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Terrorismo, sicurezza, post-conflitto... irrisolto!
25 agosto 2014
Daniele Salerno, Terrorismo, sicurezza, post-conflitto. Studi semiotici sulla guerra al terrore. Libreriauniversitaria.it edizioni, 2012.

Il saggio, come definito nella sua introduzione, intende "analizzare il conflitto come un macro-testo che «traduce e interpreta altri testi di una data cultura» (Demaria 2006, p. 55) e che costringe a ridefinire l’idea, per esempio, di comunità, nazione, identità, guerra o nemico".
Questa analisi si svolge su alcuni documenti specifici: da una parte, "la guida spirituale degli attentatori dell’11 settembre, un testo ritrovato in due copie nella valigia del leader del gruppo terroristico e nella macchina di uno degli attentatori", quale esempio di "manipolazione ideologica della memoria culturale" della tradizione islamica; e, dall'altra, i manifesti pubblici affissi nella metropolitana di Londra a seguito degli attentati del 7 luglio 2005, per "un’analisi dei discorsi della sicurezza, cercando di farne emergere la struttura narrativa, i percorsi valoriali e ideologici e le potenziali derive a cui essi si prestano perseguendo l’obiettivo di “difendere la società”."
Il percorso si conclude sul tema della “fine”: come la guerra al terrore sta “andando a finire” dopo i primi quattro anni di amministrazione Obama, che hanno cercato di spostare il discorso pubblico dalla guerra al terrore di Bush, all'apertura verso l'islam che è culminata con la "primavera araba".

Due punti di questa saggio sono di grande interesse. Da una parte l'analisi della "guida spirituale" degli attentatori del 11/9, concepita come una "tecnologia del sé" per costruire un martire: un soggetto di una entità trascendente, ispirato dal timor di Dio, cui è offerta la possibilità di diventare a propria volta origine della paura per gli Occidentali ("la forza dei credenti consiste nel fatto che sono in condizione e capaci di superare la propria paura della morte. Con questa assenza di paura un combattente islamico insegna la paura alla civiltà occidentale", da H. Kippenberg 2004). Dall'altra, l'analisi delle "deriva paranoica" che l'apparato di sicurezza costruisce coinvolgendo i cittadini nel tentativo di prevenire e contrastare nuovi attentati che giunge al paradosso di stimolare i cittadini ad un atteggiamento paranoico analogo a quello degli stessi terroristi: tutti a sorvegliarsi reciprocamente. L'anonimo cittadino invitato a segnalare ogni indizio di pericolo di attentato finisce per assomigliare al terrorista che a sua volta sorveglia per cercare di pianificare i suoi attentati.

La risposta al tema dalla fine, tre anni dopo la scrittura del saggio, è sotto gli occhi di tutte: le speranza della primavera araba sono state sostituite dall'incubo del Califfato dell'Is. Il tentativo di Obama di attenuare la retorica della guerra al terrore favorendo, dopo il discorso al Cairo "A New Beginnig" nel 2009, "la nuova santa alleanza tra Mela e Mezzaluna" - quella cioè politico-tecnologica che univa la nuova amministrazione USA, le aziende tecnologiche che con i loro hardware portatili e software network and social oriented, e le popolazioni arabe - è fallito.
Oggi possiamo dire che gli errori precedenti (dai sostegni occidentali ai vari rais nordafricani alla guerra in Iraq) erano troppo gravidi di conseguenze per poter agevolare un processo di democratizzazione che portasse al successo i giovani arabi in rivolta.
L'argine artificiale al fondamentalismo islamico rappresentato dai regimi di Mubarak, Gheddafi & c. ha lasciato strascichi tali da non permettere alle nuove forze di superare la prova della maggioranze nelle prime libere elezioni che sono seguite. Su tali rivoluzioni, infatti, la memoria delle vittime islamiste, represse dai vari rais, ha sovrastato la volontà di modernizzazione, rimasta minoranza.
La possibilità di giungere ad un post-conflitto nella guerra al terrorismo post 11/9 è quindi venuta meno: il cambio di narrativa sul mondo mussulmano di Obama non è bastato. L'eco delle narrazioni della vendetta del gruppo "etnico vittima" ha di gran lunga sovrastato quello delle parole e dei propositi del "new beginning" giunte all'orecchio delle nuove generazioni arabe.

In mezzo a tutto ciò una Europa quasi immobile, incerta tra gli affanni di una crisi sempre più depressiva e la paura di trovarsi presto i "mori" alle porte della Spagna.
politica interna
Genesi e considerazioni sul photoblog "Girls in revolt"
9 febbraio 2012
Girls in revolt
Qui: http://girlsandrevolts.tumblr.com/

Colpisce come spesso non sia noto quanto e dove tutto è iniziato.

I punti di inizio, geografici e temporali, in vero forse sono due: uno è la Tunisia quando, tra il dicembre del 2010 e il gennaio 2011, scoppia quella che è stata definita la Rivoluzione dei gelsomini (Jasmin revolution). Ma probabilmente c'è una antenata: la proteste post-elettorali del 2009-2010 in Iran, definite come Green revolution (Rivoluzione verde) o Sea of Green (traducibile come Mare di verde) a ricordare il colore della campagna elettorale del candidato sconfitto Mousavi, ma è stata definita anche come Persian Awakening (Risveglio persiano) o ancora come Twitter Revolution (Rivoluzione di Twitter).

Da queste due ondate di proteste è sorta e seguita la cosiddetta Primavera Araba, in Egitto, nello Yemen, nel Bahrain, e poi in forma drammaticamente bellica nella Libia di Gheddafi, fino alla Siria di questi giorni tragici nei quali la violenza brutale del regime continua a mietere vittime a centinaia, con le complicità infami di Russia e Cina.

Il movimento approda in Europa, a Madrid, il 15 Maggio 2011 con gli indignados / acampados / Democracia Real YA che si estende alle città spagnole e agli altri paesi europei, specie quelli latini più colpiti dalla crisi (Grecia, Italia, Francia).

Il 17 settembre 2011, il movimento sbarca negli USA, Occupy Wall Street è la prima di una serie di occupy seguita dal nome di città degli Stati Uniti, del Canada, della Gran Bretagna e in Israele.

In parte disgiunto in parte collegato è la varietà di altri movimenti nelle altre aree del mondo.

In estremo oriente, nella Corea del Sud e nel Giappone, non stupirà che la tragedia del maremoto e dell'incidente nucleare di Fukushima, abbia caratterizzato il movimento sul tema “No nukes”. Un movimento certo antico di decenni, ma che in quei paesi ha avuto nel 2011 nuova grande linfa.

Più curioso il caso del Latinoamerica. Anche lì c'è stato un forte movimento che ha coinvolto le principali città di grandi paesi come il Brasile: quello delle marce delle prostitute, Marcha das Vadias, o Marcha de las Putas. Ma non si può non segnalare il movimento studentesco cileno. O quello “occupy” in paesi come il Porto Rico. O ancora quello delle prostitute in un paese come la Corea del Sud. Per non dire del colletivo femminista ukraino "Femen".

L'idea di “Girls in relvolt” nasce dall'intuizione che la cifra di questi movimenti sia la presenza e il ruolo della donne, in particolare delle giovani donne, con tutta la loro immanente bellezza.

Le ragazze e i temi femministi sono presenti in tutti questi movimenti, così come i social media su Internet e i cellulari sono la piattaforma e le periferiche su cui si è veicola la comunicazione e, almeno in parte, la organizzazione di tutti questi movimenti.

Le donne, e il loro contributo di idee, di pace, di bellezza e di libertà, spariscono ed escono dalla scena politica quando la rivolta si trasforma in guerra, come è successo in Libia e come rischia di succedere adesso in Siria.

La cifra pacifica così come quella femminile, cui la prima è probabilmente debitrice, abbiamo l'impressione che permettano di connotare questi movimenti più come 'rivolte' che non come 'rivoluzioni'.

Rivolte in senso camusiano, con il senso del limite ben chiaro, in cui i 'no' sono temperati con dei 'sì'. In cui la tentazione nichilista e violenta è ultra minoritaria.

Rivolte anche per la loro evidente lontananza dai movimenti giovanili e rivoluzionari del XX secolo, dalle loro mitologie ed ideologie. Lo si vede anche nell'iconografia del movimento “occupy” che utilizza con grande ironia la grafica dell'avanduardia russo-sovietica degli anni '20/'30 o la maschera di Anonymus, cioè quella di un celebre fumetto, che ha di fatto sostituito il ritratto del Che, quello di un celebre rivoluzionario dei 'mitici' anni '60.

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