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politica estera
Girls in revolt: da Omaba a Trump
29 dicembre 2016
Quattro anni fa nasceva il blog fotografico sulla piattaforma Tumblr "Girls in Revolt", "a sociology minor work on beauty and revolts", come fu presto definito da una acuta visitatrice: una dei 50.000 visitatori da 150 paesi diversi del mondo.
Le premesse politiche ed estetiche si trovano qui nel post intitolato Genesi e considerazioni sul photoblog "Girls in revolt": siamo all'inizio della tragedia siriana e si stava già incupendo la stagione delle Primavera Arabe e dei movimenti Occupy del 2011.
Lo faranno gli storici, ma indubbio e rilevante è stato il ruolo che la presidenza Obama ha svolto nel creare un clima favorevole a tali movimenti e poi probabilmente, errori come l'intervento militare in Libia, a peggiorarlo.
Oggi alla vigilia dell'insediamento del nuovo presidente USA, il bilancio potrebbe dirsi negativo, ma non è certo un caso che le prime a mobilitarsi per dare il "benvenuto" a Donald Trump siano  le donne che hanno organizzato per il prossimo 19 gennaio la WOMEN’S MARCH ON WASHINGTON.
Vedremo, quindi. Intanto facciamo a tutte loro i nostri auguri per il 2017!

Girls in revolt
politica interna
Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo
28 giugno 2015


In una intervista al Correre della Sera il ministro degli Interni Alfano elenca i 4 pilastri della strategia del governo italiano per la prevenzione del terrorismo, dopo la serie di stragi di venerdì scorso.
Il primo pilastro è proseguire con le espulsioni degli stranieri "che rappresentano un potenziale pericolo".
Il secondo, che definisce impropriamente "controretorica", è quello da praticare in collaborazione con i colossi di Internet ("da Apple a Google passando per Facebook, Twitter e tutti i gestori delle comunità virtuale")  "per arginare il proselitismo via web".
Il terzo è la "convocazione permanente del Comitato di analisi strategica".
Il quarto è ospitare il 29 luglio prossimo a Roma «il secondo incontro dopo quello già organizzato negli Stati Uniti di contrasto all’estremismo violento".

Il primo approccio "consegnare alle autorità degli Stati d’origine persone che hanno mostrato di non rispettare le regole pur non avendo compiuto veri e propri reati" è abbastanza discutibile per due ordini di motivi. Da una parte si scaricano sullo Stato di origine persone  sospette senza che sia chiaro cosa quest' ultimo farà di loro (sia sotto il profilo dei diritti, sia sotto il profilo del loro controllo); dall'altra questa strategia, che funziona per gli stranieri di prima generazione, non si può attuare con quelli di seconda, che sono cittadini italiani. Sono questi ultimi, che in questi anni stanno raggiungendo l'età critica, che rappresenteranno presto il maggior rischio di radicalizzazione. Per loro, al momento, ci sono solo gli strumenti repressivi del recente decreto antiterrorismo che si limitano ad inasprire le pene.

Il secondo approccio, in vero è una attività di controllo su quanto avviene sul Web. Lo sviluppo di sistemi automatici che consegna alle forze dell’ordine «”Alert” precoci che si attivano appena vengono postati messaggi che inneggiano all’estremismo». Più che "contro-retorica" è una attività utile all'intelligence per monitorare i soggetti a rischio e l'attività di propaganda.

Il terso approccio, il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (C.A.S.A.) è un tavolo permanente tra polizia giudiziaria e servizi di intelligence ed importante strumento, a livello nazionale, di condivisione e valutazione delle informazioni relative alla minaccia terroristica interna ed internazionale.

Questi primi tre pilastri rientrano nella "tradizione" di prevenzione del terrorismo. Un approccio che non è si è ancora esteso in Italia a quella prevenzione più ampia dei processi di radicalizzazione violenta e di contrasto all'estremismo violento, in sigla CVR e CVE, che usano strumenti sociali, educativi, culturali e psicoterapeutici che in molti paesi dell'Europa e del Mondo hanno iniziato ad attivare tutti i governi, come già segnalato in "Softpower nella prevenzione del terrorismo: il divario europeo" del 17 ottobre 2014 e poi sull'Avvenire del 15 gennaio 2015 "Softpower, deradicalizzazione e contronarrative nella prevenzione del terrorismo".
Recentemente anche lo studioso Lorenzo Vidino nel suo saggio per l'ISPI "L'Italia e il terrorismo in casa", ha scritto : "Programmi tesi a de-radicalizzare  aspiranti o veri e propri jihadisti  (inclusi  reduci  da  scenari  di  guerra)  sono  presenti  in  vari  paesi europei da una decina d’anni. L’Unione Europea ne ha incoraggiato  la  diffusione,  spesso  finanziando  programmi  di  enti  statali  e organizzazioni della società civile. L’Italia non ha finora sviluppato una strategia in merito e programmi del genere non sono ancora stati introdotti nel nostro paese. Ma gli operatori dell’antiterrorismo ne segnalano l’utilità e la politica comincia ad ascoltarli.
Il 9 settembre 2014, durante un intervento in Parlamento sulla minaccia del terrorismo islamista, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha  parlato  dell’opportunità  d’introdurre «strategie  di  de-radicalizzazione  del  jihadismo,  avvalendosi  del supporto e dell’esperienza di insegnanti, assistenti sociali e  imam moderati»".
Fino ad oggi però sul questo fronte non era seguito nulla.

Oggi apprendiamo, e vengo al 4 pilastro, leggendo l'intervista al ministro Alfano, l'intenzione di emulare il presidente USA Obama con il summit tenuto alla Casa Bianca lo scorso febbraio sugli strumenti di contrasto all'estremismo violento.
L'approccio usato in quella occasione è molto chiaro: il presupposto di partenza è che "l'intelligence , la forza militare, e l'applicazione della legge da sole non risolverà - e quando abusato possono infatti esacerbare - il problema dell'estremismo violento" ( si veda http://www.state.gov/j/ct/cvesummit/releases/237673.htm).
I tre pilastri in questo caso sono:
- Costruzione di sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la promozione on-line di contro narrazioni peomosse della società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.*

Qualcosa di completamento nuovo per le politiche messe in atto nel nostro paese nella lotta al terrorismo (almeno dal tempo ormai lontano delle legislazione premiale su pentiti e dissociati per chiudere gli Anni di Piombo), ma non una novità assoluta visto che qualche esperienza è stata fatta ed è anche stata valorizzata a livello europeo.

L'Alto Rappesentate europeo Federica Mogherini, a tale Summit della Casa Bianca a febbraio, disse: "Dal 2011, il  Radicalisation Awareness Network (RAN) ha lavorato con oltre un migliaio di operatori locali e più di ottocento organizzazioni provenienti da tutta Europa: ad essi è stata data la possibilità di sviluppare raccomandazioni politiche, per raccogliere le best practice, per sostenere quelli che affrontano i problemi della radicalizzazione".
Tra gli operatori coinvolti c'è una qualche decina di italiani e la  Collezione di buone pratiche delle rete RAN contiene buone prassi anche "Made in Italy" (compreso il progetto torinese C4C), ma si tratta - come scrivevo quasi due anni fa - "di casi isolati che attendono di essere valorizzati e messi in rete" nel nostro paese.

Chissà che sia la volta buona?


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*Ulteriori info in inglese qui https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2015/02/18/fact-sheet-white-house-summit-countering-violent-extremism
politica estera
Terrorismo, sicurezza, post-conflitto... irrisolto!
25 agosto 2014
Daniele Salerno, Terrorismo, sicurezza, post-conflitto. Studi semiotici sulla guerra al terrore. Libreriauniversitaria.it edizioni, 2012.

Il saggio, come definito nella sua introduzione, intende "analizzare il conflitto come un macro-testo che «traduce e interpreta altri testi di una data cultura» (Demaria 2006, p. 55) e che costringe a ridefinire l’idea, per esempio, di comunità, nazione, identità, guerra o nemico".
Questa analisi si svolge su alcuni documenti specifici: da una parte, "la guida spirituale degli attentatori dell’11 settembre, un testo ritrovato in due copie nella valigia del leader del gruppo terroristico e nella macchina di uno degli attentatori", quale esempio di "manipolazione ideologica della memoria culturale" della tradizione islamica; e, dall'altra, i manifesti pubblici affissi nella metropolitana di Londra a seguito degli attentati del 7 luglio 2005, per "un’analisi dei discorsi della sicurezza, cercando di farne emergere la struttura narrativa, i percorsi valoriali e ideologici e le potenziali derive a cui essi si prestano perseguendo l’obiettivo di “difendere la società”."
Il percorso si conclude sul tema della “fine”: come la guerra al terrore sta “andando a finire” dopo i primi quattro anni di amministrazione Obama, che hanno cercato di spostare il discorso pubblico dalla guerra al terrore di Bush, all'apertura verso l'islam che è culminata con la "primavera araba".

Due punti di questa saggio sono di grande interesse. Da una parte l'analisi della "guida spirituale" degli attentatori del 11/9, concepita come una "tecnologia del sé" per costruire un martire: un soggetto di una entità trascendente, ispirato dal timor di Dio, cui è offerta la possibilità di diventare a propria volta origine della paura per gli Occidentali ("la forza dei credenti consiste nel fatto che sono in condizione e capaci di superare la propria paura della morte. Con questa assenza di paura un combattente islamico insegna la paura alla civiltà occidentale", da H. Kippenberg 2004). Dall'altra, l'analisi delle "deriva paranoica" che l'apparato di sicurezza costruisce coinvolgendo i cittadini nel tentativo di prevenire e contrastare nuovi attentati che giunge al paradosso di stimolare i cittadini ad un atteggiamento paranoico analogo a quello degli stessi terroristi: tutti a sorvegliarsi reciprocamente. L'anonimo cittadino invitato a segnalare ogni indizio di pericolo di attentato finisce per assomigliare al terrorista che a sua volta sorveglia per cercare di pianificare i suoi attentati.

La risposta al tema dalla fine, tre anni dopo la scrittura del saggio, è sotto gli occhi di tutte: le speranza della primavera araba sono state sostituite dall'incubo del Califfato dell'Is. Il tentativo di Obama di attenuare la retorica della guerra al terrore favorendo, dopo il discorso al Cairo "A New Beginnig" nel 2009, "la nuova santa alleanza tra Mela e Mezzaluna" - quella cioè politico-tecnologica che univa la nuova amministrazione USA, le aziende tecnologiche che con i loro hardware portatili e software network and social oriented, e le popolazioni arabe - è fallito.
Oggi possiamo dire che gli errori precedenti (dai sostegni occidentali ai vari rais nordafricani alla guerra in Iraq) erano troppo gravidi di conseguenze per poter agevolare un processo di democratizzazione che portasse al successo i giovani arabi in rivolta.
L'argine artificiale al fondamentalismo islamico rappresentato dai regimi di Mubarak, Gheddafi & c. ha lasciato strascichi tali da non permettere alle nuove forze di superare la prova della maggioranze nelle prime libere elezioni che sono seguite. Su tali rivoluzioni, infatti, la memoria delle vittime islamiste, represse dai vari rais, ha sovrastato la volontà di modernizzazione, rimasta minoranza.
La possibilità di giungere ad un post-conflitto nella guerra al terrorismo post 11/9 è quindi venuta meno: il cambio di narrativa sul mondo mussulmano di Obama non è bastato. L'eco delle narrazioni della vendetta del gruppo "etnico vittima" ha di gran lunga sovrastato quello delle parole e dei propositi del "new beginning" giunte all'orecchio delle nuove generazioni arabe.

In mezzo a tutto ciò una Europa quasi immobile, incerta tra gli affanni di una crisi sempre più depressiva e la paura di trovarsi presto i "mori" alle porte della Spagna.
POLITICA
Il professore e il terrorista: la strana congiunzione Chomsky-Adebolajo
26 maggio 2013
"Aprile di solito è un buon mese nel New England, l’inverno allenta la sua presa e appaiono i primi segni della primavera. Ma non quest’anno. Boston è stata sconvolta dall’attentato alla maratona del 15 aprile e dalle tensioni della settimana successiva. Molti miei amici erano al traguardo quando le bombe sono esplose. Altri abitano vicino al posto in cui è stato catturato Dzhokhar Tsarnaev, il secondo attentatore. Il giovane agente di polizia Sean Collier è stato ucciso davanti al mio ufficio. A noi occidentali privilegiati non succede spesso di vedere cose che molti altri, per esempio gli abitanti di un villaggio dello Yemen, vivono ogni giorno." Scrive Noam Chomsky commentando l'attentato alla maratona di Boston.
A confermare questa osservazione dell'illustre insegnante di linguistica al Mit di Boston, sono giunte un mese dopo da Londra le parole dal 28enne Michael Adebolajo, il cittadino britannico di origine nigeriana convertitosi all’Islam nel 2001, che dopo l’omicidio del soldato Lee Rigby, si confessa con le mani sporche di sangue davanti ad una telecamera dichiarando: «Mi scuso con le donne che hanno dovuto assistere a questo oggi, ma nella nostra terra le donne devono vedere le stesse cose». (guarda il video)

La giustificazione dei fatti da parte del professor Chomsky e del terrorista Adebolajo collimano: l'orrore visivo osservabile nel villaggio dello Yemen o nelle terre della Nigeria giustifica la reazione (terroristica) che vuole presentare il medesimo raccapricciante spettacolo nelle città dell'Occidente.

Questo argomenta conferma l'assunto che il terrorismo si prefigge di raccontare le sue storie non attraverso lo sguardo delle vittime, ma attraverso quello degli spettatori.*
Nel racconto del terrorista è importante rimarcare che la vittima non è quella appena ammazzata, nel caso di Londra visibile a terra pochi metri dietro Michael Adebolajo mentre spiega di fronte ad una telecamera il motivo del suo gesto agli spettatori, ma è il suo gruppo 'etnico' che rappresenza le istanze di altre vittime.

Il 'trucco' narrativo presupposto di tali storie risiede nel fatto che istintivamente il lettore di Chomsky e l'ascoltatore di Adebolajo reputino:
1) che le violenze nello Yemen e nella Nigeria siano responsabilità tutte occidentali.
2) Che l'inizio della spirale delle violenza risieda nel 'peccato originale' dell'Occidente che dal colonialismo arriva alla guerra al terrorismo lanciata da Bush jr. dopo l'11/9.
3) Che la vittima più debole abbia qualche ragione a cercare una vendetta disperata.

Chi si prende la fatica di controllare le origini e le cause delle violenze in Yemen e in Nigeria?
Chi conosce a fondo la storia di quei due paesi lontani?
Chi si chiede se l'intervento occidentale nei paesi arabi o africani alimenti in ogni caso più violenza, o se sia peggiore la soluzione del non intervento, come in Siria?

Il paradosso è che il vecchio professore americano abbia ceduto alla logica narrativa in cui è caduto il giovane terrorista britannico. La logica per cui non la vittima reale, ma un gruppo 'etnico' che in nome delle vittima si 'vittimizza' e cerca un nemico, vero o presunto che sia, al quale chiedere conto e sul quale vendicarsi.

La stessa logica, seppur con storia capovolta, è stata utilizzata da Bush quando ha vittimizzato l'America del post 11 settembre e ha lanciato la guerra al terrorismo. Opzione che non era certo quella espressa dai sopravvissuti e dai familiari dei 3000 morti degli attentati, ma del quale il presidente USA ha voluto farsi interprete, alimentando  così, a sua volta, una barbarica spirale di vendette e contro-vendette (oltre ad aver minato il fragile terreno delle garanzie e delle libertà democratiche).

Tale logica è stata finalmente spezzata dal presidente Obama pochi giorni fa, dichiarando terminata la guerra al terrorismo, ma di fatto era già cambiata durante il suo primo mandato nelle politiche di antiterrorismo della sua amministrazione. Come quando, ad esempio, sui siti web jihadisti il Dipartimento di Stato aveva sostituito la propaganda delle loro narrazioni con i dati sulle loro vittime, dai quali si comprendeva bene che i loro attentati terroristici colpivano essenzialmente solo altri mussulmani.

Il terrorismo si contrasta dunque restando sul terreno dello Stato di diritto, ma dal punto di vista narrativo, oltre che etico e civile, opponendo allo sguardo avvilito e terrorizzato dello spettatore, quello della vittima 'vera': quella di cui possono farsi interpreti solo i sopravvissuti o i familiari, e nessun altro (!): sia questi un capo dello stato, un esimio professore, o un giovane radicalizzato.

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#Si veda: Terrorism, Media, and the Ethics of Fiction a cura di Philipp Schweighauser, Peter Schneck, p. 42
POLITICA
L'Obama italiano incoronato dal NY Times
11 novembre 2012
Che fosse l'Obama italiano era chiaro fin dai primi passi della Leopolda un anno fa.

Ieri il New York Times ne ha preso atto descrivendo lo stile e i risultati delle campagna per le primarie 2012 del centro sinistra di Matteo Renzi.

New York Timess
Titolo :

An Italian-Style Obama on the Political Trail


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politica interna
Finalmente l'Obama de no'altri: Matteo Renzi
30 ottobre 2011


Due anni fa, in quell’epopea che è stata la campagna elettorale di Barak Obama, si sono sprecate le lagnanze della serie: “avessimo un Obama italiano!”.
Ora che c’è: levate di scudi.
Comprensibili quelle dell’apparato di partito del PD che vede, per la prima volta, insidiata seriamente la sua leadership. Meno comprensibile quelle che salgono dai social network, dai giovani, dai simpatizzanti del centro-sinistra che continuano a preferire le parole di Bersani, Vendola, quando non Diliberto.

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permalink | inviato da hommerevolte il 30/10/2011 alle 19:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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