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POLITICA
SICUREZZA PARTECIPATA TRA LIBERTÀ E LEGALITÀ
6 marzo 2016

Il tema della sicurezza si declina nel pubblico dibattito in due forme: o come parole tecniche di esperti o come divaricazione manichea tra primato della libertà e quello della protezione.

A seconda del campo di applicazione, il primato delle dell’una o dell’altro assume valenze politiche opposte: di fronte la guerra al terrorismo è di sinistra difendere le libertà individuali, là dove è di destra limitarle in nome delle sicurezza dei cittadini; mentre di fronte agli incidenti sul lavoro è di destra la libertà di imprendere senza troppi vincoli, là dove è di sinistra limitarla per salvaguardare la salute dei lavoratori.

In altri campi, la parola è affidata al linguaggio, apparentemente neutro, degli specialisti delle varie forme di sicurezza: il tecnico di sicurezza militare o di intelligence, oppure il tecnico di sicurezza informatica o di impianti industriali che presentano scenari e soluzione dei quali solo una minoranza di pubblico non sprovveduto coglie il senso politico sotteso.

Intorno alla sicurezza si gioca in vero una delle partite più importanti del discorso pubblico, in quanto essa sottende una delle più potenti emozioni umane, comune a tutti i cittadini-elettori: la paura con i suoi derivati di ansia, stress e preoccupazione.

L’approccio ideologico è quello oggi dominante con le sue metafore semplicistiche: di fronte a migranti e rifugiati si invocano o i muri o i ponti. Buonismo imbelle e cieco egoismo si fronteggiano sui molti temi legati alla sicurezza portando spesso le discussioni all’immobilismo o a scelte irrazionali dai risultati disastrosi.

Se la politica si presenta spesso lenta nell’affrontare i mutamente della società dell’informazione, quando si tratta di sicurezza, aggiunge il termine emergenza e accelera verbalmente e spesso concretamente i suoi atti. La politica reagisce cioè come la fisiologia umana ha insegnato al cervello: di fronte al pericolo serve una reazione immediata difensiva, senza pensarci troppo. Ma la paura diventa quasi sempre un pericolo per coloro che la provano.

Questa dinamica, ci spiegano l’antropologia e le neuroscienze, è legata alle necessità di sopravvivenza delle nostra specie quando l’uomo viveva in tutt’altro contesto ambientale. Funzione bene ancora oggi di fronte ai disastri naturali, dove un’efficiente protezione civile è sufficiente, ma serve uno sforzo “contro-natura”, tanto logico quanto razionale, per invertire la tempistica, o almeno rallentare il tempo delle decisioni, per evitare alla paura di giocare il ruolo di sentimento dominante nello scenario politico quando ci troviamo di fronte ai pericoli sociali. Quelli con i tratti umani del terrorista, del migrante, dello “zingaro” o quelli criminali della gang, del racket, dell’imprenditore senza scrupoli, o di forze di sicurezza inadeguate, sistemi giudiziari inefficaci o sistemi di sorveglianza invasivi.

La società civile dovrebbe allora farsi carico di creare spazi dove rallentare il tempo della riflessione intorno ai temi della sicurezza, per favorire scambi, discussioni, proposte e progetti che abbiano quanto più possibile un fondamento razionale, laico e scientifico, che risponda alle esigenze specifiche nel territorio nella consapevolezza dei dibattiti e delle pratiche europee e internazionali sui temi della sicurezza e della sua difficile relazione con le libertà e le forme di legalità.

Servirebbero quindi spazi di pubblica discussione e proposta la cui attrezzatura metodologica sia quella di socializzare i linguaggi specialistici, confrontare le prassi e gli approcci, privilegiare gli interventi di prevenzione delle cosiddette “emergenze”, rendere partecipe la cittadinanza su politiche che non possono essere più relegate ai populismi mediatici o alle segrete stanze degli organi di sicurezza.

politica estera
La società civile di fronte al caso Lo Porto
27 aprile 2015

Quasi tutti gli aspetti sono stati trattati di fronte alla morte del volontario Giovanni Lo Porto, rapito tra Pakistan e Afghanistan il 19 gennaio del 2012 e morto a gennaio in un raid condotto da un drone USA.

Beppe Servegnini sul Corriere della Sera ha scritto che “Giovanni Lo Porto è morto quattro volte. Quando è stato rapito, quando è stato dimenticato, quando è stato colpito, quando la notizia della sua uccisione è stata nascosta.” Ovvero: “dalla ferocia disumana dei rapitori, dalla nostra distrazione, da una bomba dal cielo, dal segreto militare”.

L’aspetto che vorrei sottolineare è quello della dimenticanza, o della nostra disattenzione, perché è questo il fattore che ha fatto di Lo Porto “un sequestrato di serie B”, come ha detto il padre Vito.

Il rango della vittima ha nelle solidarietà che gli viene espressa la miglior misura.

Chi, come il sottoscritto vive a Torino, ha potuto negli ultimi mesi constatare la diversità, anche quantitativa, di solidarietà verso le vittime parigine di Chalie Hebdo e quelle dell’attentato al Bardo di Tunisi. La mobilitazione a livello di comunicazione e di partecipazione in piazza alla prima è stata assai più estesa per il primo attentato che non per il secondo, nonostante questo contasse vittime italiane e torinesi.

Così nei rapimenti. Negli anni pregressi abbiamo visto le mobilitazioni in favore delle vittime illustri, dalla Giuliana Sgrena a Domenico Quirico. E parimenti l’assenza di mobilitazioni per volontari come Giovanni Lo Porto, o lavoratori, come gli ingeneri rapiti e uccisi in Nigeria da Boko Haram nel 2012 e 2013: Franco Lamolinara e Silavano Travisan.

E’ naturale che accada tutto ciò?
Si potrebbe dire che è normale che una vittima legata al mondo della comunicazione, grazie all’appoggio del suo entourage, sia fornita di maggiore appoggio, solidarietà e mobilitazione.

Ma forse occorrerebbe partire da un altro punto di vista e domandarsi: come mai la società civile non si è dotata di strumenti atti a garantire un livello equanime di appoggio, solidarietà e mobilitazione a tutti i rapiti dal terrorismo internazionale?

Naturalmente in altri paesi europei esistono associazione che svolgono un ruolo di appoggio ai rapiti e ai loro familiari. Organizzazioni che oltre a svolgere un ruolo di sostegno legale e psicologico alle famiglia, fronteggino anche il problema di tenere alta la mobilitazione in favore di quei rapiti, che per ruolo e professione non godono di “buona stampa”.

Certamente si tratta di un ruolo anche delicato, specie di fronte agli ordini di silenzio stampa che arrivano puntuali dall’unità di crisi della Farnesina che gestisce le trattative. Ordini che però sono stati spesso elusi da testate che si trovavano propri collaboratori coinvolti in rapimenti. Ordini che talvolta vanno elusi per garantire una attenzione e un impegno maggiore da parte della stessa Unità di crisi.

Allora, giustamente ci si scandalizza dell’Aula parlamentare semideserta venerdì pomeriggio scorso di fronte alla relazione del Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che relazionava sul caso Lo Porto, ma anche la società civile, capace in altre occasione di mobilitazioni per le cause anche le più lontane ed inusitate, dimostra una propria debolezza e una incapacità di esprimere empatia verso chi subisce certe forme di violenza politica.

POLITICA
Le vittime del terrorismo tra Stato e società civile. Il ruolo delle loro associazioni: i casi paralleli di Italia e Francia.
15 marzo 2015

Tutti possono osservare gli atti di solidarietà nell'immediatezza dell'attacco tanto dello Stato che del corpo sociale colpito dall'attacco terroristico, ma è poco osservato, se non negletto, quanto occorre nei tempi successivi, brevi e lunghi che siano.

Prendiamo spunto dai fatti recenti di Parigi, dove due mesi fa, nel corso di tre giorni, tre terroristi hanno seminato sangue nello sgomento generale a livello mondiale, uccidendo 17 persone e ferendone 11. Che cosa ricordiamo oggi? Le immagini dei telegiornali e dei media, "Charlie Hebdo" e le sue vignette; le manifestazioni di solidarietà dell'11 gennaio in tutta la Francia e in giro per il mondo con la diffusione virale dei cartelli "Je suis Charlie"; l'eco del dibattito sul diritto di satira e di offesa delle religioni. Qualcuno rammenterà ancora il nome dei fratelli Kouachi e di Coulibaly, o il nome delle vittime più famose, come il disegnare Wolinsky e il direttore Charbonnier.

Nel frattempo le vittime hanno iniziato un percorso poco conosciuto dal giorno dopo le imponenti manifestazioni in loro solidarietà.

Innanzi tutto occorre precisare che le vittime non sono solo i morti e feriti. Ci sono gli illesi, i testimoni diretti dei fatti nella redazione del giornale, gli ostaggi del supermarket Kosher e della tipografia nell'epilogo di quei tre giorni, le cui conseguenze per lo shock subito si articolano in molteplici patologie. Ho incontrato pochi giorni fa il proprietario della tipografia a Dammartin-en-Goele, figlio di immigrati italiani dal Molise, Michel Catalano che mi ha raccontato come da quel giorno abbia perso il sonno: la morte gli è passata assai vicina.

Lo stesso per i feriti e i familiari, cioè le vittime indirette, dei morti e dei feriti sui quali le conseguenze del fatti si ripercuotono in termini psicologici, sociali ed economici che possono arrivare a travalicare le generazioni. Pensiamo al caso italiano di Piazza Fontana: nella battaglia per la memoria e le verità è coinvolto ormai un nipote, Matteo Dendena, della vittima diretta, Giuseppe.

Premesso che l'obiettivo di un attacco terroristico è sempre la società civile, sia che questo si articoli nella modalità indifferenziata della strage, o in quale selettiva degli obiettivi da colpire, la questione che voglio evidenziare è la risposta dello Stato e della società verso le vittime nel corso del tempo.

Tutti possono osservare gli atti di solidarietà nell'immediatezza dell'attacco tanto dello Stato che del corpo sociale colpito dall'attacco terroristico, ma è poco osservato, se non negletto, quanto occorre nei tempi successivi, brevi e lunghi che siano.

Restiamo nella Francia di "Carlie" e osserviamo cosa capita a livello di Stato e di società, verso le vittime dirette o indirette che siano. Il governo francese ha varato diverse forme di sostegno e riparazione dei danni subiti dalle vittime, ma queste non avrebbero affetto alcuno se non ci fosse un "corpo intermedio" che le rende fruibili ai familiari delle vittime e ai sopravvissuti. Questo corpo intermedio è l'associazione francese AfVT.org. In questi due mesi tale associazione sta facendo esattamente quanto in Italia svolge l'associazione Aiviter da 10 anni, cioè da quando è stata varata una legge specifica per le vittime del terrorismo, la n. 206 del 2004. Le associazione delle vittime rendono cioè noti ed applicabili quei diritti che altrimenti, solo garantiti sulla carta, sarebbero pressoché nulli ai più quando privi dell'intermediazione che li rende conosciuti e praticabili nei suoi spesso complessi iter burocratici.

E la società civile? Restando in Francia, dopo due mesi dagli attentati, sicuramente c'è una attenzione, al di là di timori per nuovi attacchi, verso le vittime. La si può misurare anche quantitativamente nelle vendite dei numeri successivi di Carlie Hebdo. Ma, come capita sempre, si insinuano già una serie di fattori che minano la solidarietà verso le vittime. Tra paure, sospetti e teorie cospiratorie, il terrorismo si giova del carattere equivoco del suo agire, comunicare e legittimassi e delle frequenti strumentalizzazioni dirette o indirette, nazionali o internazionali, che gli girano attorno.

Considerazioni del tipo: "le vittime se la sono se la sono cercata", oppure: "il governo non ha prevenuto l'attacco quindi forse era interessato a subire un attacco per giustificare le sue politiche interne e internazionali", sono reazioni che provocano il crollo della solidarietà, della fiducia nelle istituzioni, della coesione sociale e, nelle vittime, una seconda vittimizzazione.

Accade così che le associazione - che svolgono il ruolo sussidiario di far applicare i diritti delle vittime, sopra citato, oltre quello di salvaguardarne la memoria - si trovano presto prive di aiuto e sostegno dalla società civile. Non una raccolta fondi a loro favore, non una associazione di simpatizzanti (cioè non costituita da vittime) che si ponga a loro supporto o servizio. Esistono miriadi di associazione per le cause più disparate, comprese verso le vittime di conflitti e genocidi, ma non una verso le vittime di quel particolare conflitto che è il terrorismo.

Questo comporta che le associazioni delle vittime del terrorismo debbano sostenersi con la loro proprie forze: quelle dei loro membri, familiari di vittime e di sopravvissuto, al massimo di qualche ente privato o istituzione pubblica locale o europea. Chiedere un sostegno diretto ai rispettivi governi è una scelta politicamente improponibile: in Italia abbiamo coinvolgimenti diretti di parti dello Stato nelle stragi fasciste e dei ruoli ambigui nell'affrontare il terrorismo rosso; in Francia, fino a pochi anni fa, i governi, sotto la cosiddetta dottrina Mitterrand, si giovavano indirettamente dei terrorismi interni spagnolo e italiano, ospitando e garantendo asilo ai terroristi di ETA e del brigatismo nostrano.

Uno degli effetti meno studiati del fenomeno terroristico è proprio questo: il suo carattere ambiguo che mina la coesione sociale, la solidarietà alle vittime, la fiducia nelle istituzioni. Le vittime in tutta Europa, negli ultimi 30 anni, si sono trovate a doversi auto-organizzare, spesso nell'indifferenza della società e nell'imbarazzo delle istituzioni statali.

Solo rari e recenti studi hanno evidenziato il ruolo positivo e propulsivo che le associazioni hanno svolto nel gioco democratico sotto il profilo qualitativo della trasparenza (contro la ragion di Stato e i suoi segreti), della giustizia (mancata o insufficiente) e della ricostruzione storica; e sotto quello "narrativo" che le testimonianze delle vittime giocano nella 'guerra di parole' contro il terrorismo e la radicalizzazione violenta. Il ruolo assistenziale e la dimensione autorganizzata (self help group) per far fruire a vittime e familiari i loro diritti è ancor meno conosciuto.

CULTURA
L'Europa contro il terrorismo: i lavori delle scuole con le vittime
29 aprile 2014
L'Europa contro il terrorismo
In prossimità della Giornata in Memoria delle Vittime del terrorismo, Aiviter invita alla presentazione e premiazione dei lavori svolti dalle classi delle scuole piemontesi con cui ha collaborato questo anno. Il 12 maggio 2014, ore 14,30 presso il Centro Incontri della Regione Piemonte in Corso Stati Uniti, 23 a Torino.
SOCIETA'
Due anni di video Aiviter
1 febbraio 2014

Canale dell'Associazione Italiana Vitttime del terrorismo (Aiviter)
WebTv Channel of the Italian Association of Victims of terrorism (Aiviter)
http://vimeo.com/channels/aiviter/20792738

arte
L'opera al rosso, o dell'etica dell'artista
30 novembre 2011

Rosso malinconia di Adriana Faranda

Se personaggi pubblici e luoghi pubblici non fossero coinvolti in questa storia eviterei di tornarci. Ma una nota almeno ancora va aggiunta al post su Arte e società: Sgarbi e la Faranda.

Abbiamo detto dell'alchimia per diventare artisti. L'investimento del critico sul soggetto che, tramite un processo di iniziazione "come artista", trasforma le di lui opere in arte. Sappiamo che esistono la magia nera e bianca. Ma nel caso di Vittorio Sgarbi abbiamo un novello risultato con Adriana Faranda: l'opera al rosso, per parafrasare il romanzo della Yourcenar dedicato all'alchemico Zenone.

L'opera più facile da reperire in rete, e presente come immagine del profilo nello stessa pagina su MySpace della Faranda si intitola "Rosso malinconia".
Parafrasando le parole dello Zenone della Yourcenar: "Mi sono guardato bene dal fare di me un idolo…", nell'immagine digitale dell'ex terrorista abbiamo invece proprio un idolo con la faccia di bronzo in primo piano sulla sfondo di farfalle, facile metafora della sua biografia (Il volo della farfalla), nella luce rossa del passato.
faranda
La malinconia per la militanza non potrebbe essere più esplicita; la metafora del colore non potrebbe essere più banale. La cosa essenziale è che si manifesta perfettamente la coincidenza tra vita e opera: quest'ultima non comunica altro che autobiografia. E' quindi la vita di Adriana Faranda a farsi opera d'arte attraverso le sue fotografie/immagini digitali. Proprio questo aspetto, insito nell'arte contemporanea, determina che l'etica non sia estranea all'artista, come poteva esserlo invece nell'arte del passato. Qui giace la responsabilitò del critico nel far assurgere la vita di un individuo a simbolo valoriale nella sfera dell'arte e quella delle amministrazioni pubbliche nel fornire il loro sotegno logistico ed organizzativo, e forse finanziario, all'evento.

Anche per l'11 settembre 2001 qualche fine intellettuale francese si è espresso in termini estetici di fronte al crollo delle Twin Tower.
Nel suo piccolo Vittorio Sgarbi sta facendo lo stesso. Un'opera al rosso. Riconoscere come opera d'arte la biografia di una terrorista.
Difficile non parlare di deriva culturale...

SOCIETA'
Merita del tempo, riflettere sul tempo.
23 ottobre 2011
Rambouillet  è un località vicino a Parigi in direzione Versailles, ma oltre, più lontana. Il suo castello con giardino e laghetto annesso è una delle residenza a disposizione del Presidente della Repubblica francese.
Un vecchio albergo nelle adiacenze del lungo viale alberato che conduce al castello era la base serale di una mia vacanza dei primi anni '80.
Una vacanza estiva ai tempi dell'università in compagnia di Roberto Carretta, oggi scrittore, ieri chitarrista, sempre appassionato di libri,  filosofia e misteri. Con un comune passione anche per la politica.
Di quei giorni - a parte le puntate a Parigi con un sua FIAT 127, la cui prima meta al quartiere latino di fronte Notre Dame è stata la libreria Shakespeare & C. -  ricordo una discussione nella camera di quell'hotel di Rambouillet . Erano gli anni successivi alla marcia dei 40 mila a Torino, di Spadolini e Craxi al governo. Il tema era il lavoro e il tempo libero.
Non ne eravamo probabilmente consapevoli, ma stavamo discutendo  delle prospettive del lavoro e dell'ontologia del tempo nel passaggio dal società industriale a quella dell'informazione.
Il fatto che avessi più ragione io è irrilevante. Ripensarci mentre  leggo "La conquista del tempo. Società e democrazia dell'era della rete", mi fa sorridere. Ma quella discussione aveva un senso, che ritrovo oggi: merita del tempo, riflettere sul tempo (compreso quello passato con un amico).

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permalink | inviato da hommerevolte il 23/10/2011 alle 0:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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