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POLITICA
Orsini: le due sinistre ieri e oggi
30 marzo 2012

Intervista ad Alessandro Orsini, autore del libro "Gramsci e Turati, Le due sinistre" definito da Saviano "la più bella riflessione sulla sinistra fatta negli ultimi anni".
POLITICA
Deradicalizzare in Italia e in Europa
29 marzo 2012
C'è un giovane professore, Alessandro Orsini, che ha messo i piedi dentro il piatto dei problemi della sinistra italiana...


Le sue idee, dai libri - oggetto di polemica* in Italia con attacchi al suo autore in pieno stile gramsciano/togliattiano/brigatista - sono già passate a Bruxelles. Diventate parte del discorso in Europa sui motivi del radicalismo e la prevenzione culturale del terrorismo.



*Le ultime puntate della polemica sono qui riportate: ITALIAOGGI


POLITICA
I succedanei scadenti della riflessione culturale sulla violenza politica
25 marzo 2012


Qui in Italia sembra che scrivere un romanzo o girare un film equivalga a svolgere un ricerca sociale o storica. Romanzieri e registi si sentono tardi epigoni della tradizione dal verismo al realismo, e spingono le loro narrative nei campi della storia invece che della finzione, la fiction pura e semplice.
Al cinema con un amico abbiamo coniato un pregiudizio assai selettivo per scegliere i film da vedere: se nel trailer o nel cartellone c'è  la dicitura "Ispirato ad una storia vera", lo rifuggiamo come la peste, soprattutto se di origine italiana.
Invece le pagine culturali si riempiono di recensioni che prendo con estrema serietà queste pellicole o questi romanzi cha trattano di fatti veramente accaduti.
La scorsa settimana si parlava di romanzi  e delle loro vuote ambizioni a spiegare gli anni di piombo. Questa settimana abbiamo in uscita due film di cui parlano il Corsera e il suo supplemento culturale odierno: da una parte quello sulla strage di Piazza Fontana (Milano, 1969) e dall'altra quello sui fatti della scuola Diaz (Genova, 2001).
Sono iniziate e seguiranno polemiche abbastanza insensate provocate dall'equivoco di sopravvalutare il valore documentale di film che, infilati nelle categoria docufiction, in vero possono denunciare una sola cosa: la pochezza di riflessione politica e culturale sui fatti di cui parlano.

Il filo rosso di questi romanzi e film, a ben guardare, è il rapporto tra violenza e politica.
Un nervo scoperto delle culture di destra e sinistra del nostro paese.
La pochezza di cui sopra ha una origine in una altro fatto, di cui occorre prendere atto in questa fase terminale della cosiddetta 'Seconda Repubblica'. La fine della Prima ha distrutto le forze politico-culturali del riformismo laico, cattolico e socialista più attrezzate di antivirus contro la violenza. Mentre le forze sopravvissute a Tangentopoli, post-comunisti, post-fascisti e Lega, sono le forze politiche la cui identità e storia culturale prevede le varie declinazioni, dal linguaggio all'azione, della violenza.

Questo deficit di riflessione culturale, risulta ancora più evidente se si osserva quella che è stata l'unica polemica culturale recente, quella raltiva al libro su Gramsci e Turati di Alessandro Orsini. Polemica sulle due pedagogie, quella della intolleranza del primo e quella della tolleranza del secondo, che pare riguardi solo le due minoranze: quella superstite socialista e quella orgogliosamente comunista, nel  silenzio completo di tutta la intellighenzia di area PD.
Lo stesso articolo di aperto sostegno alle tesi di Orsini, scritto da Roberto Saviano, tenuto un po' nascosto nelle pagine interne de la Repubblica, è stato senza conseguenze sui maggiori quotidiani. Con un eccezione paradossale, di cui abbiamo riportato, quella de La Stampa.
 
Infine, questo deficit di riflessione sulla violenza politica non si può negare abbia origine anche più lontane: come il fatto che l'Italia sia rimasta praticamente impermeabile al pensiero di Albert Camus. Di colui cioè, che come ribadito in più occasioni, a me pare essere ancora oggi il massimo pensatore in materia di violenza e politica.

Il problema di una deficit di riflessione in materia, che potremmo definire ormai omissione volontaria dell'establishment, è funesto soprattutto per una parte politica: il centro sinistra.  Protrarre questa rimozione coatta lo rende semplicemente equivoco e quindi debole a tutto vantaggio del centro-destra.
politica interna
La Stampa organo ufficiale dei neo gramsciani?
17 marzo 2012
Che il giornale che fu di Carlo Casalegno, vicedirettore azionista ucciso dalla Brigate Rosse, oggi - dopo 35 anni - permetta nelle sue pagine culturali la difesa di Gramsci incrociata al killeraggio accademico ("privo di credenziali scientifiche") contro colui i cui studi sulle BR sono tradotti, pubblicati e apprezzati in tutto il mondo anglosassone, è francamente ignobile se non sarà seguito da una qualche replica a breve.

Stiamo parlando di Angelo D'Orsi verso Alessandro Orsini, su La Stampa del 15 Marzo scorso.

La polemica nasce di recente: qui sul sito della Fondazione Nenni il 21 febbraio scorso, il primo scambio polemico tra i due.
Poi quello a seguito dell'articolo di Roberto Saviano su la Repubblica: commentato sul sito di Notizie Radicali e qui Turati: più che Saviano, Orsini

Vadiamo se a quest'ultimo attacco del barone sessantottino, guardiano dell'ortodossia gramsciana in terra subalpina,  troverà nell'accademia torinese qualcuno che risponda sulle stesse  pagine di quel giornale ...che fu di Carlo Casalegno!

CULTURA
Turati: più che Saviano, Orsini
29 febbraio 2012


Riconoscere il merito è sempre attività difficile in Italia anche quando le cose sono poste in termini lineari. Se ieri Roberto Saviano su "la Repubblica" ha elogiato una saggio su Gramsci e Turati che demolisce il primo in favore del secondo, il merito non è di Saviano ma dell'autore del saggio: Alessandro Orsini.

Saviano non ha alcuna autonomia critica. Solo qualche anno fa firma l'appello di Carmilla online in favore del pluriomicida Casare Battisti, leader dei Proletari Armari per il Comunismo: altro che Filippo Turati!. Su temi che non fossero la camorra, ha preso cantonate a non finire. L'unica sua qualità è un po' di fiuto. L'unico suo orrizzonte: la ricerca di una sponda politica.

La vera novità del panorama culturale italiano risiede invece proprio nell'altro nome.
La qualità umana del soggetto la si percepisce già solo in questo intervento a Torino lo scorso novembre relativo al suo precedente libro sul terrorismo. Le sua capacità di analisi, la si può invece saggiare solo leggendo i suoi testi.




letteratura
La deriva giustizialista delle Lettere
12 giugno 2011


Bruno Pischedda sul Domenicale odierno del Sole24Ore, dopo un nano-excursus sulla figura dell'italico intellettuale e connotati annessi, giunge a una conclusione  che, più di mille saggi, fornisce lo stato della cultura in Italia.

L'autore di Gomorra, secondo Pischedda, sarebbe infatti il novello Pasolini di "Io so i nomi… Io so i nomi. Ma non ho le prove e nemmeno gli indizi", con la differenza che Saviano nei suoi testi porta le prove:  le prove giudiziarie, essenzialmente. Naturalmente!

La consegna alla prassi giudiziaria, nelle parole dell'ex direttore di Linea d'ombra, non può essere più totale: "A un minore slancio poetico, divinatorio, sapienziale, supplisce un più robusto atteggiamento empirico di cui è il giornalismo militante a fornire la matrice."

Il postulato che manca per concludere l'articolo esplicitandone completamente il senso è che l'unico intellettuale possibile oggi è il giornalista militante: Roberto Saviano è solo il migliore in quanto "esperienza emotiva e territorio in lui coincidono".

Il ricercatore milanese non si accorge, o avvalla spudoratamente, il tentativo, da 20 anni a questa parte,  di fondare tutta la politica, le idee e la storia del nostro paese solo sul loro asse giudiziario. Questo tentativo dovrebbe essere evidente, a una sinistra liberale, che è figlio di una cultura da inquisizione più che da umanesimo, come ancora con Pasolini eravamo 'ben' abituati (anche se forse un certo furore manicheo era già presente).

Si consiglia, allora, la lettura del solito Todorov, giacché le ampie "zone grigie" della storia del nostro paese necessiterebbero di Primo Levi, cioè uomini di Lettere, non di giornalisti di giudiziaria.



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