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SOCIETA'
#SiamolanostraMemoria
6 maggio 2018
Orgoglioso di aver collaborato ai testi per questa mostra

politica interna
Memorie settarie e memorie pubbliche
16 febbraio 2017

Le polemiche per la targa in memoria di Roberto Crescenzio, studente lavoratore bruciato vivo dalle molotov nel bar Angelo Azzurro di via Po a Torino nel 1977, nel corso di un corteo di Lotta Continua, evidenziano come, a distanza di 40 anni, la nostra civiltà sia funestata dalla divisione tra memorie settarie e memorie pubbliche.

Prendiamo tre casi circoscritti a Roma e commemorati periodicamente in modo settario:

1) l'estrema destra ha coltivato la memoria di Mikaeli Mantakas, militante del Fuan "ucciso dall'odio comunista" nel 1978.

2) l'estrema sinistra ha coltivato quella di Roberto Scialabba, militante di Lotta Continua, "ucciso dai fascisti" nel 1978.

3) il Partito Radicale ha coltivato a sua volta la memoria di Giorgiana Masi, uccisa "dalla violenza del regime" nel 1977.

Forse non tutti sanno che da 10 anni tutti e tre i suddetti casi sono istituzionalmente considerati "vittime del terrorismo", esattamente come Roberto Crescenzio. Tutti infatti compaiono nella pubblicazione ufficiale della Presidenza della Repubblica in memora delle vittime del terrorismo nell'Italia Repubblicana.

Ma naturalmente le formazioni di estrema sinistra, destra e i radicali preferiscono continuare a coltivare i loro martiri con gli appellativi partigiani che si sono scelti a sua tempo: del fascismo, dell'odio comunista e del regime.

Anche se tecnicamente alcuni sono casi di "violenza politica", sfugge a molti il criterio per cui tali casi siano stati inclusi nell'ambito del terrorismo dalle istituzioni; cioè quello di sottrarli alle memorie di parte per renderli tutti memoria pubblica condivisa.

Troppo difficile da comprendere ancora per alcuni, soprattutto per chi in quei partiti e movimenti militò in un'età, quella giovanile, cui non si ha il coraggio di dare la giusta connotazione e quindi narrazione.

SOCIETA'
Memoria Futura: gli “Anni di Piombo” nelle scuole
30 maggio 2015

Educare al pensiero critico: le vittime del terrorismo nelle scuole from Luca Guglielminetti on Vimeo.

TGRPiemonte Edizione delle 14.00 del 30 maggio 2015.
Servizio sul progetto didattico dell'Aiviter (Associazione Italiana Vittime del Terrorismo) nelle scuole del Piemonte. Terza edizione 2014/2015 di "Memoria futura. Leggere gli ‘Anni di Piombo’ per un domani senza violenza”. La presentazione e premiazione dei lavori degli studenti nell'Aula del Consiglio regionale del Piemonte a Torino, avvenuta il 29 maggio 2014.
Si veda http://www.cr.piemonte.it/web/comunicati-stampa/comunicati-stampa-2015/390-maggio-2015/3708-memoria-futura-studiare-il-terrorismo-a-scuola

politica interna
Dalla Repubblica del dolore ad una Repubblica resiliente
17 maggio 2015
"No, anche il Presidente Grasso con le lacrime agli occhi nel su discorso, mi sono detto nell'aula del Senato il 9 maggio scorso, in occasione del Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi". Così mi racconta al telefono il figlio di una vittima, frustrato da questa esibizione del dolore che stenta ad evolversi in qualcosa di positivo che guardi avanti.

Un termine chiave utile a spiegare il tono commovente preminente nella maggioranza degli interventi, la fornisce uno degli stessi interventi che si sono succeduti in tale occasione: quello di Carol Beebe Tarantelli, la vedova dell'economista Ezio, ucciso dalla BR nel 1985. Carol è una psicanalista e nella prima parte del suo intervento ripete più volte il termine 'trauma'. E' il termine corretto che aiuta ad interpretare le variegate reazioni che le vittime e la società civile hanno di fronte ai fatti di terrorismo con la relativa gestione delle loro memorie e narrazioni.

Carol Beebe Tarantelli - Memoria e trauma from Luca Guglielminetti on Vimeo.


Raccontare la memoria di un trauma, per chi lo ha vissuto sulla propria pelle, è contemporaneamente traumatico e salutare. Non a caso la principale attività terapeutica è quella dell'ascolto in luogo protetto che chiede alla vittime o al sopravvissuto di raccontare o scrivere delle sua esperienza. Solo dopo questa fase catartica del racconto, quest'ultimo può diventare discorso e memoria pubblica, con il suo valore civile e pedagogico.

La stragrande maggioranza delle vittime degli 'Anni di piombo' non ha avuto però assistenza psicologica per superare il trauma. Solo nell'ultimo decennio è stata loro offerta la possibilità di avvalersi di centri specialisti, da una parte, e di intervenire nel dibattito pubblico, dall'altra.

Un secondo concetto che aiuta a definire il processo narrativo che dall'espressione del dolore passa a quello propositivo di memoria pubblica civile, dotata di un valore pedagogico, è quello di 'resilienza'.
In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. Le decine di libri, documentari, siti web, e mostre con le voci delle vittime pubblicati e prodotti nell’ultimo decennio sono segni di una resilienza sempre più diffusa da parte di un gruppo traumatizzato che è stato in silenzio e isolato, o poco ascoltato, per decenni.
Quanto maggiormente questa capacità di resilienza crescerà, tanto diminuirà l'impatto del dolore, lasciando vieppiù crescere nelle vittime la capacità di costruire storia e memoria, di portare valori positivi di giustizia e verità, di presentarsi come esempi e testimoni dei danni del terrorismo e della violenza politica.

La "Repubblica del dolore", denunciata dallo storico Giovani De Luna, di cui si lamentava la stessa vittima che ho sentito di ritorno dalla cerimonia di Roma, potrebbe essere un passaggio obbligatorio  per l'incapacità trasversale della politica e delle sue culture di far fronte ai traumi della storia del nostro paese. Ma quel dolore, se è vero che non può scomparire completamente, può stemperarsi mano a mano che diventa discorso pubblico fino a farsi antidoto, portatore di storia e memoria condivisa, quando entra nelle scuole, nelle carceri, e forse anche quando prova a dialogare con gli ex terroristi per verificare le forme di mediazione e di giustizia riparativa promosse dai recenti studi di criminologia e vittimologia.
POLITICA
Le vittime del terrorismo tra Stato e società civile. Il ruolo delle loro associazioni: i casi paralleli di Italia e Francia.
15 marzo 2015

Tutti possono osservare gli atti di solidarietà nell'immediatezza dell'attacco tanto dello Stato che del corpo sociale colpito dall'attacco terroristico, ma è poco osservato, se non negletto, quanto occorre nei tempi successivi, brevi e lunghi che siano.

Prendiamo spunto dai fatti recenti di Parigi, dove due mesi fa, nel corso di tre giorni, tre terroristi hanno seminato sangue nello sgomento generale a livello mondiale, uccidendo 17 persone e ferendone 11. Che cosa ricordiamo oggi? Le immagini dei telegiornali e dei media, "Charlie Hebdo" e le sue vignette; le manifestazioni di solidarietà dell'11 gennaio in tutta la Francia e in giro per il mondo con la diffusione virale dei cartelli "Je suis Charlie"; l'eco del dibattito sul diritto di satira e di offesa delle religioni. Qualcuno rammenterà ancora il nome dei fratelli Kouachi e di Coulibaly, o il nome delle vittime più famose, come il disegnare Wolinsky e il direttore Charbonnier.

Nel frattempo le vittime hanno iniziato un percorso poco conosciuto dal giorno dopo le imponenti manifestazioni in loro solidarietà.

Innanzi tutto occorre precisare che le vittime non sono solo i morti e feriti. Ci sono gli illesi, i testimoni diretti dei fatti nella redazione del giornale, gli ostaggi del supermarket Kosher e della tipografia nell'epilogo di quei tre giorni, le cui conseguenze per lo shock subito si articolano in molteplici patologie. Ho incontrato pochi giorni fa il proprietario della tipografia a Dammartin-en-Goele, figlio di immigrati italiani dal Molise, Michel Catalano che mi ha raccontato come da quel giorno abbia perso il sonno: la morte gli è passata assai vicina.

Lo stesso per i feriti e i familiari, cioè le vittime indirette, dei morti e dei feriti sui quali le conseguenze del fatti si ripercuotono in termini psicologici, sociali ed economici che possono arrivare a travalicare le generazioni. Pensiamo al caso italiano di Piazza Fontana: nella battaglia per la memoria e le verità è coinvolto ormai un nipote, Matteo Dendena, della vittima diretta, Giuseppe.

Premesso che l'obiettivo di un attacco terroristico è sempre la società civile, sia che questo si articoli nella modalità indifferenziata della strage, o in quale selettiva degli obiettivi da colpire, la questione che voglio evidenziare è la risposta dello Stato e della società verso le vittime nel corso del tempo.

Tutti possono osservare gli atti di solidarietà nell'immediatezza dell'attacco tanto dello Stato che del corpo sociale colpito dall'attacco terroristico, ma è poco osservato, se non negletto, quanto occorre nei tempi successivi, brevi e lunghi che siano.

Restiamo nella Francia di "Carlie" e osserviamo cosa capita a livello di Stato e di società, verso le vittime dirette o indirette che siano. Il governo francese ha varato diverse forme di sostegno e riparazione dei danni subiti dalle vittime, ma queste non avrebbero affetto alcuno se non ci fosse un "corpo intermedio" che le rende fruibili ai familiari delle vittime e ai sopravvissuti. Questo corpo intermedio è l'associazione francese AfVT.org. In questi due mesi tale associazione sta facendo esattamente quanto in Italia svolge l'associazione Aiviter da 10 anni, cioè da quando è stata varata una legge specifica per le vittime del terrorismo, la n. 206 del 2004. Le associazione delle vittime rendono cioè noti ed applicabili quei diritti che altrimenti, solo garantiti sulla carta, sarebbero pressoché nulli ai più quando privi dell'intermediazione che li rende conosciuti e praticabili nei suoi spesso complessi iter burocratici.

E la società civile? Restando in Francia, dopo due mesi dagli attentati, sicuramente c'è una attenzione, al di là di timori per nuovi attacchi, verso le vittime. La si può misurare anche quantitativamente nelle vendite dei numeri successivi di Carlie Hebdo. Ma, come capita sempre, si insinuano già una serie di fattori che minano la solidarietà verso le vittime. Tra paure, sospetti e teorie cospiratorie, il terrorismo si giova del carattere equivoco del suo agire, comunicare e legittimassi e delle frequenti strumentalizzazioni dirette o indirette, nazionali o internazionali, che gli girano attorno.

Considerazioni del tipo: "le vittime se la sono se la sono cercata", oppure: "il governo non ha prevenuto l'attacco quindi forse era interessato a subire un attacco per giustificare le sue politiche interne e internazionali", sono reazioni che provocano il crollo della solidarietà, della fiducia nelle istituzioni, della coesione sociale e, nelle vittime, una seconda vittimizzazione.

Accade così che le associazione - che svolgono il ruolo sussidiario di far applicare i diritti delle vittime, sopra citato, oltre quello di salvaguardarne la memoria - si trovano presto prive di aiuto e sostegno dalla società civile. Non una raccolta fondi a loro favore, non una associazione di simpatizzanti (cioè non costituita da vittime) che si ponga a loro supporto o servizio. Esistono miriadi di associazione per le cause più disparate, comprese verso le vittime di conflitti e genocidi, ma non una verso le vittime di quel particolare conflitto che è il terrorismo.

Questo comporta che le associazioni delle vittime del terrorismo debbano sostenersi con la loro proprie forze: quelle dei loro membri, familiari di vittime e di sopravvissuto, al massimo di qualche ente privato o istituzione pubblica locale o europea. Chiedere un sostegno diretto ai rispettivi governi è una scelta politicamente improponibile: in Italia abbiamo coinvolgimenti diretti di parti dello Stato nelle stragi fasciste e dei ruoli ambigui nell'affrontare il terrorismo rosso; in Francia, fino a pochi anni fa, i governi, sotto la cosiddetta dottrina Mitterrand, si giovavano indirettamente dei terrorismi interni spagnolo e italiano, ospitando e garantendo asilo ai terroristi di ETA e del brigatismo nostrano.

Uno degli effetti meno studiati del fenomeno terroristico è proprio questo: il suo carattere ambiguo che mina la coesione sociale, la solidarietà alle vittime, la fiducia nelle istituzioni. Le vittime in tutta Europa, negli ultimi 30 anni, si sono trovate a doversi auto-organizzare, spesso nell'indifferenza della società e nell'imbarazzo delle istituzioni statali.

Solo rari e recenti studi hanno evidenziato il ruolo positivo e propulsivo che le associazioni hanno svolto nel gioco democratico sotto il profilo qualitativo della trasparenza (contro la ragion di Stato e i suoi segreti), della giustizia (mancata o insufficiente) e della ricostruzione storica; e sotto quello "narrativo" che le testimonianze delle vittime giocano nella 'guerra di parole' contro il terrorismo e la radicalizzazione violenta. Il ruolo assistenziale e la dimensione autorganizzata (self help group) per far fruire a vittime e familiari i loro diritti è ancor meno conosciuto.

SOCIETA'
Terrorismo, sulle tracce di una memoria sommersa
14 marzo 2015

Convegno-dibattito Terrorismo, sulle tracce di una memoria sommersa - Il passato ai confini del presente. L'incontro si terrà  il prossimo 16 marzo,  anniversario dell'uccisione del giudice Giacumbi, nell' Aula Magna del Liceo Scientifico "G. Da Procida", di Salerno.
POLITICA
La solidarietà per lobby (e a corrente alterna) e quella che serve
10 gennaio 2015


E' probabilmente banale sottolineare il fatto che non tutte le vittime di un attentato terroristico siano uguali. Il dato è risultato evidente in questi 3 giorni di angosce e smarrimento provenienti dalla Francia che hanno chiamato l'Europa in una gara di solidarietà che durerà almeno fino a domenica, quando a Parigi si svolgerà la manifestazione contro il terrorismo con la presenza dei Primi ministri di molti paesi.

La campagna "Je suis Charlie",  l'hashtag record su Twitter, non evidenzia una improvvisa sensibilità verso il problema del terrorismo e delle sue vittime. La rivista satirica "Charlie Hebdo", già in crisi economica,  era prodotto editoriale di nicchia noto a una piccola elité francese ed Europea. Quanto ha colpito ed emozionato profondamente è certamente stato assistere alla strage di una intera redazione giornalistica, espressione delle più larga concezione della libertà di opinione e stampa, quella della satira sacrilega. Occorre però aggiungere che l'ampia solidarietà sui social media e nelle manifestazioni di piazza, soprattutto fuori la Francia, è il risultato della mobilitazione di chi si è sentito più esposto e che ha la forza comunicativa per produrla, cioè i giornalisti, cioè i colleghi delle vittime. La categoria professionale in vero più colpita a livello di occidentali dalla furia terrorista islamista degli ultimi mesi.

La strage di Athoca a Madrid del 2004 che uccise 191 persone e provocò 2.057 feriti, non suscitò analoga solidarietà a livello europeo, come pure gli attacchi a Londra del 7 luglio 2005. Non parliamo poi degli attentati che occorrono quotidiani fuori dall'Europa; relegati ai margini delle notizie dall'estero, quasi assenti dai tg, salvo che non sia colpito un occidentale, la qual cosa garantisce i titoli di apertura per un giorno.

In Italia poi, solo per fare un esempio, quasi nessuno ha aderito nei mesi scorsi alla mobilitazione internazionale contro i Boko Haram, quella per cui nomi noti - a partire da Malala -  accanto a giovani e studenti si fotografavano con il cartello #brinkbackourgirls in solidarietà alle oltre duecento studentesse ancora oggi in ostaggio dei fondamentalisti. Gli stessi che in questi stessi giorni hanno raso al suolo una città intera, trucidando un numero di persone incerto tra le centinaia e le migliaia. Gli stessi che hanno colpito anche le ultime due vittime italiane: gli ingenieri Lamolinara e Trevisan.
L'ordine degli ingenieri non ha certo appeal comunicativo e quindi i nostro due italiani giacciono  nell'oblio.

Benvengano certo e comunque le iniziative di solidarietà, anche se funzionano a corrente alterna, ma occorre cogliere la disfunzione della loro parzialità perché il risultato dovrebbe essere già ben noto sulla scorta della storia nei nostri anni di piombo. Per decenni l'estrema sinistra ha coltivato i suoi morti, così l'estrema destra i suoi. Ci sono voluti 40 e lo sforzo delle associazioni delle vittime ( e del Presidente Napolitano) per iniziare a restituire agli italiani tutte le vittime senza distinzioni.

Queste ore dimostrano come ci sia ancora moltissimo da lavorare per fare comprendere che il terrorismo chiunque colpisce fisicamente in vero colpisce sempre il corpo vivo della società nella sua interezza.
Fare distinzioni tra le vittime dei terrorismi, attribuire valori diversificati, simbolici o meno, è quanto di più dannoso si possa fare per alimentare
il circolo vizioso vittimistico dove ognuno conta, onora e ricorda i suoi morti e favorisce così un memoria divisiva, con la possibile gravissima scia vendicativa di terrorismo e violenza politica che ne può derivare.

Il salto culturale da compiere è quindi quello di considerarle tutte alla stessa stregua, chiunque esse siano o siano state, qualunque sia la matrice del terrorismo che le ha colpite. Questo è niente altro. Questo  il punto fermo da cui partire per ogni ragionamento successivo che possa fornire alla società civile quella consapevolezza, quelle "armi razionali"  dentro i rigorosi confini dello Stato di diritto, per affrontare il terrorismo senza cadere preda di sindrome paranoiche, securitarie e populiste.
Basterebbe pensare non che siamo tutti uguali, ma che che lo diventiamo tutti di fronte alla morte portata in nome di idee.
L'unico hashtag possibile sarebbe Je sui une victime du terrorisme, ogni volta che qualcuno viene colpito, seguito dal nome ancora meglio. Un'utopia impraticabile, come un'utopia la pace in terra, ma un segnale forte di civiltà sì.
politica interna
Il rapporto della sinistra con la violenza dagli anni di piombo a oggi
2 novembre 2014
Non si può recensire il libro di Luigi Manconi del 2008, Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale 1970-2008, senza sottrarsi alla lettura di un altro saggio breve che viene ripreso nel secondo capitolo del libro a proprosito del mito della "perdita dell'innocenza" a seguito della Strage di Piazza Fontana. Si tratta del testo di Anna Bravo, Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci, pubblicato pochi anni prima, nel 2004, sulla rivista di studi storici Genesis, qui reperibile.
Siamo di fronte a due testi frutto dell'elaborazione di due studiosi che hanno in comune la passata militanza in Lotta Continua, che sono quindi coinvolti soggettivamente in ciò su cui riflettono, ma che si connotano entrambi come primi seri tentativi di critica, certo anche auto-analisi e auto-critica, che rappresentano un salto netto qualitativo rispetto alla precedente cospicua mole di letteratura di e su quell'area politica: tanto quella prodotta da altri ex militanti (da Sofri a De Luca) sia dei tentativi di analisi esterni come quella di Aldo Cazzullo.


PARTE PRIMA

Entrambi gli Autori fanno i conti per la prima volta "con il rapporto irrisolto con la violenza. Non la violenza che lo stato e i gruppi neofascisti hanno rovesciato sui movimenti, non la violenza esercitata contro il corpo delle donne, ma quella di cui in vario grado portiamo una responsabilità per averla agita, tollerata, misconosciuta, giustificata – una questione che è rimasta fuori o ai margini estremi della ricerca storica e della riflessione politica." Anna Bravo si chiede perché negli anni Settanta sia mancato un pensiero originale sulla questione- violenza, perché il '68 non abbia avuto uno sbocco non violento: "sarebbe bastato guardarsi intorno per incontrare teorie e pratiche altre da quelle del marxismo ortodosso o critico, per scoprire le opere di Gandhi, Thoreau, del nostro Capitini, la disobbedienza dei radicali, e La banalità del male di Hannah Arendt, dove si racconta come in Danimarca migliaia di persone, in genere senza alcuna esperienza di clandestinità, si fossero mobilitate, nel 1943, per traghettare in Svezia i loro concittadini ebrei, facendo meglio e di più di qualsiasi organizzazione armata." Invece quello che è capito è ben descritto in questo passo: "Sarebbe futile dirottare ogni responsabilità sulla tradizione rivoluzionaria, marxista, comunista, della violenza, su quegli intellettuali maturi e autorevoli che condividevano le aspettative palingenetiche, su quell’unico partigiano che dichiarava in interventi pubblici di aver consegnato dopo la liberazione soltanto i “ferrivecchi”. Ci siamo scelti determinati maestri e compagni di strada (e per alcuni di loro i movimenti sono stati a loro volta maestri) perché ci riconoscevamo profondamente nell’ideologia della violenza riformatrice, fatta uomo nella figura del partigiano, del combattente di Spagna, del comunardo, del ribelle risorgimentale, del cittadino in armi della rivoluzione francese - un condensato di combattentismo maschile vissuto come cifra naturale della lotta.".

La tesi giustificazionista della scelta violenta della "fine dell’innocenza" dopo la strage di Piazza Fontana, con la morte di Pinelli e l'accusa agli anarchici, scrive Anna Bravo che "è una verità parziale". La teoria dell'innocenza di chi reagisce violentemente all'ingiustizia della stage "di Stato", quella del “tutti colpevoli” per l'omicidio Calabresi, che può facilmente rovesciarsi in “nessun colpevole”, sono "costruzione in cui l’idealizzazione nostalgica e il desiderio di preservare un’autoimmagine positiva sono tenuti insieme da qualche vuoto di memoria."
Posizione analoga a quella di Luigi Manconi che della Stage di Piazza Fontana parla in termini di fattore di "accelerazione", di "precipitazione" verso l'uso della violenza: un "mito delle origini" quello dell'innocenza che nasconde in vero un'ovvietà: che negli anni Settanta sia mancato "Un pensiero originale sulla questione-violenza", scrive Manconi citando la Bravo.

Il discorso è sviluppato da Manconi nei capitoli successivi, come quello sul ruolo del mito resistenziale e successivo, nei quali al fine di marcare l'ipotesi del suo lavoro di una continuità tra primo e secondo terrorismo (cioè tra le varie fasi di evoluzione della Br tra il 1970 al 2007), giunge a denunciare precisamente il "punto dolente": l'interdizione all'uso delle violenza offensiva e rivoluzionaria non è solo mancato negli anni Settanta, ma "nemmeno successivamente è stato elaborato: lo si è dato per implicito e scontato (all'interno del PCI, ad esempio); è stato affrontato negli anni più recenti da Rifondazione comunista; e, per quanto riguarda i "nuovi movimenti", soltanto in alcuni (penso a Lilliput) la problematica risulta centrale e qualificante. In altre parole, si può dire che non esista nelle culture cui fanno riferimenti i movimenti sociali, che qui considero, un'adeguata interdizione culturale e morale nei confronti del ricorso all'illegalità e allo stesso esercizio della violenza. Non esiste, direi, una interdizione assoluta, un veto inappellabile, un vero e proprio tabù."
La legittimazione morale del ricorso alla "violenza giusta" è invece stata alimentata da "alcune importanti tradizioni politiche e culturali (da quella di ascendenza marxista a quella di ascendenza cattolica). Anna Bravo vi aggiunge una ascendenza antropologica "maschilista", cui il mondo femminista negli anni Settanta aveva cercato di porre qualche distinguo più che argine.

Certamente ci sono ancora dei limiti in queste due, come nelle altre analisi degli ex militanti, che lo stesso Manconi denuncia: costituiscono "un sistema complesso di "spiegazioni e "giustificazioni": e combinano variamente continuità e discontinuità, memoria di ieri e percezione di oggi". Ai quale si aggiungono i vuoti di memoria, di cui parla la Bravo.

Credo che, al di là del loro oggettivo valore, in queste due (auto) analisi manchi anche solo un accenno ad una ipotesi direi assolutamente legittima: se non fosse scoppiato il caso Sofri-Calabresi, con l'auto denuncia di Leonardo Marino nel 1987, avremmo avuto lo sviluppo di queste riflessione in seno a LC?
Inoltre, l'alto livello di coesione di gruppo di Lotta Continua, anche dopo la lettura di questi due testi, non toglie l'impressione di un'aura di omertà persistente che aleggia ancora intorno ai fatti di cui LC fu responsabile e che fatica ancora a distinguerne e denunciarne responsabilità individuali. Per dirla con Primo Levi, manca loro un certa autoconsapevolezza di essere esponenti di una "zona grigia" di sopravvissuti come “peggiori”.
E poi sempre assai sorprendente quando si parla di mancata cultura della non violenza, che due intellettuali, ancora riescano ad omettere la figura di Albert Camus da quel panorama di alternativa possibile in cui Anna Brava trova il posto per Rudi Dutschke, Jan Palach, Gandhi, Thoreau, Capitini, Hanna Arendt e Simone Weil. (Camus, dunque, questo sconosciuto al sessantotto, cui anche Goffredo Fofi e Paolo Flores D'arcais non sono riusciti evidentemente a trarre alcun beneficio in termini di riflessione sull'uso delle violenza politica. L'uomo in rivolta, gli articoli sulla stampa relativi alla terrorismo algerino, paiono ancora intellegibili agli ex giovani dei movimenti)

PARTE SECONDA

Il contributo dei due testi riserva però anche altri spunti positivi ed interessanti: quelli relativi alle vittime del terrorismo e delle violenza politica.

"Anche se non si può separare il terrorismo dal clima di quegli anni, mi pare che alla parola dei suoi esponenti, donne e uomini, vada dato uno spazio a sé; sapere di aver ucciso è una condizione fronteggiabile solo con un salto di coscienza che parta dal dolore per l’irreparabile che si è commesso. Ne ho trovate poche tracce nei loro scritti e interviste, dove la coscienza della responsabilità è soffocata dall’enfasi sulla dimensione soggettiva e sulla nuova persona che ormai si è, dall’insistenza sul contesto di allora e sugli errori di analisi politica, più che sui crimini che ne sono derivati. Le vittime stanno fuori o sullo sfondo…", scrive Anna Bravo.
Luigi Manconi va molto oltre.
Già in premessa scrive: "trattare del terrorismo senza considerare il punto di vista delle vittime è operazione non solo parziale ma, probabilmente, fallace." Il suo libro vuole infatti trattare il fenomeno terrorismo che "va analizzato non solo dalla parte dei suoi attori precedente, attuali e potenziali, ma - contemporaneamente - dalla parte del sistema politico e delle vita sociale e dalla parte delle vittime."
Nel definire la stagione del terrorismo rosso, "una ferita che - lungi dal rimarginarsi - ha rischiato piuttosto di incancrenirsi (..) per la scia lunga e dolente di sofferenze", l'Autore precisa che "Appartengono a quella scia, innanzitutto, la schiera delle vittime e dei familiari delle vittime; e vi appartengono anche, su un altro piano, le vite spezzate degli "ex combattenti"." Sottolineo la precisazione, "su un altro livello", visto che frange di ex terroristi tendono a considere vittime solo loro stessi ancora oggi.
L'Autore precisa che utilizza il termine "combattenti", non perché in Italia ci sia stata una guerra o una rivoluzione, ma quella che definisce "una guerra civile simulata", per Manconi sinonimo di una lacerazione profonda del "patto sociale", che in quanto fatto non esclusivamente criminale, avrebbe richiesto da parte delle istituzioni dello Stato, pur senza fornire ai brigasti alcun riconoscimento politico sul piano giuridico, almeno una capacità di risposta che non si limitasse alla repressione giudiziaria. Una risposta dello Stato che fornisse loro un valore politico e sociale per agevolare una relazione con i terroristi in grado di essere più flessibile in occasione come quella del rapimento Moro, e soprattutto di affrontare l'uscita dagli anni di piombo con "una grande opera di "riconciliazione" che, nel nostro paese, invece non fu né realizzata né tentata.(…) A metà degli anni Ottanta (…) lo scampato pericolo e il conseguente sollievo determinano rimozione. Si crea un autentico buco nero, nel quale precipita un'intera fase storica, con i sui lutti e con le sue domande senza risposta." Il retaggio di quella fase è descritto dall'Autore, come "pesante, "resistente", in cui il dolore dei familiari delle vittime resta inchiodato dallo scarto tra l'aver subito un lutto "per ideologia" e la misura della pena inflitta al responsabile. Le vittime e i loro familiari sono quindi "immobilizzati in quel dolore, al quale non è stato dato alcun rilievo pubblico - alcuna funzione di testimonianza civile e di monito morale - se non nel momento delle esequie." Lasciandole nella "solitudine privata e la smemoratezza pubblica".
Il caso del libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, è considerato dall'Autore un caso raro di riconciliazione, "che opera positivamente per tutelare la memoria dei propri cari", al contrario dello Stato che non ha voluto "voltare pagina", ha preferito "il ritorno ad una normalità di superficie"."E' successo così che, periodicamente, una ferita non ancora rimarginata abbia ripreso a sanguinare" e ogni volta "le passioni sembrano avere la meglio sui tentativi di ricostruzione storica, si analisi sociologica, di mediazione e di ricomposizione politica". Una vera e propria reticenza "verso una discussione aperta", è la cifra che ha contraddistinto l'atteggiamento verso la questione del terrorismo: "tema critico e nervo scoperto di alcune tradizioni politiche e culturali, o di loro importanti componenti".
Conclude Manconi: "Insomma, la mancata riflessione ed elaborazione a proposito della "violenza rivoluzionaria" e della "violenza reazionaria" si sono alimentate, e continuano ad alimentarsi reciprocamente" privando il paese di una vera "pacificazione, che da una parte restituisca i "prigionieri"e dall'altra, "ancor prima", riconosca alle vittime il ruolo politico, morale, istituzionale e simbolico loro dovuto. Quello delle vittime, Manconi è assai chiaro, è stata una questione di "mancato spazio pubblico", cui solo nel 2004 è apparsa una prima controtendenza costituita dall'approvazione della legge n.206, precisa l'Autore. Le vittime "Nella memoria di quella "tragedia nazionale" sono - avrebbero dovuto essere, potrebbero ancora essere - anche altro (che semplice "parte lesa"): ovvero i soggetti che, in quanto più crudelmente feriti, più sarebbero in grado di contribuire a sanare quella stessa ferita".
L'Autore è consapevole che il tempo per "fare come il Sudafrica" sono scaduti, e pur con tutti i distinguo del caso italiano, giunge a proporre un "progetto verità", per perseguire una "riconciliazione" che giustamente precisa "non chiede di necessità - come esito inevitabile né, tanto meno, come condizione preliminare - la concessione del "perdono"."
Un progetto di commissione parlamentare di studio e di alto livello che raccolga le storie dei vari attori di quelle vicende, in seno al quale dare alle vittime un ruolo pubblico "altissimo e determinante".
In questo modo: "Le vittime e i familiari delle vittime, dunque, come protagonisti di quell'opera di ricostruzione storico-politica, di cui rappresenterebbero l'elemento cruciale e ineludibile, il "fattore umano" non cancellabile. Da ciò potrebbe discendere una intensa funzione pedagogica, un forte ruolo testimoniale, un denso significato di ammonimento: e la continuità non dimettibile di un messaggio della memoria".
Questa proposta per Manconi è fondamentale anche in prospettiva futura: il suo libro infatti traccia la continuità tra vecchie, nuove e nuovissime Brigate Rosse, giungendo a considerare anche possibili alleanze con il terrorismo jihadista.
Fare chiarezza sull'uso della violenza e chiudere i conti con l'uso che ne è stato fatto negli anni di piombo è quindi un prerequisito per la sua conclusione: non sarà possibile bandire completamente il terrorismo, ma "ridurlo a un ferrovecchio - che può fare assai male, come tutte le lame arrugginite - è possibile".

E' interessante aggiungere a proposito del ruolo testimoniale e pacificatore delle vittime, la nota di Anna Bravo sulla loro qualità narrativa. In una intervista dello stesso anno alla rivista Lo Staniero, sottolinea:
"Quello che mi indigna è il fascino che i reduci del terrorismo sembrano esercitare sui media. Su di loro si scrivono libri, si fanno film, si pubblicano loro interviste. E sono per lo più povere cose, parole di aspiranti caporali. Sulle vittime invece, quasi silenzio. Eppure sono molto più “interessanti” Guido Rossa, Bachelet, Casalegno che non i loro assassini – dico interessanti proprio nel senso di narrativamente ricchi, non nel senso di umanamente nobili. Credo che in nessun altro periodo si sia dato tanto spazio ai “cattivi” e così poco alle loro vittime."

Quasi un decennio separa l'oggi da questi due testi. Nel frattempo molte vittime, in particolare figli e figlie delle vittime, hanno scritto e testimoniato; la memoria pubblica delle vittime ha guadagnato spazi pubblici nelle targhe in ricordo dei caduti in molte città, e le associazioni delle vittime hanno da tempo iniziato la loro opera pedagogica nella scuola. Manconi stesso ricorda l'istituzione del Giorno delle Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, nel 2008, che ogni anno il 9 maggio viene celebrato ad alto livello istituzionale. Tutto ancora con molti limiti, difficoltà e frizioni, retaggio di quanto descritto bene da Manconi. Da allora, però, il dato più importante che è emerso, come ho già avuto modo di sottolineare altrove, è quello che l'analisi dei terrorismi italiani sia diventato oggetto di ricerca delle nuove generazioni, prive di conoscenza diretta e soggettiva dei fatti. Questo distacco è la garanzia migliore per la memoria delle vittime e la qualità storiografica o sociologica degli studi in materia.
SOCIETA'
Dopo 35 anni un omaggio allo studente Emanuele Iurilli, vittima del terrorismo
5 giugno 2014
Nel 1979 Borgo San Paolo di Torino è ancora il quartiere cittadino simbolo della città operaia e della piccola borghesia di più schietta tradizione subalpina. Lo studente Iurilli, 18 anni, sta tornando a casa per pranzo dopo la scuola, quando si trova in mezzo al conflitto tra terroristi di Prima Linea e la Polizia a cui i primi avevano teso una trappola. La madre Elvira è alla finestra richiamata dagli spari e vede il figlio accasciarsi. Morirà poco dopo all'ospedale al pronto soccorso delle Molinette.
Ci sono voluti 35 anni per apporre una targa sul tragico luogo: il primo passo per ricostruire  una memoria storica che è spesso ancora colpevolmente rimossa (vedi La memoria pubblica a Torino tra omissioni, agiografie e vergogne)
politica interna
La memoria pubblica a Torino tra omissioni, agiografie e vergogne
13 aprile 2014
Ieri sera tornando dal cinema al posteggio di piazza San Carlo, nel centro di Torino, mi cade l'occhio su una lapide apposta all'esterno dei portici all'altezza del caffé Caval ëd Brons. Ricorda i due giorni di eccidi del 21 e 22 settembre 1864 quando furono uccisi 52 cittadini e feriti 187 che protestavano contro il cambio di capitale a Firenze.
Più che la riscoperta della (prima) Strage (di Stato) di Torino, che era scivolata nell'oblio, quello che mi impressiona è la data in cui la targa è stata apposta: il 4 dicembre 1999, quasi 150 anni dopo i fatti!

Si tratta di un rattoppo della memoria pubblica evidentemente debitore al libro dello storico di area leghista, Roberto Gremmo, uscito nello stesso anno.


Dall'altra parte, è facile osservare che l'agiografica della Resistenza nel secondo dopo guerra, attraverso l'associazione partigiani, ANPI, ha riempito subito le vie di Torino di lapidi in ricordo dei partigiani. La toponomastica stessa è stata investita del fenomeno e, in anni più recenti, anche l'iconografia dei centri sociali. Emblematico il caso di Dante Di Nanni: una lapide, una vie e un murales lo celebrano nel quartiere San Paolo come eroico partigiano suicida. Settanta anno dopo viene fuori che in verità il partigiano "nel tentativo di sfuggire all’assedio si nascose nella canna della pattumiera e lì venne individuato dai fascisti" e ucciso. (si veda articolo)



Sempre nel quartiere San Paolo, durante gli anni di piombo, viene ucciso lo studente Emanuele Iurilli il 9 marzo 1979 durante uno scontro a fuoco tra terroristi di Prima Linea e polizia. Dal 2009 c'è una legge regionale del Piemonte atta istituire e finanziare la posa di targhe commemorative delle vittime del terrorismo in collaborazione con la relativa associazione, l'Aiviter.
Dopo 5 anni non una è stata posta.
I permessi per apporre la prima, da dedicare proprio al giovane Iurilli, giacciono da quasi due anni nella commissione toponomastica del Consiglio comunale della città.

Mentre a Milano si è appena concluso il 26 Marzo 2014 il ciclo di cerimonie di inaugurazioni di spazi pubblici e targhe dedicate alle vittime del terrorismo del capoluogo lombardo, con una collaborazione tra Aiviter e le diverse (politicamente) amministrazioni comunali nel corso degli ultimi anni; a Torino, viceversa, il sistema che domina la città tende costantemente a rimuovere la memoria delle vittime di quel periodo, nonostante sia la città sede dell'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (AIVITER), che raccoglie le vittime dirette ferite e le famiglie di oltre 400 vittime del terrorismo in tutta Italia.

Oltre ad essere disapplicata la suddetta legge regionale  del 11 maggio 2009 n. 14 con cui la Regione Piemonte intendeva “promuovere la tutela e la valorizzazione dei luoghi che furono teatro di attentati ed episodi terroristici nel territorio piemontese”, anche la richiesta di un monumento in memoria di tutte le vittime del terrorismo di ogni tempo e luogo, è rimasta lettera morta nonostante gli impegni degli ultimi due sindaci della città verso i due Presidenti dell'associazione Aiviter che si sono succeduti nell'ultimo decennio: di Sergio Chiamparino verso Maurizio Puddu e di Piero Fassino verso Dante Notaristefano.

Del resto l'approccio del ceto dirigente cittadino al tema della memoria di quegli anni è ben sintetizzato da quanto capitò il 20 maggio 2012, "quando il sindaco di Torino, Piero Fassino, annuncia la sua decisione di celebrare il matrimonio dell’ex Br Nicola D’Amore condannato per l’omicidio del capo officina Lancia, Piero Coggiola. E lo spiega così: «Credo che sia un atto di civiltà e di riconciliazione». Poi la retromarcia dopo le proteste dei familiari delle vittime."
Concludo sottolineando semplicmente che un processo serio di riconciliazione, come è stato ben analizzato nel libri di Anna Cento Bull "Ending Terrorism in Italy", non è questione solo tra Stato e terroristi, ma deve coinvolgere anche le vittime. Se questo non capita, l'eredità di quella funesta stagione si trascinerà fatale piena di rancori, polemiche, sospetti, omertà privando la memoria pubblica di una civile storia condivisa.
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