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SOCIETA'
L'uscita dal terrorismo italiano e la cultura cattolica
12 ottobre 2014
Il saggio della ricercatrice fiorentina Monica Galfré, La guerra è finita. L'italia e l'uscita dal terrorismo 1980-1987, Laterza, 2014, ricostruisce il lungo percorso con il quale l’Italia si è lasciata alle spalle la terribile stagione di sangue del terrorismo.
Il sistema carcerario, e, soprattutto, la cosiddetta legislazione premiale, sono in vero stati a lungo studiati sia in Italia che all'estero, in quanto il caso Italiano è considerato un importante case-study di exit strategy dal terrorismo. Ma il tormentato cammino verso la normalizzazione è qui osservato attraverso il dibattito tra i vari attori dell'epoca, e quanto viene maggiormente approfondito è il fenomeno delle aree omogenee e della dissociazione.
In particolare le fonti più interessanti, che si aggiungono a quelle tradizionali costitute da giornali, testimonianze, atti parlamentari e studi pregressi, sono quelle di alcuni archivi. Della decina elencata in apertura del saggio, segnalo soprattutto quelli di Ernesto Balducci e di Mario Gozzini. Attori, l'uno sociale, l'altro politico, afferenti entrambi al mondo cattolico interessato al processo di pacificazione e alla salvezza, anche politica, dei militanti: quelle migliaia di giovani che attraversata l'esperienza eversiva stavano pagando in carcere le loro responsabilità più o meno gravi, in condizione di regime emergenziale.
Le carenze e le incertezze della politica e il conseguente ruolo supplente giocato dalla magistratura e dalla Chiesa con le sue associazioni cattoliche (dalla Caritas al Gruppo Abele, dalla Corsia dei Servi alle Edizioni Cultura della Pace), sono i tratti più interessanti del testo della Galfré. Grazie ai due archivi sopra citati però, il tratto con maggiore originalità è proprio la dinamica interna al mondo cattolico di fronte alla gestione degli ex terroristi nel post emergenza.
Se infatti lo scontro politica-magistratura, seppur grave, è  riconducibile in seno a dinamiche ed equilibri tra istituzioni dello Stato, il dibattito interno al mondo cattolico esprime un interessante divisione tra cattolici delle istituzioni (Gozzini) e cattolici dei movimenti (Balducci). Una divisione tra chi ha senso dello Stato e chi si pone fuori e contro di esso: tra un cattolico liberale e un cattolico postconciliare con simpatie verso teologie della liberazione. Quella di Balcucci è infatti una visione dello Stato che coltiva la visione cospiratrice dei mali del paese traendo linfa dalla Commissione parlamenta presieduta da Tina Anselmi sulla P2; che giustifica lo scontro contro lo Stato in nome, per usare la dicotomia di Max Weber, dell'etica della convinzione; e che giunge, diciamo biblicamente, ad interessarsi esclusivamente di Caino.

Già e Abele, ovvero le vittime del terrorismo?
Oltre alle preoccupazioni espresse da Gozzini, vero ponte tra mondo cattolico e Parlamento, ed espressione dell'etica della responsabilità che accusò Balducci di "giustificare il terrorismo come "apoligia del"tirannicidio sacro""; nell'introduzione l'Autrice si premura di scrivere che: "quanto al processo di riconciliazione, sono oggi in molti a rilevare - anche al di là delle polemiche pubbliche - la marginalità del ruolo attribuito alle vittime, a riprova di una mancata assunzione di responsabilità da parte delle istituzione." Il riferimento in nota è al testo di Luigi Manconi, Terroristi italiani, e soprattutto, per il carattere scientifico, a quello dei professori inglesi Anna Cento Bull e Philip Cooke di Ending Terrorism in Italy (qui recensito).

Forse questo ultimo testo, sarebbe stato utile che fosse stato più ponderato da parte dell'Autrice, per almeno un paio di motivi.
Il primo per una rilevante chiarezza concettuale. L'Autrice infatti usa alternativamente ed indifferentemente i temi di 'pacificazione' e di 'riconciliazione'. Mentre il primo soffre solo di genericità, il secondo è inesatto. Il testo inglese di Anna Cento Bull e Philip Cooke si prende cura di distinguere, fornendo ampia letteratura, tra processo di 'conciliazione' e quello di 'riconciliazione': il primo è tra due attori (stato e esecutori del crimine) il secondo è tra tre attori (Stato, esecutori del crimine e vittime del crimine).
Avendo l'Autrice convenuto che il ruolo delle vittime in quella fase storica è stato escluso, se non nella versione perdonista, quella cioè di chi ha espresso il proprio perdono ai carnefici, avrebbe dovuto sempre utilizzare il termine 'conciliazione'. Il punto è che forse l'arroganza e la misericordia cattolica si è permessa di sostituirsi ai sentimenti delle vittime, verso i quali, ad esclusione di chi perdonava, si temeva una 'pagana' volontà vendicatrice. Il quadro è ben delineato in queste righe: "le sofferenze e i diritti delle vittime apparivano sen'altro schiacciati su quegli altissimi esempi morali e cristiani di perdono concessi spontaneamente e a titolo gratuito da alcune famiglie cattoliche" (Giovanni Bachelet, Maria FIda Moro, Gabriella Tagliercio, Stella Tobagi, Publio Fiori).
Nel caso Italiano se proprio si volesse parlare di riconciliazione questa è avvenuta scambiando uno dei tre attori, nel senso che la Chiesa, ovvero la sua cultura, si è sostituita alle vittime, che sono state lasciate da tutti (Stato e Chiesa) al loro destino, che è poi stato quello di auto-organizzarsi proprio in quegli anni.

Il secondo motivo di sottovalutazione del testo inglese, Ending Terrorism in Italy, riguardo proprio questo malinteso.
L'Autrice, cita solo due casi di vittime non 'perdoniste', Carol Beebe Tarantelli e Sergio Lenci. Le cita però solo per sottolineare l'incomunicabilità tra vittime e carnefici, se il rapporto si pone su un piano dialettico e non metafisico. Perde invece l'occasione di controllare il carattere vendicativo loro attribuito dalla cultura cattolica e di segnalare che in quegli stessi anni stavano costituendosi in associazione e promuovendo propri convegni, come a Torino nel 1986.
Se avesse letto le interviste alle associazione delle vittime, contenute in Ending Terrorism in Italy, o avesse gettato un'occhiata ai loro siti web, Monica Galfrè si sarebbe accorta che la posizione delle vittime è sempre stata di assoluto rispetto dello stato di diritto: la loro sete di verità e giustizia non si è mai caricata di vendetta. Protestare contro provvedimenti di amnistia, grazia o indulto quando si è stati esclusi dal processo di pacificazione è scelta politica appena legittima, che chiede e chiedeva conto delle ambiguità dello Stato e di quelle due culture, la marxista e la cattolica, sulle quali si erano radicalizzati migliaia di giovani tra la scarsa consapevolezza, o la cinica ipocrisia, politica dei due partiti dominanti degli anni '70: il PCI e la DC.

In verità, stendere l'oblio sulla stagione del terrorismo era il fine primario, per alcuni, e secondario, per altri, rispetto al recupero degli ex terroristi. Gli unici che potevano rompere l'incantesimo dell'oblio erano le vittime. Dopo venti anni di battaglie ci sono riuscite, anche grazia alla collaborazione tra le vititme dell'eversione rossa e quelle delle stragi nere che porterà al varo della legge n. 206 del 2004 e all'introduzione di un Giorno della Memoria nel 2007.
Questo l'autrice non lo dice, preferisce chiudere il suo lavoro con un quadretto sentimentale ed idilliaco di pacificazione che ha luogo sulle lievi colline fiorentine tra circensi attività dai tratti felliniani  e ruvidi tratti dei volti di ex militanti… perché non si possono chiamare ex terroristi: è stata una guerra civile contro un Stato corrotto, con una economia in crisi, con un sistema scolastico inadeguato e uno carcerario incivile.
Se fosse stato così, chissà cosa dovremmo vedere oggi!
politica interna
Popper, il PD e il caso Moro
21 settembre 2014
PD -Aldo MoroVenerdì scorso si è svolto anche a Torino l’incontro “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro. Il racconto del presidente DC rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse attraverso la lettura dei documenti di Stato”. Nel programma sono previste le partecipazioni di Fabrizio Morri, Davide Gariglio, Antonio Boccuzzi, Luciano Violante, Piero Fassino, Sergio Chiamparino e Gero Grassi. Ma sindaco e governatore non si fanno vedere e, al posto di Violante, in trepidante attesa a Roma, si presenta l'ex Procuratore Capo di Torino, Caselli.
Il vero promotore dell'iniziativa è il vice presidente del gruppo del PD che sta girando l'Italia con un format ed una idea fissa: una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. Idea arenata in Parlamento e che il format portato in giro di città in città dal parlamentare pugliese dovrebbe spalleggiare.
La carriera politica di Gero Grasso è tipica: consigliere comunale, funzionario in regione, immancabile qualifica di giornalista, in seno al corso DC-PPI-Margherita-PD e con classico trascorso anche nel sociale cattolico: le ACLI.

Il format, come recita la locandina che si ripete in ogni sede, è un racconto. Gero Grasso si presenta al pubblico con un pacchetto di bigliettini sui quali sono trascritte  brani tratti dai "documenti di Stato", cioè quelli delle precedenti Commissioni parlamentari che si sono succedute nei passati decenni, che vengono letti in una narrazione che non ha alcun filo logico, se non l'intento di impressionare procedendo per giustapposizioni di dichiarazioni e testimonianze atte ad enfatizzare la dimensione cospiratoria, misteriosa e complottistica delle vicenda del rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. P2, Licio Gelli, CIA, KGB, Mossad, Dalla Chiesa, Andreotti, carabinieri, terroristi, politici e agenti segreti: una sfilza di dichiarazioni per comporre un quadro a tinte fosche dal quale giustificare la nuova Commissione parlamentare. Per "far luce".

Non è che non restino aspetti anche rilevanti da chiarire, sul caso Moro e non solo su quello, ma anche in relazione a tutto il periodo del terrorismo e delle stragi. Ma è altresì evidente si tratta di una proposta priva di ogni seria prospettiva politica, storica e culturale. Anche il governo desecretasse altri atti relativi al caso Moro, l'approccio politico proposto è veramente privo di ogni sensatezza.

Verrebbe infatti da ricordare quanto scritto da Giovanni Moro nel suo Anni Settanta, ma per precisione preferisco utilizzare il recente libro, Il terrorismo italiano, qui recensito, sulla storia del dibattito sul terrorismo italiano che sottolinea come, non solo la letteratura scientifica, ma anche e sopratutto quella vastissima non-scientifica, cioè proprio quella promossa da politici e giornalisti, è stata pervasa dalle opposte visioni complottistica e anti-complottistica. L'autore, Giovanni Mario Ceci, spende giustamente il nome di K. R. Popper che ne  La società aperta e i suoi nemici, spiega bene i limiti delle teorie cospirative.

"Illustrerò brevemente una teoria che è largamente condivisa, ma che presuppone quello che considero precisamente il contrario del vero fine delle scienze sociali: quella che chiamo «la teoria cospiratoria della società». Essa consiste nella convinzione che la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev’essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo. Questa concezione dei fini delle scienze sociali deriva, naturalmente, dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti. [...] Nelle sue forme moderne esso è [...] il tipico risultato della secolarizzazione di una superstizione religiosa. [...] La credenza negli dèi omerici le cui cospirazioni spiegano la storia della guerra di Troia è morta. Gli dèi sono stati abbandonati. Ma il loro posto è occupato da uomini o gruppi potenti – sinistri gruppi di pressione la cui perversità è responsabile di tutti i mali di cui soffriamo – come i famosi savi di Sion, o i monopolisti, o i capitalisti o gli imperialisti."

Non stupisce che un autore, e la sua cultura liberale, come Popper, sia ancora oggi sconosciuto nel'Italia partitica erede di DC e PCI.
Auguriamoci, dunque, che il governo Renzi continui la sua politica di trasparenza liberando atti e documenti secretati, ma il lavoro di ricerca e di ricostruzione storica sia lasciato in mano alla nuova generazione di studiosi che con gli anni di piombo non hanno più legami e interessi di sorta. I quali, soprattutto, usano fonti e metodologie "per far luce", che sono ormai, e per fortuna, anni luce di distanza dall'approccio partigiano del Parlamento.


POLITICA
Una storia di spie e giornali negli anni di piombo (5)
9 maggio 2010


Il Daily American, o Rome Daily American, è stato un quotidiano in lingua inglese pubblicato nel Roma tra 1946 e il1986. E' stato per il 40% di proprietà del CIA fino agli inizi degli anni ‘70. L'intento di questa proprietà era quello di fornire copertura per agenti dell’agenzia, di influenzare l'elettorato italiano, che minacciava di votare comunista, e di formare nuove leve di giornalisti.

Nel 1972, abbiamo la prima sorpresa: il quotidiano viene acquistato da Michele Sindona, rilevandolo da Robert H. Cunnuningham, su invito dell’ambasciatore Graham Martin.

Quello che sappiamo per certo è che Graham Martin, secondo il rapporto della commissione Pike del Senato americano (che insieme al altre commissioni come quella Church e Rockefeller a metà degli anni ’70 svolsero ampie indagini conoscitive sulle agenzia di intelligence), versò un ingente finanziamento al capo del Sid Vito Miceli, legato alla destra eversiva italiana, contro il parere della CIA.

Quello che sappiamo di Sindona è che il faccendiere siciliano fu al centro di una complessa trama mafiosa-spionistica-eversiva: negli anni ’60 implicato nel traffico di stupefacenti tra Italia e Stati Uniti. Agli inizia degli anni ’70 implicato nell’inchiesta sulla “Rosa dei Venti” per un tentativo di Golpe proprio nel 1972, e in seguito i rapporto con Licio Gelli e la Loggia segreta P2.

Il primo direttore del Daily Americans tra il 1964 e il 1969 è Samuel Meek, ex confidente e ‘gosth writer’ del Generale dei Marines, Thomas Holcomb,  durante la Seconda guerra Mondiale. Il suo curruculum è pubblico nel sito dellla Duke University che conserva il suo archivio aziendale:


1895 September 22Born, Nashville, Tennessee
1913Graduated from Phillips Exeter Academy
1917
Received A.B. from Yale University, New Haven, Conn.;
Commissioned as 2nd lieutenant, U.S. Marine Corps August 27
1918Promoted to 1st lieutenant and then temporary captain, U.S.Marine Corps
1919
Decorated with the Silver Star, the Purple Heart with one Oak Leaf Cluster; France's Croix de Guerre with Palm; the Victory Medal with Aisne-Marne, St. Mihiel and Defensive Sector clasps and three bronze stars; and the French Fourragere for valiant service.
Discharged April 3.
1920Joined the Charles W. Hoyt Co.
1921 October 14Married Priscilla Mitchel
1922-1970Served on the board of Time Magazine
1925Joined J. Walter Thompson as manager of the London office
1929J. Walter Thompson Co. opened offices in Argentina, Australia, Canada, India, Poland, and Uruguay
1930Returned to New York office, elected Vice President and Director of International Operations
1940-1944Served as a Special Consultant to the Secretary of the Navy for Air and member of the Navy Civilian Advisory Committee. Made several trips to the Pacific area and visited the Carribean and South America for the Navy.
1945Awarded a Presidential Citation by President Truman and a Navy Distinguished Service Medal
1946Invited to join a Civilian Advisory Committee to work with the Navy on its postwar program. Upon the recommendation of the Army, Navy, and Marines, awarded the Medal for Merit for his service to the U.S. Navy.
1949Awarded the Navy's Distinguished Public Service Award for outstanding services to the U.S. during World War II.
1955Promoted to Vice Chairman of the Board of Directors of J. Walter Thompson Co.
1956One of five purchasers of The Greenwich Times, Greenwich, Conn.
1959Helped to found The Episcopalian
1962-1981Operated Walker and Company, a book publisher
1964 January 28Retired from the J. Walter Thompson Co.
1964-1969President and Director of the Rome Daily American in Italy
1981 August 15Died in a Greenwich, Connecticut hospital of complications following a heart attack


Segue un grafico di social network 'storico' della testata Daily American

A metà anni ’70 il quotidiano americano, risulta di proprietà di una figura degna della “Dolce vita”: Chantal du Bois, nome de plume di Gabriella Lepore, precedente opinionista del giornale “La tribuna politica”, ma anche attrice di polizieschi italiani (B movies). In reatà a condurlo è Mazzarella e in seguito Jim Long. Il dato certo è che molti  collaboratori dal Daily Americans inziarono ottime cariere in patria come Bill Grueskin, che sarebbe diventato editore capo del Wall Street Journal.

Agli inizi degli anni ’80 inizia il declino, si avvia verso il fallimento: ha solo più due reporter a tempo pieno e tre o quattro part-time; vende solo 15.000 copie e non troverà più nessun compratore quando, in liquidazione, sarà valutato 200.000 dollari.

/fine quinta parte

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