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SOCIETA'
La percezione sociale delle vittime del terrorismo
15 marzo 2018
SOCIETA'
La percezione sociale delle vittime del terrorismo
19 febbraio 2018
Saggio sull forme di doppia vittimizzazione e biasimo delle vittime nella percezione sociale degli atti terroristici: pubblicato sulla Rassegna Italiana di Criminologian 4/2017 disponibile qui


politica estera
Raccomandazione e buone pratiche nel contrasto all'estremismo violento
26 settembre 2016
Ottimo lavoro transcontinentale USA-EU sugli approcci corretti nell'attività di contrasto all'estremismo violento nell'ottica della società civile e della costruzione di comunità resilienti.

Civic Approaches to Confronting Violent Extremism - Digital Release by Luca Guglielminetti on Scribd

politica estera
Prevenzione della radicalizzazione violenta
26 marzo 2016
Termine abusato da giornali, politici e commentatori, in questo intervento di 5 minuti si chiarisce a quali politiche e programmi ci si riferisce in Europa e nel mondo quando si parla di processo di radicalizzazione violenta che può trasformare un giovane in un terrorista e i campi di intervento delle sua prevenzione.

Prevenzione della radicalizzazione violenta. Di cosa stiamo parlando? from Luca Guglielminetti on Vimeo.

politica estera
Contro gli integralismi. I ruoli di Italia ed Europa
13 dicembre 2015

Contro gli integralismi by Luca Guglielminetti


Rielaborazione del post "Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest": permalink
Da "La Voce del Popolo" del 13 dicembre 2015, p. 20

politica estera
L'Italia (che non è la Danimarca) parte con la prevenzione soft del terrorismo
27 novembre 2015
articolo espresso
Breve intervista a Giovanni Sabato su L'Espresso di questa settimana dedicato a "Cosa farà l'Italia" dopo i fatti di Parigi: i primi passi verso il contrasto alla radicalizzazione e le politiche di CVE sul modello Europeo
politica estera
Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest
15 novembre 2015


The soft (power) is the hardest in counter violent radicalisation, cioè intervenire nelle fasi (e nei luoghi) del processo di radicalizzazione violenta jihadista precedenti a quelle finali in cui la violenza diventa pratica concreta, come accaduto a Parigi nella strage del 13 Novembre, è quanto tentano di fare molti paesi europei, e la Commissione Europea consiglia, usando strumenti che preventivamente intervengano sulle persone e nelle comunità, fornendo ad esempio consapevolezza e informazioni alle famiglie e agli opinion leader locali e religiosi, programmi di deradicalizzazione nelle prigioni, o di rafforzamento del pensiero critico nelle scuole.
Assistiamo invece alla retorica che prova a rassicurare l'opinione pubblica con lo stato d'emergenza, la chiusura delle frontiere e il presidio militare quando proprio il carattere indiscriminato degli obbiettivi colpiti negli attentati terroristici di Parigi dimostrano che non ci sono più obbiettivi sensibili. Il rischio oggi è che la reazione irrazionale e liberticida abbia conseguenze politiche che potrebbero minare la stessa unità europea, invece di rafforzarla come servirebbe più che mai, soprattutto in politica estera.

L'analisi migliore che si può leggere in questi giorni è quella, su Limes o sull'Huffington Post, scritta da Mario Giro, della Comunità di Sant'Egidio e Sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri: "Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo (…) In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.
L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco."
Di fronte al fenomeno della radicalizzazione violenta dell'islam: "Ci impressionano i temi nichilisti di questi giovani terroristi, la mancanza assoluta del valore della vita - propria e degli altri. Così come ci scandalizza la crudeltà e l'orrore nel dare la morte." Allora in Europa: "Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. (…) occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh."

La politica di prevenzione sociale e culturale con i suoi strumenti "soft" che intervengono alle radici del fenomeno terrorstico è quanto è mancato in Francia e manca in paesi come il nostro. Entrambi i paesi, infatti, giunti in ritardo solo quest'anno, dopo i fatti di "Charlie Hebdo", ad attivare qualche politica in tal senso, hanno un vizio: sono gestite dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni nazionali precipuamente preposte alla lotta al terrorismo tenendo fuori istituzioni locali e società civile.

Gli esempi nord europei e gli approcci suggeriti dal Summit della Casa Bianca sul CVE o dal Global CounterTerrorism Forum (GCTF),  trovano difficoltà ad applicarsi, con rare eccezioni, nei paesi latini.  Il presupposto corretto di partenza delle politiche di contrasto della radicalizzazione è che "l'intelligence , la forza militare, e l'applicazione della legge da sole non risolverà - e quando abusato possono infatti esacerbare - il problema dell'estremismo violento" . I tre pilastri in questo caso sono:
- Costruzione di sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la promozione on-line di contro narrazioni promosse dalla società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.
( si veda Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo)

La società civile e le amministrazioni locali possono quindi giocare un ruolo attivo - al di là dei momenti di solidarietà, di mobilitazione  e di commemorazione - come era già capitato a Torino del corso degli ‘anni di piombo’ quando autorità locali (Regione, Città Quartieri), sindacati, partiti e scuole erano state partecipi dell’opera di isolamento del terrorismo eversivo con la sua propaganda e la pedagogia dei suoi cattivi maestri.

Oggi lo scenario è diverso e gli attori da coinvolgere sono sicuramente anche altri, a partire dalle comunità islamiche,  ma gli studi sociali e psicologici ci forniscono nuove analisi e strumenti (sui processi di radicalizzazione e di de-radicalizzazione) che ci permettono di individuare una più ampia platea di soggetti da includere nell’attività di consapevolezza, formazione e prevenzione: famiglie, insegnanti e tutti coloro che sono potenzialmente in contatto con soggetti o gruppi a rischio.

Una stretta collaborazione tra le Autorità nazionali coinvolte su questo terreno (cioè i ministeri di Interni, Difesa, Giustizia, Esteri ed Educazione) con l'Europa (si veda la rete RAN) e con la società civile e le amministrazioni locali è l'unica strada che nei tempi medio lunghi possono assicurare ai nostri paesi di mantenere la loro identità liberale, democratica e pluralista di fronte alla dottrina nichilista del "martirio" che abbiamo visto all'opera a Parigi.

POLITICA
Le vittime del terrorismo tra Stato e società civile. Il ruolo delle loro associazioni: i casi paralleli di Italia e Francia.
15 marzo 2015

Tutti possono osservare gli atti di solidarietà nell'immediatezza dell'attacco tanto dello Stato che del corpo sociale colpito dall'attacco terroristico, ma è poco osservato, se non negletto, quanto occorre nei tempi successivi, brevi e lunghi che siano.

Prendiamo spunto dai fatti recenti di Parigi, dove due mesi fa, nel corso di tre giorni, tre terroristi hanno seminato sangue nello sgomento generale a livello mondiale, uccidendo 17 persone e ferendone 11. Che cosa ricordiamo oggi? Le immagini dei telegiornali e dei media, "Charlie Hebdo" e le sue vignette; le manifestazioni di solidarietà dell'11 gennaio in tutta la Francia e in giro per il mondo con la diffusione virale dei cartelli "Je suis Charlie"; l'eco del dibattito sul diritto di satira e di offesa delle religioni. Qualcuno rammenterà ancora il nome dei fratelli Kouachi e di Coulibaly, o il nome delle vittime più famose, come il disegnare Wolinsky e il direttore Charbonnier.

Nel frattempo le vittime hanno iniziato un percorso poco conosciuto dal giorno dopo le imponenti manifestazioni in loro solidarietà.

Innanzi tutto occorre precisare che le vittime non sono solo i morti e feriti. Ci sono gli illesi, i testimoni diretti dei fatti nella redazione del giornale, gli ostaggi del supermarket Kosher e della tipografia nell'epilogo di quei tre giorni, le cui conseguenze per lo shock subito si articolano in molteplici patologie. Ho incontrato pochi giorni fa il proprietario della tipografia a Dammartin-en-Goele, figlio di immigrati italiani dal Molise, Michel Catalano che mi ha raccontato come da quel giorno abbia perso il sonno: la morte gli è passata assai vicina.

Lo stesso per i feriti e i familiari, cioè le vittime indirette, dei morti e dei feriti sui quali le conseguenze del fatti si ripercuotono in termini psicologici, sociali ed economici che possono arrivare a travalicare le generazioni. Pensiamo al caso italiano di Piazza Fontana: nella battaglia per la memoria e le verità è coinvolto ormai un nipote, Matteo Dendena, della vittima diretta, Giuseppe.

Premesso che l'obiettivo di un attacco terroristico è sempre la società civile, sia che questo si articoli nella modalità indifferenziata della strage, o in quale selettiva degli obiettivi da colpire, la questione che voglio evidenziare è la risposta dello Stato e della società verso le vittime nel corso del tempo.

Tutti possono osservare gli atti di solidarietà nell'immediatezza dell'attacco tanto dello Stato che del corpo sociale colpito dall'attacco terroristico, ma è poco osservato, se non negletto, quanto occorre nei tempi successivi, brevi e lunghi che siano.

Restiamo nella Francia di "Carlie" e osserviamo cosa capita a livello di Stato e di società, verso le vittime dirette o indirette che siano. Il governo francese ha varato diverse forme di sostegno e riparazione dei danni subiti dalle vittime, ma queste non avrebbero affetto alcuno se non ci fosse un "corpo intermedio" che le rende fruibili ai familiari delle vittime e ai sopravvissuti. Questo corpo intermedio è l'associazione francese AfVT.org. In questi due mesi tale associazione sta facendo esattamente quanto in Italia svolge l'associazione Aiviter da 10 anni, cioè da quando è stata varata una legge specifica per le vittime del terrorismo, la n. 206 del 2004. Le associazione delle vittime rendono cioè noti ed applicabili quei diritti che altrimenti, solo garantiti sulla carta, sarebbero pressoché nulli ai più quando privi dell'intermediazione che li rende conosciuti e praticabili nei suoi spesso complessi iter burocratici.

E la società civile? Restando in Francia, dopo due mesi dagli attentati, sicuramente c'è una attenzione, al di là di timori per nuovi attacchi, verso le vittime. La si può misurare anche quantitativamente nelle vendite dei numeri successivi di Carlie Hebdo. Ma, come capita sempre, si insinuano già una serie di fattori che minano la solidarietà verso le vittime. Tra paure, sospetti e teorie cospiratorie, il terrorismo si giova del carattere equivoco del suo agire, comunicare e legittimassi e delle frequenti strumentalizzazioni dirette o indirette, nazionali o internazionali, che gli girano attorno.

Considerazioni del tipo: "le vittime se la sono se la sono cercata", oppure: "il governo non ha prevenuto l'attacco quindi forse era interessato a subire un attacco per giustificare le sue politiche interne e internazionali", sono reazioni che provocano il crollo della solidarietà, della fiducia nelle istituzioni, della coesione sociale e, nelle vittime, una seconda vittimizzazione.

Accade così che le associazione - che svolgono il ruolo sussidiario di far applicare i diritti delle vittime, sopra citato, oltre quello di salvaguardarne la memoria - si trovano presto prive di aiuto e sostegno dalla società civile. Non una raccolta fondi a loro favore, non una associazione di simpatizzanti (cioè non costituita da vittime) che si ponga a loro supporto o servizio. Esistono miriadi di associazione per le cause più disparate, comprese verso le vittime di conflitti e genocidi, ma non una verso le vittime di quel particolare conflitto che è il terrorismo.

Questo comporta che le associazioni delle vittime del terrorismo debbano sostenersi con la loro proprie forze: quelle dei loro membri, familiari di vittime e di sopravvissuto, al massimo di qualche ente privato o istituzione pubblica locale o europea. Chiedere un sostegno diretto ai rispettivi governi è una scelta politicamente improponibile: in Italia abbiamo coinvolgimenti diretti di parti dello Stato nelle stragi fasciste e dei ruoli ambigui nell'affrontare il terrorismo rosso; in Francia, fino a pochi anni fa, i governi, sotto la cosiddetta dottrina Mitterrand, si giovavano indirettamente dei terrorismi interni spagnolo e italiano, ospitando e garantendo asilo ai terroristi di ETA e del brigatismo nostrano.

Uno degli effetti meno studiati del fenomeno terroristico è proprio questo: il suo carattere ambiguo che mina la coesione sociale, la solidarietà alle vittime, la fiducia nelle istituzioni. Le vittime in tutta Europa, negli ultimi 30 anni, si sono trovate a doversi auto-organizzare, spesso nell'indifferenza della società e nell'imbarazzo delle istituzioni statali.

Solo rari e recenti studi hanno evidenziato il ruolo positivo e propulsivo che le associazioni hanno svolto nel gioco democratico sotto il profilo qualitativo della trasparenza (contro la ragion di Stato e i suoi segreti), della giustizia (mancata o insufficiente) e della ricostruzione storica; e sotto quello "narrativo" che le testimonianze delle vittime giocano nella 'guerra di parole' contro il terrorismo e la radicalizzazione violenta. Il ruolo assistenziale e la dimensione autorganizzata (self help group) per far fruire a vittime e familiari i loro diritti è ancor meno conosciuto.

CULTURA
La compagna di banco del terrorista
21 febbraio 2014
La pistola sotto il banco
Presentazione a Torino del libro "La pistola sotto il banco" di Enrica Recalcati, recensito qui l'anno scorso.
POLITICA
Strage di Bologna: la memoria menomata (2)
3 agosto 2010
Versione pubblicata su La Stampa di oggi:
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