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C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
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POLITICA
I succedanei scadenti della riflessione culturale sulla violenza politica
25 marzo 2012


Qui in Italia sembra che scrivere un romanzo o girare un film equivalga a svolgere un ricerca sociale o storica. Romanzieri e registi si sentono tardi epigoni della tradizione dal verismo al realismo, e spingono le loro narrative nei campi della storia invece che della finzione, la fiction pura e semplice.
Al cinema con un amico abbiamo coniato un pregiudizio assai selettivo per scegliere i film da vedere: se nel trailer o nel cartellone c'è  la dicitura "Ispirato ad una storia vera", lo rifuggiamo come la peste, soprattutto se di origine italiana.
Invece le pagine culturali si riempiono di recensioni che prendo con estrema serietà queste pellicole o questi romanzi cha trattano di fatti veramente accaduti.
La scorsa settimana si parlava di romanzi  e delle loro vuote ambizioni a spiegare gli anni di piombo. Questa settimana abbiamo in uscita due film di cui parlano il Corsera e il suo supplemento culturale odierno: da una parte quello sulla strage di Piazza Fontana (Milano, 1969) e dall'altra quello sui fatti della scuola Diaz (Genova, 2001).
Sono iniziate e seguiranno polemiche abbastanza insensate provocate dall'equivoco di sopravvalutare il valore documentale di film che, infilati nelle categoria docufiction, in vero possono denunciare una sola cosa: la pochezza di riflessione politica e culturale sui fatti di cui parlano.

Il filo rosso di questi romanzi e film, a ben guardare, è il rapporto tra violenza e politica.
Un nervo scoperto delle culture di destra e sinistra del nostro paese.
La pochezza di cui sopra ha una origine in una altro fatto, di cui occorre prendere atto in questa fase terminale della cosiddetta 'Seconda Repubblica'. La fine della Prima ha distrutto le forze politico-culturali del riformismo laico, cattolico e socialista più attrezzate di antivirus contro la violenza. Mentre le forze sopravvissute a Tangentopoli, post-comunisti, post-fascisti e Lega, sono le forze politiche la cui identità e storia culturale prevede le varie declinazioni, dal linguaggio all'azione, della violenza.

Questo deficit di riflessione culturale, risulta ancora più evidente se si osserva quella che è stata l'unica polemica culturale recente, quella raltiva al libro su Gramsci e Turati di Alessandro Orsini. Polemica sulle due pedagogie, quella della intolleranza del primo e quella della tolleranza del secondo, che pare riguardi solo le due minoranze: quella superstite socialista e quella orgogliosamente comunista, nel  silenzio completo di tutta la intellighenzia di area PD.
Lo stesso articolo di aperto sostegno alle tesi di Orsini, scritto da Roberto Saviano, tenuto un po' nascosto nelle pagine interne de la Repubblica, è stato senza conseguenze sui maggiori quotidiani. Con un eccezione paradossale, di cui abbiamo riportato, quella de La Stampa.
 
Infine, questo deficit di riflessione sulla violenza politica non si può negare abbia origine anche più lontane: come il fatto che l'Italia sia rimasta praticamente impermeabile al pensiero di Albert Camus. Di colui cioè, che come ribadito in più occasioni, a me pare essere ancora oggi il massimo pensatore in materia di violenza e politica.

Il problema di una deficit di riflessione in materia, che potremmo definire ormai omissione volontaria dell'establishment, è funesto soprattutto per una parte politica: il centro sinistra.  Protrarre questa rimozione coatta lo rende semplicemente equivoco e quindi debole a tutto vantaggio del centro-destra.
POLITICA
Strage di Bologna: la memoria menomata (2)
3 agosto 2010
Versione pubblicata su La Stampa di oggi:
POLITICA
Strage di Bologna: la memoria menomata
2 agosto 2010


La memoria corta del nostro paese è cosa assai nota. Ricordo, allora, che l'anno scorso alla commemorazione pubblica della stage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il ministro Bondi ebbe quello che i media riferirono come un record di fischi. Il Presidente dell'associazione dei familiari delle vittime di quell'attentato, Paolo Bolognesi,  commentò: "«E' triste partecipare a una commemorazione che viene poi ricordata per le contestazioni e i fischi». Bolognesi, che ogni anno ripete inutilmente il suo invito a non fischiare i rappresentanti del governo, commenta amaro: «Questo e' un autogol, contro la manifestazione e contro i famigliari, di una piazza antidemocratica che gli ha impedito di parlare».

Perché allora Paolo Bolognesi teneva tanto alla presenza anche quest'anno di un rappresentante del governo? Perché l'anniversario del 2 agosto, così come quello del 9 maggio, Giornata in memoria delle vittime del terrorismo che si celebra al Quirinale, sono le due occasioni annuali nelle quali le due principali associazione di vittime del terrorismo e delle stragi hanno la possibilità di interloquire con i governanti sia per qual che concerne l'applicazione delle leggi sui diritti delle vittime, sia per quel che concerne il tema del segreto di stato, principale ostacolo all'accertamento della verità dei fatti.

Vorrei osservare un fatto. Un mese fa a Londra c'è stata la celebrazione del 5° anniversario dell'attentato 'suicida' che il 7 luglio 2005 costò la vita a 52 persone, tra le quali, è bene ricordarlo, la studentessa italiana Benedetta Ciccia. Ad Hyde Park, dove c'è il memoriale, non erano presenti né i rappresentanti della città di Londra, né del governo britannico, o dei partiti: solo le famiglie delle vittime, i sopravvissuti feriti e le delegazioni internazionali.
Quello che dovrebbe far riflettere maggiormente non sono le assenze istituzionali, ma quella della società civile. Se a Bologna le celebrazioni si articolano in una chiassosa dialettica tra un parte delle società politica che fischia e una elité istituzionale che celebra  con vuote promesse, la ragione profonda credo risieda nella mancanza di un corpo intermedio. Quella società civile che, al di là delle diverse idea a proposito del fenomeno terrorismo, fatica a vedere che le sue vittime sono
sempre e in ogni caso degli innocenti. Anzi, proprio lei, la società civile è il vero obiettivo di qualsiasi terrorista che, socializzando la violenza, la investe indiscriminatamente.
Se la società civile è la vera vittima del terrorismo, è lei che dovrebbe far corpo unico con le vittime colpite e sostenerle nei loro diritti  e nelle ricerca delle verità dei fatti. E' una verità che riguarda lei per prima, infatti. Da Piazza Fontana ad Ustica, da Aldo Moro alla Stazione di Bologna, la mancanza di verità rende la nostra memoria, non solo corta, ma soprattutto menomata, la nostra società si fa incivile perché disinformata di quanto ci è accaduto.

(Luca Guglielminetti)
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