. Vita, poesia e amori di Amalia Guglielminetti, 101 anni dopo (!), sia ancora un po' erede di ginecologhi e psichiatri...

Omette di rammentare che fosse una sua collega, in primis, poi, aderendo alla recente moda della storia per via giudiziaria, rammenta una mancata condanna per seminfermità mentale e quindi, soprattutto, non riesce ad ammettere che "la vocazione al disastro" di Amalia - quando si ha il coraggio di dire certe cose - è il minimo che la vita garantisca (a chiunque ieri come oggi).


[sì, questa è anche una difesa partigiana di famiglia]


politica interna
La Stampa organo ufficiale dei neo gramsciani?
17 marzo 2012
Che il giornale che fu di Carlo Casalegno, vicedirettore azionista ucciso dalla Brigate Rosse, oggi - dopo 35 anni - permetta nelle sue pagine culturali la difesa di Gramsci incrociata al killeraggio accademico ("privo di credenziali scientifiche") contro colui i cui studi sulle BR sono tradotti, pubblicati e apprezzati in tutto il mondo anglosassone, è francamente ignobile se non sarà seguito da una qualche replica a breve.

Stiamo parlando di Angelo D'Orsi verso Alessandro Orsini, su La Stampa del 15 Marzo scorso.

La polemica nasce di recente: qui sul sito della Fondazione Nenni il 21 febbraio scorso, il primo scambio polemico tra i due.
Poi quello a seguito dell'articolo di Roberto Saviano su la Repubblica: commentato sul sito di Notizie Radicali e qui Turati: più che Saviano, Orsini

Vadiamo se a quest'ultimo attacco del barone sessantottino, guardiano dell'ortodossia gramsciana in terra subalpina,  troverà nell'accademia torinese qualcuno che risponda sulle stesse  pagine di quel giornale ...che fu di Carlo Casalegno!

CULTURA
La Repubblica fondata sulle televisioni del dolore
6 aprile 2011
Sono veramente assai curiose le tesi di De Luna del suo ultimo saggio “la Repubblica del dolore”, di cui La Stampa ha fornito un anticipo lo scorso 3 aprile.



Leggendo l'anticipazione, a Berlusconi andrebbe addebitata anche la privatizzazione delle memorie attraverso le sue “televisioni del dolore” le quali, fin dagli anni ’80, avrebbero reso impossibile agli storici di fare il loro mestiere e alle istituzioni pubbliche di mantenere la loro identità nazionale. Per compensare la deriva televisiva e privatistica della memoria, la classe politica non avrebbe trovato di meglio da fare che approvare una serie di “leggi di memoria”, per le vittime di questo e quell’altro. Con il pessimo risultato di ottenere che “la centralità delle vittime posta come fondamento di una memoria comune divide più di quanto unisca”.

In tutta franchezza, è difficile vedere un paese che sia diviso perché c’è un giorno dell’anno dedicato delle vittime della mafia, piuttosto che a quelle della shoah, o a quelle delle foibe. L’impressione è che lo storico torinese, curatore tra l’altro della mostra sui 150 anni di Unità d’Italia (nella quale per altro le vittime della mafia sono le uniche privilegiate da un spazio apposito), abbia annegato un problema in un contesto più ampio per nasconderlo, forse, anche alla sua coscienza di ex militante degli anni ’70. Le sole vittime che dividono il paese in modo palese, ma più spesso sotterraneo, sono quelle del terrorismo.
Il punto risulterà anche più chiaro se si ha voglia di andare a sentire le stesse tesi  espresse nel contesto di un convegno francese dell'anno scorso a Lione, dedicato alle memorie dei figli degli anni di piombo.

Quest’ultime, è abbastanza noto che non abbiano mai goduto per oltre 30 anni né di buona stampa, né di alcuna attenzione da parte degli storici. La loro memoria non ha interessato per decenni nessuna televisione, nessun partito, nessun ricercatore, fino a quando non hanno posto la loro esistenza all’onore del mondo attraverso internet, e quando un giornalista, Giovanni Fasanella, ha iniziato ad intervistarle per un libro e poi quando le stesse vittime hanno iniziato loro stesse a scriverne.

Solo tardivamente è intervenuto il Parlamento con la legge di memoria, nel 2007: trent’anni dopo le uccisioni di Carlo Casalegno, di Antonio Custra, di Roberto Crescenzio, solo per fare alcuni nomi di chi morì nel 1977.
Non ci risulta che né le istituzioni, né gli storici ci abbiano messo tanto tempo per curare in modo pubblico la memoria dei partigiani ammazzati o degli internati nei lager nazisti.
Con le dovute proporzioni, la buona stampa e i buoni storici delle vittime del dopoguerra probabilmente per De Luna avranno a che fare con la buona produzione del cinema neorealista.


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P.S. 14.04.2011 Testo finale del Diretto Aiviter in merito allo storico De Luna:

VITTIME DEL TERRORISMO: RAGGIUNTO IL MASSIMO PARADOSSO

politica estera
Fratelli d'Italia uccisi dal terrorismo internazionale
7 marzo 2011
Un bel titolo per la mia intervista di oggi su La Stampa e per un bel progetto che Aiviter vorrebbe portare avanti, dopo il lavoro svolto negli ultimi dieci anni sulle vittime degli anni di piombo.
Servirà molto aiuto e collaborazione...
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Fratelli d’Italia uccisi dal terrorismointernazionale

LA STAMPA 07/03/2011 - IL CASO

Fratelli d'Italia uccisi dal terrorismo internazionale


Non solo in patria.Sono centinaia gli italiani che hanno perso la vita in stragi e omicidi avvenuti all’estero. Molte anche le morti in attentati locali provocati
da mani straniere

LUCIANO BORGHESAN

TORINO
Sono centinaia gli italiani morti in attentati nel mondo. L’Associazione Italiana Vittime del terrorismo si attiva perché non restino senza patria e senza memoria. «Sono stati uccisi all’estero o per mano straniera, spesso senza capire che cosa stava capitando, mentre lavoravano, durante un viaggio o in missione», afferma Luca Guglielminetti, ricercatore dell’Aiviter. Sono sepolti in lunghi elenchi, chiusi in un numero, una data, un luogo, quasi mai ricordati per cognome. Sono nei 2.974 dell’11 settembre 2011, delle Twin Towers, nei 192 dell’11 marzo 2004 di Madrid, nei 52 del 7 luglio 2005 di Londra, nelle stragi che la follia umana è stata capace di ordire.

«Finiranno per essere dimenticati se non ci si prenderà cura delle loro identità, ma sono state vite che hanno lasciato vedove, orfani, genitori. Hanno amato un Paese che deve loro riconoscenza», aggiunge Guglielminetti.

L’Aiviter, per iniziativa del primo presidente Maurizio Puddu, ha il merito di aver raccolto la memoria di quanto capitato in Italia negli anni di piombo e di aver reso immortali le figure dei caduti: nel sito www.vittimeterrorismo.it sono riportati fatti, responsabilità, anche «punti neri», «segreti di Stato» senza luce. Il giornalismo ha ripreso a occuparsi degli «anni bui» grazie anche ai figli delle vittime che hanno fatto accendere i riflettori sulle notti della Repubblica alla ricerca di verità, prima che di giustizia.

«Ora Aiviter porta all’attenzione di tutti le tragedie degli italiani ammazzati “fuori casa” e in attentati di matrice internazionale. Una ricostruzione sofferta, che difficilmente potrà essere definita “completata”: sono molti i casi, ad esempio, al confine tra il terrorismo e l’episodio di guerra. Ci rivolgiamo a chiunque abbia informazioni documentate che possano integrare la ricerca».

La legge 206 del 3 agosto 2004 "Nuove norme a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice" e quella che istituisce il 9 maggio il "Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice" riconoscono le vittime sia di attentati compiuti sul territorio nazionale che extranazionale. Al momento, nel registro ci sono una quarantina di italiani vittime, tra cui quelli dell’aereo francese fatto esplodere sul deserto del Ténéré, delle stragi di Londra e Madrid, i reporter uccisi in Africa e in paesi arabi, uccisi nel conflitto medioorientale. Casi di cui è raro trovare menzione come per Ferdinando Bignardi, capo pilota della flotta aerea Fiat, ucciso (con 16 persone) la notte di San Silvestro del 1980 in un hotel di Nairobi. E nulla si è saputo dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Paolo, scomparsi a Beirut il 2/9/ 1980.

Un capitolo a parte meritano le vittime di attentati in Argentina negli anni 70. E' solito considerare i soli morti del regime militare tra il 1976 e il 1983, ma delle 259 persone che l'associazione CELTYV segnala come di origine italiana, uccise dai cosiddetti movimenti rivoluzionari, molte sono state assassinate prima del golpe del generale Videla, cioè quando l'Argentina era formalmente democratica. Di queste la sola nota in Italia è il direttore della Fiat argentina Oberdan Guillermo Sallustro (rapito e ammazzato nel 1972).

«Riportare queste vittime dal passato al presente - dice Guglielminetti -, significa riaprire ferite dolorose, ma è fondamentale per la storia ricordare quanto è accaduto, affinché, se non prevenire che riaccada, sia almeno acclarato quello che è successo. E il nostro proposito, dunque, è la sistemazione curata e completa dei fatti». Con un’attenzione utile ai familiari: «Purtroppo - spiega il ricercatore dell’Aiviter -, le vittime spesso non sono consapevoli dei diritti previsti dalle leggi». E’ il caso della famiglia di Giachino Diasio, incontrata a Parigi nel 2009 alla celebrazione del XX anniversario dell'attentato al DC10 d'UTA, per iniziativa della Rete Europea delle Vittime del terrorismo: «Un importante simposio che oltre a essere organo consultivo della Commissione Europea, ci aiuterà in questa ricerca».

Info@vittimeterrorismo.it è l’indirizzo cui inviare notizie e segnalazioni.


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