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politica interna
Commissione di studio su fenomeno della radicalizzazione e dell estremismo jihadista (sintesi relazione)
6 gennaio 2017



Un documento importante, presentato ieri in conferenza stampa a Palazzo Chigi, e atteso da almeno due anni quando su L'Avvenire segnalavo il ritardo italiano in materia di prevenzione della radicalizzazione: Europa ed Italia di fronte al radicalismo violento

politica estera
Per il suicido etnico di Europa e Italia
29 febbraio 2016
Ma libertà e i suoi nemici
Talvolta i libri diventano più chiari e cocenti nel loro messaggio molti anni dopo. È i caso di “La libertà e i suoi nemici”, un intervista a Michael Walzer, un dei massimi esponenti liberal degli Stati Uniti, da parte di Maurizio Molinari, oggi direttore de La Stampa.

Il messaggio fondamentale di tale testo, edito da Laterza nel 2003, è che la sinistra non può lasciare alla destra il tema della sicurezza e della lotta al terrorismo. Ma quello che mi preme sottolineare oggi, di fronte alle ondate di profughi e migranti verso l’Europa, è un singolo passaggio. Questo:
Domanda: Nel suo libro “Sulla tolleranza” (“On Tollerance”, 1997) ha scritto che non tutto il mondo è tollerante come l’America, lo crede ancora?
Risposata: Sì, certo. La differenza cruciale è che nel XIX secolo in America, per il bene del paese intero, gli anglosassoni hanno accettato di trasformarsi in minoranza sul loro stesso territorio. Nessuno ha mai preso neppure in considerazione che italiani, olandesi o tedeschi potessero diventare minoranze nel loro paese. I norvegesi rappresentano il caso simbolo: fecero la secessione dalla Svezia per potere continuare nel futuro a riprodursi, per non mutare come etnia, nel timore di estinzione. Noi invece abbiamo accettato curdi, polinesiani, congolesi, tutti. L’integrazione dei mussulmani è un problema più europeo che americano, perché ad esempio gli italiani vogliono che l’Italia resti loro; da noi la realtà è diversa.
I dati demografici ed economici basterebbero all’Europa, e in particolare all’Italia, per dare il benvenuto ad ogni immigrato (rifugiato o meno), ma sappiamo bene che lo spettro di populismo e xenofobia si aggira nel nostro continente.

Eppure oggi mi pare lampante che i paesi Europei sono di fronte alla prospettiva di una lunga crisi, bellica e umanitaria, ai confini mediterranei e orientali, e quindi si trovano davanti alla stessa scelta dirimente dei nordamericani del XIX secolo: accettare o meno di diventare minoranza. Se l’Unione Europea imploderà, sarà forse a causa di politiche monetarie e crisi economiche di singoli stati, ma il senso più profondo credo sarà quello di non aver avuto tutti il coraggio di scegliere quello che solo all’apparenza è un “suicidio etnico”, ma che, come la storia degli USA nel XX secolo dimostra, in vero si tratta dell’unica determinazione da prendere, se si hanno serie ambizione e responsabilità politiche.
Questa scelta potrebbe essere almeno fatta propria da quei paesi che furono all’origine del percorso di integrazione europea, o almeno da quei paesi mediterranei che più hanno sedimentato la cultura del contagio. Nessuno dice che sia scelta facile e indolore. Sono evidenti i problemi di integrazione e gestione delle diversità: ma abbiamo anche un secolo di esperienze altrui che potrebbero aiutare le scelte delle politiche corrette, per non parlare dei casi dei secoli lontani (historia magista), imperi o califfati che fossero.

L’argomento cruciale non è fatto dell’astratto buonismo (su base etica, caritatevole e umanitaria) su cui investe gran parte nel suo discorso pubblico la sinistra italiana di fronte al tema immigrazione. Inoltre il caso francese dimostra come la sinistra stessa sia in grado di far propria qualunque politica di destra, come è successo a seguito degli spaventosi attentati terroristici del novembre scorso a Parigi. L’opzione di cui parla Michael Walzer è invece una scelta strategica di civiltà che prescinde da ogni contingente (e desueta) divisione politica, su cui dovrebbe rivolgere l’attenzione il dibatitto europeo.
SOCIETA'
#Torinoricorda 14 dicembre 2015
10 dicembre 2015

#Torinoricorda 14 dicembre 2015 by Luca Guglielminetti

In ricordo degli Agenti Lanza e Porceddu, vittime del terorrismo, lunedì 14 dicembre ore 18:30 presso la Libreria Torre di Abele di Via Pietro Micca 22 a Torino

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permalink | inviato da hommerevolte il 10/12/2015 alle 13:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
Memorie divise e giornalismo: i compleanni di Aiviter e Leonka
8 novembre 2015
Il quotidiano "La Stampa" non stupisce più, ma che proprio non ci sia nulla sui 30anni dell'Associazione Vittime del Terrorismo (Aiviter) su "la Repubblica" di oggi è significativo, nonostate la presenza ieri di una sua giornalista, perchè propina ben due pagine sui 40anni del centro sociale Leoncavallo. Entrambi (Aiviter e Leonka) fanno memoria "da non dimenticare": la prima di tutte le vittime di tutti i terrorismi (rosso, nero ed internazionale), il secondo invece è molto selettivo (da Pinelli a Giuliani, passando per Varalli, Zibecchi, Fausto e Jaio e pochi altri). Pensare che ieri ci siamo sorbiti (in video) le lacrime di coccodrillo del suo direttore, Ezio Mauro, per non essere mai tornato a far visita alle famiglie delle vittime, abbandonate dopo averne ritratto solo il momento del dolore pochi minuti dopo gli attentati...

Qui la broschure Aiviter diffusa ieri per presentare la sua attività trentennale.


Il trentennale di Aiviter a Torino il 7 novembre 2015 in ComuneCarta stampata: memoria ignorata e incoerenza L'...

Posted by Associazione Italiana Vittime del terrorismo on Martedì 10 novembre 2015
politica estera
La società civile di fronte al caso Lo Porto
27 aprile 2015

Quasi tutti gli aspetti sono stati trattati di fronte alla morte del volontario Giovanni Lo Porto, rapito tra Pakistan e Afghanistan il 19 gennaio del 2012 e morto a gennaio in un raid condotto da un drone USA.

Beppe Servegnini sul Corriere della Sera ha scritto che “Giovanni Lo Porto è morto quattro volte. Quando è stato rapito, quando è stato dimenticato, quando è stato colpito, quando la notizia della sua uccisione è stata nascosta.” Ovvero: “dalla ferocia disumana dei rapitori, dalla nostra distrazione, da una bomba dal cielo, dal segreto militare”.

L’aspetto che vorrei sottolineare è quello della dimenticanza, o della nostra disattenzione, perché è questo il fattore che ha fatto di Lo Porto “un sequestrato di serie B”, come ha detto il padre Vito.

Il rango della vittima ha nelle solidarietà che gli viene espressa la miglior misura.

Chi, come il sottoscritto vive a Torino, ha potuto negli ultimi mesi constatare la diversità, anche quantitativa, di solidarietà verso le vittime parigine di Chalie Hebdo e quelle dell’attentato al Bardo di Tunisi. La mobilitazione a livello di comunicazione e di partecipazione in piazza alla prima è stata assai più estesa per il primo attentato che non per il secondo, nonostante questo contasse vittime italiane e torinesi.

Così nei rapimenti. Negli anni pregressi abbiamo visto le mobilitazioni in favore delle vittime illustri, dalla Giuliana Sgrena a Domenico Quirico. E parimenti l’assenza di mobilitazioni per volontari come Giovanni Lo Porto, o lavoratori, come gli ingeneri rapiti e uccisi in Nigeria da Boko Haram nel 2012 e 2013: Franco Lamolinara e Silavano Travisan.

E’ naturale che accada tutto ciò?
Si potrebbe dire che è normale che una vittima legata al mondo della comunicazione, grazie all’appoggio del suo entourage, sia fornita di maggiore appoggio, solidarietà e mobilitazione.

Ma forse occorrerebbe partire da un altro punto di vista e domandarsi: come mai la società civile non si è dotata di strumenti atti a garantire un livello equanime di appoggio, solidarietà e mobilitazione a tutti i rapiti dal terrorismo internazionale?

Naturalmente in altri paesi europei esistono associazione che svolgono un ruolo di appoggio ai rapiti e ai loro familiari. Organizzazioni che oltre a svolgere un ruolo di sostegno legale e psicologico alle famiglia, fronteggino anche il problema di tenere alta la mobilitazione in favore di quei rapiti, che per ruolo e professione non godono di “buona stampa”.

Certamente si tratta di un ruolo anche delicato, specie di fronte agli ordini di silenzio stampa che arrivano puntuali dall’unità di crisi della Farnesina che gestisce le trattative. Ordini che però sono stati spesso elusi da testate che si trovavano propri collaboratori coinvolti in rapimenti. Ordini che talvolta vanno elusi per garantire una attenzione e un impegno maggiore da parte della stessa Unità di crisi.

Allora, giustamente ci si scandalizza dell’Aula parlamentare semideserta venerdì pomeriggio scorso di fronte alla relazione del Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che relazionava sul caso Lo Porto, ma anche la società civile, capace in altre occasione di mobilitazioni per le cause anche le più lontane ed inusitate, dimostra una propria debolezza e una incapacità di esprimere empatia verso chi subisce certe forme di violenza politica.

CULTURA
Corso di satira Siamo tutti Charlie
19 gennaio 2015
POLITICA
Trent'anni fa l'omicidio di Walter Tobagi
28 maggio 2010
Segnalo l'articolo su Critica sociale di Ugo Finetti: Link
Le zone d'ombra sul caso Tobagi
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