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politica interna
Memorie settarie e memorie pubbliche
16 febbraio 2017

Le polemiche per la targa in memoria di Roberto Crescenzio, studente lavoratore bruciato vivo dalle molotov nel bar Angelo Azzurro di via Po a Torino nel 1977, nel corso di un corteo di Lotta Continua, evidenziano come, a distanza di 40 anni, la nostra civiltà sia funestata dalla divisione tra memorie settarie e memorie pubbliche.

Prendiamo tre casi circoscritti a Roma e commemorati periodicamente in modo settario:

1) l'estrema destra ha coltivato la memoria di Mikaeli Mantakas, militante del Fuan "ucciso dall'odio comunista" nel 1978.

2) l'estrema sinistra ha coltivato quella di Roberto Scialabba, militante di Lotta Continua, "ucciso dai fascisti" nel 1978.

3) il Partito Radicale ha coltivato a sua volta la memoria di Giorgiana Masi, uccisa "dalla violenza del regime" nel 1977.

Forse non tutti sanno che da 10 anni tutti e tre i suddetti casi sono istituzionalmente considerati "vittime del terrorismo", esattamente come Roberto Crescenzio. Tutti infatti compaiono nella pubblicazione ufficiale della Presidenza della Repubblica in memora delle vittime del terrorismo nell'Italia Repubblicana.

Ma naturalmente le formazioni di estrema sinistra, destra e i radicali preferiscono continuare a coltivare i loro martiri con gli appellativi partigiani che si sono scelti a sua tempo: del fascismo, dell'odio comunista e del regime.

Anche se tecnicamente alcuni sono casi di "violenza politica", sfugge a molti il criterio per cui tali casi siano stati inclusi nell'ambito del terrorismo dalle istituzioni; cioè quello di sottrarli alle memorie di parte per renderli tutti memoria pubblica condivisa.

Troppo difficile da comprendere ancora per alcuni, soprattutto per chi in quei partiti e movimenti militò in un'età, quella giovanile, cui non si ha il coraggio di dare la giusta connotazione e quindi narrazione.

politica interna
Il rapporto della sinistra con la violenza dagli anni di piombo a oggi
2 novembre 2014
Non si può recensire il libro di Luigi Manconi del 2008, Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale 1970-2008, senza sottrarsi alla lettura di un altro saggio breve che viene ripreso nel secondo capitolo del libro a proprosito del mito della "perdita dell'innocenza" a seguito della Strage di Piazza Fontana. Si tratta del testo di Anna Bravo, Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci, pubblicato pochi anni prima, nel 2004, sulla rivista di studi storici Genesis, qui reperibile.
Siamo di fronte a due testi frutto dell'elaborazione di due studiosi che hanno in comune la passata militanza in Lotta Continua, che sono quindi coinvolti soggettivamente in ciò su cui riflettono, ma che si connotano entrambi come primi seri tentativi di critica, certo anche auto-analisi e auto-critica, che rappresentano un salto netto qualitativo rispetto alla precedente cospicua mole di letteratura di e su quell'area politica: tanto quella prodotta da altri ex militanti (da Sofri a De Luca) sia dei tentativi di analisi esterni come quella di Aldo Cazzullo.


PARTE PRIMA

Entrambi gli Autori fanno i conti per la prima volta "con il rapporto irrisolto con la violenza. Non la violenza che lo stato e i gruppi neofascisti hanno rovesciato sui movimenti, non la violenza esercitata contro il corpo delle donne, ma quella di cui in vario grado portiamo una responsabilità per averla agita, tollerata, misconosciuta, giustificata – una questione che è rimasta fuori o ai margini estremi della ricerca storica e della riflessione politica." Anna Bravo si chiede perché negli anni Settanta sia mancato un pensiero originale sulla questione- violenza, perché il '68 non abbia avuto uno sbocco non violento: "sarebbe bastato guardarsi intorno per incontrare teorie e pratiche altre da quelle del marxismo ortodosso o critico, per scoprire le opere di Gandhi, Thoreau, del nostro Capitini, la disobbedienza dei radicali, e La banalità del male di Hannah Arendt, dove si racconta come in Danimarca migliaia di persone, in genere senza alcuna esperienza di clandestinità, si fossero mobilitate, nel 1943, per traghettare in Svezia i loro concittadini ebrei, facendo meglio e di più di qualsiasi organizzazione armata." Invece quello che è capito è ben descritto in questo passo: "Sarebbe futile dirottare ogni responsabilità sulla tradizione rivoluzionaria, marxista, comunista, della violenza, su quegli intellettuali maturi e autorevoli che condividevano le aspettative palingenetiche, su quell’unico partigiano che dichiarava in interventi pubblici di aver consegnato dopo la liberazione soltanto i “ferrivecchi”. Ci siamo scelti determinati maestri e compagni di strada (e per alcuni di loro i movimenti sono stati a loro volta maestri) perché ci riconoscevamo profondamente nell’ideologia della violenza riformatrice, fatta uomo nella figura del partigiano, del combattente di Spagna, del comunardo, del ribelle risorgimentale, del cittadino in armi della rivoluzione francese - un condensato di combattentismo maschile vissuto come cifra naturale della lotta.".

La tesi giustificazionista della scelta violenta della "fine dell’innocenza" dopo la strage di Piazza Fontana, con la morte di Pinelli e l'accusa agli anarchici, scrive Anna Bravo che "è una verità parziale". La teoria dell'innocenza di chi reagisce violentemente all'ingiustizia della stage "di Stato", quella del “tutti colpevoli” per l'omicidio Calabresi, che può facilmente rovesciarsi in “nessun colpevole”, sono "costruzione in cui l’idealizzazione nostalgica e il desiderio di preservare un’autoimmagine positiva sono tenuti insieme da qualche vuoto di memoria."
Posizione analoga a quella di Luigi Manconi che della Stage di Piazza Fontana parla in termini di fattore di "accelerazione", di "precipitazione" verso l'uso della violenza: un "mito delle origini" quello dell'innocenza che nasconde in vero un'ovvietà: che negli anni Settanta sia mancato "Un pensiero originale sulla questione-violenza", scrive Manconi citando la Bravo.

Il discorso è sviluppato da Manconi nei capitoli successivi, come quello sul ruolo del mito resistenziale e successivo, nei quali al fine di marcare l'ipotesi del suo lavoro di una continuità tra primo e secondo terrorismo (cioè tra le varie fasi di evoluzione della Br tra il 1970 al 2007), giunge a denunciare precisamente il "punto dolente": l'interdizione all'uso delle violenza offensiva e rivoluzionaria non è solo mancato negli anni Settanta, ma "nemmeno successivamente è stato elaborato: lo si è dato per implicito e scontato (all'interno del PCI, ad esempio); è stato affrontato negli anni più recenti da Rifondazione comunista; e, per quanto riguarda i "nuovi movimenti", soltanto in alcuni (penso a Lilliput) la problematica risulta centrale e qualificante. In altre parole, si può dire che non esista nelle culture cui fanno riferimenti i movimenti sociali, che qui considero, un'adeguata interdizione culturale e morale nei confronti del ricorso all'illegalità e allo stesso esercizio della violenza. Non esiste, direi, una interdizione assoluta, un veto inappellabile, un vero e proprio tabù."
La legittimazione morale del ricorso alla "violenza giusta" è invece stata alimentata da "alcune importanti tradizioni politiche e culturali (da quella di ascendenza marxista a quella di ascendenza cattolica). Anna Bravo vi aggiunge una ascendenza antropologica "maschilista", cui il mondo femminista negli anni Settanta aveva cercato di porre qualche distinguo più che argine.

Certamente ci sono ancora dei limiti in queste due, come nelle altre analisi degli ex militanti, che lo stesso Manconi denuncia: costituiscono "un sistema complesso di "spiegazioni e "giustificazioni": e combinano variamente continuità e discontinuità, memoria di ieri e percezione di oggi". Ai quale si aggiungono i vuoti di memoria, di cui parla la Bravo.

Credo che, al di là del loro oggettivo valore, in queste due (auto) analisi manchi anche solo un accenno ad una ipotesi direi assolutamente legittima: se non fosse scoppiato il caso Sofri-Calabresi, con l'auto denuncia di Leonardo Marino nel 1987, avremmo avuto lo sviluppo di queste riflessione in seno a LC?
Inoltre, l'alto livello di coesione di gruppo di Lotta Continua, anche dopo la lettura di questi due testi, non toglie l'impressione di un'aura di omertà persistente che aleggia ancora intorno ai fatti di cui LC fu responsabile e che fatica ancora a distinguerne e denunciarne responsabilità individuali. Per dirla con Primo Levi, manca loro un certa autoconsapevolezza di essere esponenti di una "zona grigia" di sopravvissuti come “peggiori”.
E poi sempre assai sorprendente quando si parla di mancata cultura della non violenza, che due intellettuali, ancora riescano ad omettere la figura di Albert Camus da quel panorama di alternativa possibile in cui Anna Brava trova il posto per Rudi Dutschke, Jan Palach, Gandhi, Thoreau, Capitini, Hanna Arendt e Simone Weil. (Camus, dunque, questo sconosciuto al sessantotto, cui anche Goffredo Fofi e Paolo Flores D'arcais non sono riusciti evidentemente a trarre alcun beneficio in termini di riflessione sull'uso delle violenza politica. L'uomo in rivolta, gli articoli sulla stampa relativi alla terrorismo algerino, paiono ancora intellegibili agli ex giovani dei movimenti)

PARTE SECONDA

Il contributo dei due testi riserva però anche altri spunti positivi ed interessanti: quelli relativi alle vittime del terrorismo e delle violenza politica.

"Anche se non si può separare il terrorismo dal clima di quegli anni, mi pare che alla parola dei suoi esponenti, donne e uomini, vada dato uno spazio a sé; sapere di aver ucciso è una condizione fronteggiabile solo con un salto di coscienza che parta dal dolore per l’irreparabile che si è commesso. Ne ho trovate poche tracce nei loro scritti e interviste, dove la coscienza della responsabilità è soffocata dall’enfasi sulla dimensione soggettiva e sulla nuova persona che ormai si è, dall’insistenza sul contesto di allora e sugli errori di analisi politica, più che sui crimini che ne sono derivati. Le vittime stanno fuori o sullo sfondo…", scrive Anna Bravo.
Luigi Manconi va molto oltre.
Già in premessa scrive: "trattare del terrorismo senza considerare il punto di vista delle vittime è operazione non solo parziale ma, probabilmente, fallace." Il suo libro vuole infatti trattare il fenomeno terrorismo che "va analizzato non solo dalla parte dei suoi attori precedente, attuali e potenziali, ma - contemporaneamente - dalla parte del sistema politico e delle vita sociale e dalla parte delle vittime."
Nel definire la stagione del terrorismo rosso, "una ferita che - lungi dal rimarginarsi - ha rischiato piuttosto di incancrenirsi (..) per la scia lunga e dolente di sofferenze", l'Autore precisa che "Appartengono a quella scia, innanzitutto, la schiera delle vittime e dei familiari delle vittime; e vi appartengono anche, su un altro piano, le vite spezzate degli "ex combattenti"." Sottolineo la precisazione, "su un altro livello", visto che frange di ex terroristi tendono a considere vittime solo loro stessi ancora oggi.
L'Autore precisa che utilizza il termine "combattenti", non perché in Italia ci sia stata una guerra o una rivoluzione, ma quella che definisce "una guerra civile simulata", per Manconi sinonimo di una lacerazione profonda del "patto sociale", che in quanto fatto non esclusivamente criminale, avrebbe richiesto da parte delle istituzioni dello Stato, pur senza fornire ai brigasti alcun riconoscimento politico sul piano giuridico, almeno una capacità di risposta che non si limitasse alla repressione giudiziaria. Una risposta dello Stato che fornisse loro un valore politico e sociale per agevolare una relazione con i terroristi in grado di essere più flessibile in occasione come quella del rapimento Moro, e soprattutto di affrontare l'uscita dagli anni di piombo con "una grande opera di "riconciliazione" che, nel nostro paese, invece non fu né realizzata né tentata.(…) A metà degli anni Ottanta (…) lo scampato pericolo e il conseguente sollievo determinano rimozione. Si crea un autentico buco nero, nel quale precipita un'intera fase storica, con i sui lutti e con le sue domande senza risposta." Il retaggio di quella fase è descritto dall'Autore, come "pesante, "resistente", in cui il dolore dei familiari delle vittime resta inchiodato dallo scarto tra l'aver subito un lutto "per ideologia" e la misura della pena inflitta al responsabile. Le vittime e i loro familiari sono quindi "immobilizzati in quel dolore, al quale non è stato dato alcun rilievo pubblico - alcuna funzione di testimonianza civile e di monito morale - se non nel momento delle esequie." Lasciandole nella "solitudine privata e la smemoratezza pubblica".
Il caso del libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, è considerato dall'Autore un caso raro di riconciliazione, "che opera positivamente per tutelare la memoria dei propri cari", al contrario dello Stato che non ha voluto "voltare pagina", ha preferito "il ritorno ad una normalità di superficie"."E' successo così che, periodicamente, una ferita non ancora rimarginata abbia ripreso a sanguinare" e ogni volta "le passioni sembrano avere la meglio sui tentativi di ricostruzione storica, si analisi sociologica, di mediazione e di ricomposizione politica". Una vera e propria reticenza "verso una discussione aperta", è la cifra che ha contraddistinto l'atteggiamento verso la questione del terrorismo: "tema critico e nervo scoperto di alcune tradizioni politiche e culturali, o di loro importanti componenti".
Conclude Manconi: "Insomma, la mancata riflessione ed elaborazione a proposito della "violenza rivoluzionaria" e della "violenza reazionaria" si sono alimentate, e continuano ad alimentarsi reciprocamente" privando il paese di una vera "pacificazione, che da una parte restituisca i "prigionieri"e dall'altra, "ancor prima", riconosca alle vittime il ruolo politico, morale, istituzionale e simbolico loro dovuto. Quello delle vittime, Manconi è assai chiaro, è stata una questione di "mancato spazio pubblico", cui solo nel 2004 è apparsa una prima controtendenza costituita dall'approvazione della legge n.206, precisa l'Autore. Le vittime "Nella memoria di quella "tragedia nazionale" sono - avrebbero dovuto essere, potrebbero ancora essere - anche altro (che semplice "parte lesa"): ovvero i soggetti che, in quanto più crudelmente feriti, più sarebbero in grado di contribuire a sanare quella stessa ferita".
L'Autore è consapevole che il tempo per "fare come il Sudafrica" sono scaduti, e pur con tutti i distinguo del caso italiano, giunge a proporre un "progetto verità", per perseguire una "riconciliazione" che giustamente precisa "non chiede di necessità - come esito inevitabile né, tanto meno, come condizione preliminare - la concessione del "perdono"."
Un progetto di commissione parlamentare di studio e di alto livello che raccolga le storie dei vari attori di quelle vicende, in seno al quale dare alle vittime un ruolo pubblico "altissimo e determinante".
In questo modo: "Le vittime e i familiari delle vittime, dunque, come protagonisti di quell'opera di ricostruzione storico-politica, di cui rappresenterebbero l'elemento cruciale e ineludibile, il "fattore umano" non cancellabile. Da ciò potrebbe discendere una intensa funzione pedagogica, un forte ruolo testimoniale, un denso significato di ammonimento: e la continuità non dimettibile di un messaggio della memoria".
Questa proposta per Manconi è fondamentale anche in prospettiva futura: il suo libro infatti traccia la continuità tra vecchie, nuove e nuovissime Brigate Rosse, giungendo a considerare anche possibili alleanze con il terrorismo jihadista.
Fare chiarezza sull'uso della violenza e chiudere i conti con l'uso che ne è stato fatto negli anni di piombo è quindi un prerequisito per la sua conclusione: non sarà possibile bandire completamente il terrorismo, ma "ridurlo a un ferrovecchio - che può fare assai male, come tutte le lame arrugginite - è possibile".

E' interessante aggiungere a proposito del ruolo testimoniale e pacificatore delle vittime, la nota di Anna Bravo sulla loro qualità narrativa. In una intervista dello stesso anno alla rivista Lo Staniero, sottolinea:
"Quello che mi indigna è il fascino che i reduci del terrorismo sembrano esercitare sui media. Su di loro si scrivono libri, si fanno film, si pubblicano loro interviste. E sono per lo più povere cose, parole di aspiranti caporali. Sulle vittime invece, quasi silenzio. Eppure sono molto più “interessanti” Guido Rossa, Bachelet, Casalegno che non i loro assassini – dico interessanti proprio nel senso di narrativamente ricchi, non nel senso di umanamente nobili. Credo che in nessun altro periodo si sia dato tanto spazio ai “cattivi” e così poco alle loro vittime."

Quasi un decennio separa l'oggi da questi due testi. Nel frattempo molte vittime, in particolare figli e figlie delle vittime, hanno scritto e testimoniato; la memoria pubblica delle vittime ha guadagnato spazi pubblici nelle targhe in ricordo dei caduti in molte città, e le associazioni delle vittime hanno da tempo iniziato la loro opera pedagogica nella scuola. Manconi stesso ricorda l'istituzione del Giorno delle Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, nel 2008, che ogni anno il 9 maggio viene celebrato ad alto livello istituzionale. Tutto ancora con molti limiti, difficoltà e frizioni, retaggio di quanto descritto bene da Manconi. Da allora, però, il dato più importante che è emerso, come ho già avuto modo di sottolineare altrove, è quello che l'analisi dei terrorismi italiani sia diventato oggetto di ricerca delle nuove generazioni, prive di conoscenza diretta e soggettiva dei fatti. Questo distacco è la garanzia migliore per la memoria delle vittime e la qualità storiografica o sociologica degli studi in materia.
CULTURA
La zona grigia ieri e oggi (e domani)
18 ottobre 2014
Così conclude Primo Levi il suo articolo il giorno dopo l'uccisione di Aldo Moro sulle colonne de 'La Stampa': "(...) Se, per ipotesi assurda, (le Brigate Rosse) dovessero prevalere, non c'è dubbio che il Paese sarebbe sommerso da una marea di barbarie senza uguali nella storia moderna, forse perfino più odiosa di quella delle «non ancora dimenticate SS naziste» a cui esse osano paragonare le forze dell'ordine." (10.05.1978)

Primo Levi, nella sua opera finale, I sommersi e i salvati (1986), colloca i sopravvissuti ai Lager nazisti (e se stesso) fra i “peggiori”; Adriano Sofri, nelle due lettere del 2008 su il Foglio e il Corriere della Sera, colloca gli assassini del commissario Calabresi (e se stesso) fra i "migliori".
Questo l'abisso di tempra morale tra due figure esponenti della zona grigia, seppur di due contesti storici diversi: i Lager del terzo Reich e gli anni di piombo italiani. Contesti che però è lecito accostare perché l'autore stesso del concetto di "zona grigia" lo suggerisce alla fine dal capoverso in cui lo presenta: "La zona grigia della «protekcja» e della collaborazione nasce da radici molteplici.(…) Questo modo di agire è noto alle associazioni criminali di tutti i tempi e luoghi, è praticato da sempre dalla mafia, e tra l'altro è il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni '70". (P. Levi, I sommersi e i salvati, pagg. 29-30)

Se gli studiosi di Levi, come Anna Bravo (1), hanno sottolineato giustamente che "Si potrebbe scrivere un libro sugli usi e gli abusi fatti del termine zona grigia", dall'altra parte, nessuno di loro mi risulta si sia preso la briga di domandarsi ed approfondire quel riferimento così esplicito al terrorismo italiano (*).

Rientra così in una tendenza, per fortuna in regresso (come segnalato in precedenti articoli), cui siamo ormai abituati da decenni: il ruolo di supplenza svolto dai giornalisti alla carenze degli studiosi sui temi caldi della stagione dei terrorismi. Infatti quest'anno è apparso il volume di Massimiliano Griner, "La zona grigia". Sottotitolo: "Intellettuali, professori, giornalisti, avvocati, magistrati, operai, Una certa Italia idealista e rivoluzionaria", per i tipi di Chiarelettere.

Il libro si compone di una carrellata di storie e personaggi che hanno aderito, fiancheggiato, simpatizzato o accettato il terrorismo eversivo di sinistra; che con le loro simpatie, silenzi, complicità indirette o scoperte, hanno reso possibile l'ampiezza, l'intensità e la durata del terrorismo del caso italiano.
Scrive l'autore che «La molla principale alla realizzazione di questo libro è stata l’indignazione verso un ambiente spesso arrogante e protetto che, diversamente da alcuni ex brigatisti, non ha fatto un solo passo indietro; non una riflessione sul proprio operato; non un ripensamento o un’ammissione di responsabilità per le tante sofferenze causate alle vittime e alle loro famiglie».

In vero qualche riflessione c'è stata anche in quell'area, e l'autore forse avrebbe fatto bene a sottolineare meglio che quanto ha riportato è una selezione parziale di quanto emerso solo pubblicamente nel corso dei decenni. Inoltre, il pur ampio quadro di tipologie è tratteggiato in modo talvolta insufficiente per valutare il livello di coinvolgimento nel fenomeno terrorista del singolo esponente. Infine, tra gli intellettuali, sono inclusi solamente i "clerici" laici.

Salvo rari casi con vasta letteratura, come quello Sofri-Calbresi, di fronte a questa area è quindi importante approfondire sia quantitativamente che qualitativamente, cercando di esimersi da giudizi netti ed affrettati. Come insegna sempre Primo Levi, è bene sfuggire sia dal sentimentalismo che tutto assolve, sia dal moralismo astratto che vuole tosto giudicare.

Siamo infatti di fronte ad un crinale delicato, fatto di livelli e responsabilità diverse e graduate. Come scrivevo a proposito del softpower da utilizzare oggi in termini preventivi nei processi di radicalizzazione attuali, siamo qui di fronte ad una area dinamica che esprimeva livelli diversi di coinvolgimento con il fenomeno. Un'area, quella grigia degli anni di piombo, che un programma USA (The Minerva Initiative) poi bloccato da carenze di fondi federali, voleva indagare scientificamente per trarre indicazioni utili alle sfide attuali.
Un peccato, perché una riflessione di quell'area oggi avrebbe potuto rimediare la sua propria tardività con una qualche utilità per il futuro.

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(*) In vero è la stessa Anna Bravo l'unico caso di un'analisi critica, seppur soggettiva, dall'interno, e probabilmente in parte inconsapevole, della zona grigia intorno al terrorismo degli anni '70: non a caso una studiosa della Shoa e di Primo Levi. 10 anni fa suscitò aspre polemiche la sua intervista a la Repubblica relativa al suo saggio “Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci” , pubblicato sul numero III/1 (2004) della rivista “Genesis” (per informazioni: www.societadellestoriche.it dove è reperibile), nel quale studia i rapporti del  femminismo e di tutta la nuova sinistra degli anni settanta, a cominciare da Lotta continua, il gruppo di cui ha fatto parte, con le varie forme di violenza (materiale, simbolica, ideologica). E' la prima volta che viene affrontato il tema delle violenza politica senza infingimenti e giustificazionismi, da perte di chi era stata parte del movimento.
Tre anni dopo, Luigi Manconi, anche lui ex militante di LC, riprenderà sostanzialemnte le sue tesi, sviluppando una ampia analisi sociologica sul terrorismo rosso in Italia tra il 1970 e il 2008. "Terroristi italiani" (RIzzoli). Si veda la recensione di entrambi i testi qui
politica interna
Quei giornalisti contro Carlo Casalegno, 5 anni dopo
18 maggio 2012
QUEI GIORNALISTI CONTRO CASALEGNO

Quando uscì nel 2007 sul Sole24Ore, non ricordo sia seguito nulla di particolare.
Certo è un editoriale che viene spesso citato. Lo ha fatto, per esempio, di recente in un seminario alla LUMSA di Roma il prof. Claudio Siniscalchi, per dare l'idea del clima di complicità politica e morale verso la pratica del terrorismo negli anni '70.
Quello che dovrebbe inquietare la società civile tutta, è il fatto che nei 5 anni che sono seguiti da quella denuncia non mi risulta che nessun collega di Chiaberge abbia risposto all'invito finale di "battere un colpo".
Non lo hanno fatto i suoi colleghi di allora a "La Stampa", e neppure altri, visto che non era diversa la situazione al "Corriere della Sera", che sacrificherà non a caso Walter Tobagi qualche anno dopo, o nel resto della carta stampata, 'indipendente' o meno che fosse.

Ora, delle due l'una. O i giornalisti non sono degli intellettuali, è quindi non hanno alcun dovere di rispondere del loro operato quando non si configuri in termini di reato; oppure, se vogliono tale qualifica, prima di prendere la penna in mano e fare magari la morale a qualche casta, dovrebbero decidersi a mettere in piazza i loro scheletri nell'armadio, come ha fatto Chiaberge.

Non esiste altra via: la pubblica opinione avrebbe tutto il diritto di sapere di quale materiale umano è costituto il sistema dell'informazione nel nostro paese.
A sentire Carlo Casalegno il materiale era assai scadente, ed essendo la nostra una gerontocrazia è probabile che sia sempre lo stesso. A parte le rare eccezioni comuni ad ogni epoca.

Però, diciamolo, scoprire oggi le carriere costruite dalle 'scatologie' di allora sarebbe una grande “conquista democratica”, per usare uno loro slogan di quei tempi.
SOCIETA'
Incomparabilità di tragedie anni '70: Villa Azzurra - Angelo Azzurro
3 dicembre 2011
Sorprende la superficialità etica di Christian Fascella anche se probabilmente possiede una coerenza con l'ambito letterario farlocco dei suoi romanzi.
Sul supplemento  de La Stampa Tuttolibri, il romanziere generazionale precario Fascella recensisce il diario e un documentario del più derelitto dei responsabili, di fronte alla giustizia, del rogo dell'Angelo Azzurro nel 1977: Alberto Bonvicini.
Un figura intoccabile, oggi, con una storia triste dall'orfanotrofio al manicomio di Collegno, dalla 'lotta' politica  alla droga, passando per l'elettroshock e le sevizie di Villa Azzurra. Talmente intoccabile, che il Fascella scrive che la sua disgraziata vita lo portò : "a bruciare il bar Angelo Azzurro provocando la morte di un uomo." Senza nulla aggiungere. Non il fatto che quell'uomo in vero fosse un giovane di 22 anni; non il suo nome: Roberto Crescenzio; non il particolare che sia bruciato vivo.
La superficialità etica risiede in questa incapacità di dare equilibrio, nella recensione, tra due storie tragiche. Ma forse lo scandalo risiede ancor più nel dopo. Osserviamo il dopo, la vita postuma di Alberto Bonvicini e di Roberto Crescenzio.



Nel primo caso abbiamo tutti gli ex di Lotta Continua che, come in vita per il lavoro (di giornalista), si spendono per la sua memoria: da Enrico Deaglio,  a Luca Rastello. Da Alberto Papuzzi a Stefano Della Casa. Abbiamo oggi un cofanetto con libro e DVD, "Fate la storia senza di me". La sua parola continua a vivere.
Nel secondo caso, abbiamo un padre che muore di crepacuore poco dopo la morte del figlio, la madre con il cordoglio istituzionale delle amministrazioni locali una volta l'anno, il 3 ottobre, e l'appoggio morale di Maurizio Puddu dell'Associazione italiana delle vittime del terrorismo: fino al 2007 quando entrambi morirono. Oggi abbiamo solo le drammatiche immagini di Roberto e la sua storia in qualche documentario, in qualche libro e in qualche mostra: ma la sua parola non c'è.
E' sempre questa la situazione che si fatica a comprendere, soprattutto nei suoi risvolti etici: il terrorista con la più drammatica delle storie alle spalle, come questa di Alberto Bonvicini,  resta incomparabile con quella della sua vittima (anche in un caso particolare come quello del rogo dell'Angelo Azzurro, dove esiste una scarsa verità giudiziaria) la quale, restando senza parola, non può testimoniare, mentre Bonvicini ha potuto scrivere e poi fare il giornalista, prima di morire a 31 anni di Aids.
POLITICA
Una storia di spie e giornali negli anni di piombo (6)
8 maggio 2010
La seconda sorpresa di questa storia gira da alcuni anni su molti blog. Tutte le versioni sono rimaneggiamenti di articoli di Marco Nozza su Il Giorno. Qui di seguito riportiamo quello del 31 luglio 1988: una sua  intervista ad Adele Cambria, così come ce la propone quest'ultima nel suo blog (sono solo stati cambiati i grassetti).


Lotta Continua e La CIA di M. Nozza

Nell'articolo pubblicato ieri dal "Giorno", col titolo suggestivo "caro direttore, io
c'ero", articolo molto bello soprattutto perché molto sincero, e coraggioso,
Adele Cambria ha raccontato come accade che, all'indomani dell'omicidio Calabresi, dovette subire un processo per "apologia di reato e istigazione a delinquere", dato che il suo nome figurava alla "direzione responsabile" del quotidiano fondato da Adriano Sofri. Come tanti altri giornalisti che si succedettero a quella direzione, anche la Cambria
aveva prestato il proprio nome perché la legge di allora, anacronistica, impediva ai non giornalisti di firmare un quotidiano.
"Non condividevo minimamente quelle parole" (e cioè i commenti sulla morte di Calabresi). "La mia firma era un tributo alla garanzia di libertà d'espressione". "Fui, insieme a due militanti che avevano venduto, quel 18 maggio 1972, le copie incriminate del quotidiano "Lotta continua" - così racconta la
Cambria -, l'unica a essere processata, e per direttissima, a causa dell'omicidio Calabresi". Per la storia, altri quattro imputati
aderenti a Lc furono processati a Torino, proprio il giorno del processo alla
Cambria.
E quelli si beccarono un anno e quattro mesi di reclusione, senza la condizionale. Nel quartetto c'era anche Andrea Casalegno, figlio del giornalista della "Stampa" di Torino, Carlo Casalegno, che cinque anni dopo, il 16 novembre 1977, sarebbe stato vilmente assassinato sotto casa dalle Brigate rosse. Ma l'aspetto che più colpisce, nel racconto
di
Adele Cambria, è la descrizione che fa degli intellettuali di Lc che frequentavano la
redazione romana di via Dandolo. "Sbagliati o giusti che fossero i loro ideali, li pagavano di persona". "Vivevano davvero in povertà, nonostante fossero tutti abbastanza brillanti per inserirsi a pieno titolo nell'aborrito "sistema" (e alcuni, dopo, lo hanno fatto), e non era infrequente, da parte loro, la cessione all'organizzazione della
proprietà della casa ereditata dalla famiglia…". "Insomma, quello che poi, studiando i sacri testi del marxismo-leninismo, io stessa avrei definito l'"ascetismo rosso stalinista", dominava l'ambiente: sia a Napoli (dove poi il quotidiano non si fece), sia a Roma nella redazione di via Dandolo, pieno di sedie, spagliate e con un unico, veneratissimo
"operaio", che veniva custodito (sarò un po' cattiva…) quale reliquia…". E con via Dandolo, finalmente, siamo arrivati al punto. L'
Adele Cambria alla direzione di "Lotta continua" ci resistette per brevissimo tempo.
Altri, per periodi più lunghi. E come mai nessuno, proprio nessuno, dei tantissimi direttori che si susseguirono alla guida di quel giornale, fu pungolato dalla curiosità di sapere di chi era la tipografia che stampava "Lotta continua", la "Tipografia Art-Press", che si trovava nei locali della stessa redazione in via Dandolo al numero 10? La
storia nasconde aspetti davvero molto strani. Perché? Ma perché, al medesimo indirizzo, esisteva la Dapco. E la Dapco era l'editrice del "Daily American", il giornale degli americani di Roma. Risultava di proprietà di una società il cui amministratore unico era un americano degli Stati Uniti, tale Robert Hugh Cunningham. Chi era costui? Nato a Lovelville, nell'Ohio, il 10 gennaio 1920, Robert Hugh Cunningham era
un collaboratore eminente di Richard Helm, quando Richard Helm era capo
della Cia. Chi lo dice? Lo dice (e lo scrive) Victor Marchetti, nel libro "Culto e mistica del servizio segreto", edito in Italia da Garzanti. Qualcuno, a questo punto, obietterà: il pubblicare il "Daily American" non potrebbe essere una pura attività collaterale, privata,
del signor Robert Hugh Cunningham? Ci sono però alcuni problemi che complicano la faccenda. Eccone uno: appena arrivato a Roma, e cioè nel '68, questo signor Cunningham aveva come socio un vecchio americano ultrasettuagenario, tale Samuel Meek, che aveva amministrato il "Daily American" dal 1964 e agiva, anche lui, per la Cia. Sia pure solo come fiduciario, non come vero e proprio agente. L'agente vero era Robert Hugh Cunningham. Tutto qua? Obietterà qualcuno che un conto è la Dapco
e un conto è la Art-Press, la tipografia che stampava "Lotta continua".
Difatti: la società Dapco si costituì, sempre a Roma, il giorno 1 dicembre 1971, con atto a rogito presso il notaio Domenico Zecca. Due cose diverse? Pare di no, invece. Perché i soci della Art-Press risultano tre: Cunningham padre, madre e figlio. Amministratore della Dapco: Cunningham senior. Amministratore della Art-Press: Cunningham
junior. Che si chiama come il padre: Robert Hugh Cunningham.

Si dirà: un conto è il padre, un conto è il figlio. Ci sono tanti figli che sono dissimili dal proprio padre, completamente diversi, contrapposti. Vedremo, più avanti, che non è così. Nel '71, intanto, avviene un'altra cosa strana, stranissima. Presso la cancelleria delle società commerciali, esistente nel tribunale civile e penale di Roma, due signori presentano un documento dal quale risulta che accettano di diventare "amministratori della Spa Rome Daily American con deliberazione dell'assemblea ordinaria del 27 settembre 1971". Come si chiamano questi due signori? Uno si chiama Matteo Macciocco, nato a Olbia (Sassari) il 1 aprile 1929, domiciliato a Milano in via Turati
29. Il secondo si chiama Michele Sindona, avvocato, nato a Patti (Messina) l'8 maggio 1920, domiciliato a Milano in via Visconti di Modrone 30. Entrambi dichiarano che a loro carico non esiste alcuna delle cause di ineleggibilità e, precisamente, di non essere
interdetti, inabilitati, falliti, né condannati a una pena che comporti l'interdizione dai pubblici uffici e l'incapacità di esercitare… Nel '71, dunque, Sindona succede a Cunningham, Cunningham senior, nella gestione del "Daily American". Giornale che fallisce, subito dopo il fallimento di Sindona. E a sostituire il "Daily American", ecco che
compare, a Roma, un altro quotidiano per cittadini Usa in Italia. Si chiama "Daily News". I suoi proprietari? Robert Hugh Cunningham senior e Robert Hugh Cunningham junior. Toh! Forse questa è un'altra storia. E però, proprio mentre fallisce il "Daily American", succede che "Lotta continua" cambia tipografia, non si lascia più stampare dalla Art-Press. È nata infatti una nuova società, che si è fissata la durata "fino al 31 dicembre 2010". Nome: "Tipografia 15 giugno". Soci: Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio. Tutti quelli che si presentano davanti al notaio di Roma, che stavolta è Franco Galiani, si dichiarano cittadini italiani. L'ultimo della fila, no. Questo è un cittadino statunitense. Si chiama? Si chiama Robert
Hugh Cunningham junior. Sempre lui. Il figlio, ormai ha preso il posto del padre. E si muove meglio del padre, perché non soltanto si dà da fare (molto bene) con quelli di "Lotta continua", ma tiene sotto controllo (sotto controllo?) anche le frange accalorate di
"Autonomia",di cui divulga (su giornali e riviste) le idee più eversive, più deleterie. Verso gli anni Ottanta, prende a languire lo slancio di "Lotta continua". Il giornale si spegne proprio mentre, negli Stati Uniti, appare la stella nuova, quella di Reagan. A questo
punto, da parte di Cunningham junior non c'è nemmeno più la preoccupazione di nascondere quello che, effettivamente, rappresenta. E Reagan, appena eletto presidente degli Stati Uniti, lo nomina responsabile del partito repubblicano in Europa. Per che cosa? Per l'informazione. Robert Hugh Cunningham diventa l'uomo più reazionario dell'équipe di Washington. Rambo tra i Rambo. Ed è ancora un giovanotto: ha appena superato i quaranta. Come i suoi coetanei di "Lotta continua", del resto. I quali adesso - con l'affare Calabresi - sono nelle grane. Alcuni, almeno. Ma lo sapevano, quegli sprovveduti, con chi avevano a che fare?"



Marco Nozza tornerà sulla questione a distanza di molti anni come dimostra questa replica da parte di Paolo Liguori su Corriere della Sera del 6 settembre 1996.
Articolo dal quale apprendiamo un'altro interessante particolare: "Nozza porta il lettore in una strada romana (via Dandolo) nel cuore di Trastevere e alle pendici di Monteverde Vecchio: li' , venticinque anni fa, c' era una tipografia che stampava Lc ma anche Notizie Radicali, il Daily American e Nuova Repubblica, il settimanale del movimento di Randolfo Pacciardi e Giano Accame."

La quantità di interrogativi su questa storia sono ormai molti.
Uno dei dati più rilevanti, e che mi preme subito sottolineare riguarda le fonti. Si tratta di una omissione forse rivelatrice. Manca infatti quella che sicuramente è stata una fonte primaria anche per testimoni diretti come Adele Cambria, o per il giornalista 'pistarolo' Marco Nozza: cioè il testo da dove prende avvio la parte sopra riportata di questa vicende,  che compare per la prima volta nel  libro dell'ex radicale Giuseppe Caputo, “La rosa rubata. Libro bianco sul partito radicale”.
Lì compare la copia dell'articolo del NYT del 1977 di John M. Crewdson e Joseph Treaster, lì compare la copia dell'atto di costituzione della "Tipografia 15 giugno", lì le prove sui rapporti con i radicali.

/fine sesta parte

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