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C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
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Average Press Coverage Of A Terrorist Attack
26 luglio 2018
terrorism covedrage
Una ricerca dell'Università dell'Alabama mostra che gli attacchi terroristici dei musulmani ricevono in media 105 titoli dai media, gli altri solo 15.
Articolo del Guardian

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permalink | inviato da hommerevolte il 26/7/2018 alle 13:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
La percezione sociale delle vittime del terrorismo
19 febbraio 2018
Saggio sull forme di doppia vittimizzazione e biasimo delle vittime nella percezione sociale degli atti terroristici: pubblicato sulla Rassegna Italiana di Criminologian 4/2017 disponibile qui


politica estera
Malintesi linguistici intorno alla radicalizzazione violenta e all’Islam radicale.
21 settembre 2016
Ricordo ancora il Presidente del Consiglio Monti, al rientro da Bruxelles, dichiarare che “dobbiamo combattere la radicalizzazione”. L’espressione sul viso non dissimulava il fatto che non avesse molto chiaro quel concetto probabilmente appena sentito in un incontro con la Commissione Europea.
Cosa si erano inventati gli 'eurocrati' questa volta?
Non avendo potere in materia di sicurezza, la Commissione, attraverso il  “Programma di Stoccolma” per il periodo 2010-2014 e la “EU Strategy on Radicalisation’” (adottata nel 2005, e rivista nel 2008 e 2014), ha provato a valorizzare a livello Europeo quelle politiche e programmi di prevenzione del terrorismo, attivati in alcuni paesi nordici (Regno Unito, Olanda, Germania, Svezia e Danimarca), che cercano di incidere sulle radici del fenomeno. Su quello che la recente letteratura scientifica post 11/9/2001 ha descritto come processo di radicalizzazione violenta che investe i giovani che si fanno reclutare o che si auto-reclutano in gruppi estremisti che praticano la violenza.

Da notare subito che  tale approccio non si è mai rivolto al solo terrorismo di matrice islamista, anzi le prime e più interessanti esperienza  europee erano rivolte ai gruppi giovanili neonazisti, come avvenuto in Svezia a Germania. Gli studi hanno riguardato anche fenomeni come quelli del nostro passato per le Brigate Rosse. La radicalizzazione violenta è  un processo psico-sociale che viene osservato o sul quale si interviene  al di là dell’ideologia violenta con cui si sposa (la “giusta causa” per cui uccidere e/o farsi uccidere) e gli interventi educativi, sociali e psicologici che si attuano per prevenirla sono frutto di attività locale, di resiliente  e multidisciplinare collaborazione tra amministrazioni e società civile.
Avendo però negli ultimi anni dominato la scena del terrorismo, l’IS, o ISIS o Daesh, e avendo la politica e i media, per pigrizia o imperizia, abbandonato od omesso l’aggettivazione “violenta”, la radicalizzazione si è trovata ben presto linguisticamente stravolta nel mare magnum dell’informazione. Con i termini tipo "radicalizzazione jihadista" se non ancor più semplificati di "Islam radicale".
Non stupisce, allora, la requisitoria dell’elzeviro di Roberto Casati comparso sulla terza pagina dell'ultimo numero del supplemento domenicale del Sole24Ore, intitolato “Islam non radicale ma distorto”.

Lì si arriva al paradosso di imputare al termine “Islam radicale” l’origine dell’attività de-radicalizzazione. Nella frase “esistono delle scale di “radicalità” che le forze di polizia usano per misurare la pericolosità dei sospetti e dei sorvegliati speciali”, a proposito delle politiche del governo francese, c’è il culmine del paradosso linguistico nel contesto più inappropriato, quello francese,  per discettare sul termine 'radicale/radicalizzazione'.
La Francia è infatti nota per essere partita tardivamente ad affrontare la radicalizzazione violenta, cioè solo dopo i fatti di Charlie Hebdo; inoltre l’approccio centralistico dello Stato sta inficiando gravemente l’efficacia dei suoi programmi; e l’uso di “radicalizzazione jihadista” nella comunicazione de la Republique alimenta malintesi linguistici fino a rischiare di assumere un carattere discriminatorio e controproducente. (Si veda anche questo precedente post.)

Il senso delle ricerche e delle politiche di prevenzione della radicalizzazione violenta e di de-radicalizzazione si comprendono solo spostando lo sguardo verso i paesi (nordici) che hanno una  cultura della prevenzione del crimine che agisce sui territori nei quali già esistano, o di possano sviluppare, coesione sociale, resilienza, fiducia tra istituzioni (anche della sicurezza) e cittadini tutti.
Compreso questo, anche in Italia, il linguaggio potrebbe diventare allora meno equivoco e controproducente, come giustamente auspica Roberto Casati nell’articolo del Sole24Ore sopra citato.
politica interna
Da casta a casta
23 dicembre 2011
I più pensano che sparlare della casta aiuti a vendere i giornali o lo share in tv. Non è vero.
Potrebbe essere vero il contrario.  Maggiore sono gli attacchi ai politici, peggiore è il numero di lettori e di vendite. Infatti il punto è che la guerra della stampa (e della Tv) coi nuovi media è già chiaramente persa.
Così ad opinionisti, editorialisti, mezzibusti e giornalisti di vaglia non resta che provare a prendere il posto dei politici, sparando la loro moralistica retorica a destra e a manca quotidianamente.

I loro lettori spesso fingono di ignorare che i loro compensi attuali siano il doppio dei quelli di un parlamentare e preferiscono di vedere vilipesi, con bello stile, i gestori delle cosa pubblica da loro stessi eletti.
Ma tale nicchia, mix tra masochismo e malpancismo, si assottiglia ogni dì con le vendite delle copie del giornale, così la disoccupazione si profila non solo all'orizzonte  dei giovani italiani, ma anche di questi ricchi giornalisti che cercano un 'riciclo' altrettanto remunerativo.


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permalink | inviato da hommerevolte il 23/12/2011 alle 7:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
politica estera
Bin Laden e le sue vittime
3 maggio 2011


Ieri mattina la prima email che è arrivata alla Associazione Italiana Vittime del Terrorismo proveniva dagli Stati Uniti quando là era ancora notte. Era inviata dalla figlia di una vittima degli attentati del 11/9, Carie Lemarck, con le prima brevi impressioni alla notizia della morte di Osama Bin Laden.

"Mentre siamo ancora sotto choc e abbiamo bisogno di digerire la notizia che abbiamo aspettato di ascoltare per troppo tempo, la mia famiglia non può che esprimere il sollievo che l'uomo che ha ucciso mia madre, Judy Larocque e migliaia di altri, non possono più nuocere ad alcuna altra anima viva. Ci auguriamo che l'attenzione dei media sia su coloro la cui vita egli ha preso e ai quali ha cagionato dolore incommensurabile, e non su di lui, poiché non è degno del tempo di una trasmissione."

Naturalmente tutti i media oggi sono pieni di pagine su Bin Laden e i numeri e nomi delle sue vittime sono quasi inesistenti. Ma l'amica Carie, e la sua storia, è stata almeno ricordata da Mario Calabresi al termine del suo editoriale: "Quel dolore che non si può cancellare"

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P.S. 03.05.2011 Testo finale  Aiviter : "Bin Laden e le sue vittime: Carie e le altre"

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permalink | inviato da hommerevolte il 3/5/2011 alle 12:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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