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C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
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politica interna
Troppi livelli d'interesse negli incontri tra vittime ed ex degli anni di piombo
25 ottobre 2015
Questa storia, che inizia da lontano e che produrrà forse non poche polemiche, è certamente viziata dal sovrapporsi di interessi diversi nel corso del tempo da parte dei diversi attori coinvolti in questi incontri tra vittime ed ex terroristi degli "anni di piombo". Non a caso, solo per citare un dato, chi li ha iniziati non è mai citato nei vari articoli e recensioni di questi giorni di lancio de «Il libro dell’incontro».  L'insegnamento "più vero" rischia di essere proprio là, dove tutto ebbe inizio, e che oggi rischia di essere trasceso per interessi altri, meno nobili, diciamo. Insomma, le assenze e gli anonimi di questo racconto di incontri sono probabilmente la migliore chiave di lettura interpretativa celata dal gesuitismo dei mediatori e dalla faziosità di alcuni attori.
politica interna
Il rapporto della sinistra con la violenza dagli anni di piombo a oggi
2 novembre 2014
Non si può recensire il libro di Luigi Manconi del 2008, Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale 1970-2008, senza sottrarsi alla lettura di un altro saggio breve che viene ripreso nel secondo capitolo del libro a proprosito del mito della "perdita dell'innocenza" a seguito della Strage di Piazza Fontana. Si tratta del testo di Anna Bravo, Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci, pubblicato pochi anni prima, nel 2004, sulla rivista di studi storici Genesis, qui reperibile.
Siamo di fronte a due testi frutto dell'elaborazione di due studiosi che hanno in comune la passata militanza in Lotta Continua, che sono quindi coinvolti soggettivamente in ciò su cui riflettono, ma che si connotano entrambi come primi seri tentativi di critica, certo anche auto-analisi e auto-critica, che rappresentano un salto netto qualitativo rispetto alla precedente cospicua mole di letteratura di e su quell'area politica: tanto quella prodotta da altri ex militanti (da Sofri a De Luca) sia dei tentativi di analisi esterni come quella di Aldo Cazzullo.


PARTE PRIMA

Entrambi gli Autori fanno i conti per la prima volta "con il rapporto irrisolto con la violenza. Non la violenza che lo stato e i gruppi neofascisti hanno rovesciato sui movimenti, non la violenza esercitata contro il corpo delle donne, ma quella di cui in vario grado portiamo una responsabilità per averla agita, tollerata, misconosciuta, giustificata – una questione che è rimasta fuori o ai margini estremi della ricerca storica e della riflessione politica." Anna Bravo si chiede perché negli anni Settanta sia mancato un pensiero originale sulla questione- violenza, perché il '68 non abbia avuto uno sbocco non violento: "sarebbe bastato guardarsi intorno per incontrare teorie e pratiche altre da quelle del marxismo ortodosso o critico, per scoprire le opere di Gandhi, Thoreau, del nostro Capitini, la disobbedienza dei radicali, e La banalità del male di Hannah Arendt, dove si racconta come in Danimarca migliaia di persone, in genere senza alcuna esperienza di clandestinità, si fossero mobilitate, nel 1943, per traghettare in Svezia i loro concittadini ebrei, facendo meglio e di più di qualsiasi organizzazione armata." Invece quello che è capito è ben descritto in questo passo: "Sarebbe futile dirottare ogni responsabilità sulla tradizione rivoluzionaria, marxista, comunista, della violenza, su quegli intellettuali maturi e autorevoli che condividevano le aspettative palingenetiche, su quell’unico partigiano che dichiarava in interventi pubblici di aver consegnato dopo la liberazione soltanto i “ferrivecchi”. Ci siamo scelti determinati maestri e compagni di strada (e per alcuni di loro i movimenti sono stati a loro volta maestri) perché ci riconoscevamo profondamente nell’ideologia della violenza riformatrice, fatta uomo nella figura del partigiano, del combattente di Spagna, del comunardo, del ribelle risorgimentale, del cittadino in armi della rivoluzione francese - un condensato di combattentismo maschile vissuto come cifra naturale della lotta.".

La tesi giustificazionista della scelta violenta della "fine dell’innocenza" dopo la strage di Piazza Fontana, con la morte di Pinelli e l'accusa agli anarchici, scrive Anna Bravo che "è una verità parziale". La teoria dell'innocenza di chi reagisce violentemente all'ingiustizia della stage "di Stato", quella del “tutti colpevoli” per l'omicidio Calabresi, che può facilmente rovesciarsi in “nessun colpevole”, sono "costruzione in cui l’idealizzazione nostalgica e il desiderio di preservare un’autoimmagine positiva sono tenuti insieme da qualche vuoto di memoria."
Posizione analoga a quella di Luigi Manconi che della Stage di Piazza Fontana parla in termini di fattore di "accelerazione", di "precipitazione" verso l'uso della violenza: un "mito delle origini" quello dell'innocenza che nasconde in vero un'ovvietà: che negli anni Settanta sia mancato "Un pensiero originale sulla questione-violenza", scrive Manconi citando la Bravo.

Il discorso è sviluppato da Manconi nei capitoli successivi, come quello sul ruolo del mito resistenziale e successivo, nei quali al fine di marcare l'ipotesi del suo lavoro di una continuità tra primo e secondo terrorismo (cioè tra le varie fasi di evoluzione della Br tra il 1970 al 2007), giunge a denunciare precisamente il "punto dolente": l'interdizione all'uso delle violenza offensiva e rivoluzionaria non è solo mancato negli anni Settanta, ma "nemmeno successivamente è stato elaborato: lo si è dato per implicito e scontato (all'interno del PCI, ad esempio); è stato affrontato negli anni più recenti da Rifondazione comunista; e, per quanto riguarda i "nuovi movimenti", soltanto in alcuni (penso a Lilliput) la problematica risulta centrale e qualificante. In altre parole, si può dire che non esista nelle culture cui fanno riferimenti i movimenti sociali, che qui considero, un'adeguata interdizione culturale e morale nei confronti del ricorso all'illegalità e allo stesso esercizio della violenza. Non esiste, direi, una interdizione assoluta, un veto inappellabile, un vero e proprio tabù."
La legittimazione morale del ricorso alla "violenza giusta" è invece stata alimentata da "alcune importanti tradizioni politiche e culturali (da quella di ascendenza marxista a quella di ascendenza cattolica). Anna Bravo vi aggiunge una ascendenza antropologica "maschilista", cui il mondo femminista negli anni Settanta aveva cercato di porre qualche distinguo più che argine.

Certamente ci sono ancora dei limiti in queste due, come nelle altre analisi degli ex militanti, che lo stesso Manconi denuncia: costituiscono "un sistema complesso di "spiegazioni e "giustificazioni": e combinano variamente continuità e discontinuità, memoria di ieri e percezione di oggi". Ai quale si aggiungono i vuoti di memoria, di cui parla la Bravo.

Credo che, al di là del loro oggettivo valore, in queste due (auto) analisi manchi anche solo un accenno ad una ipotesi direi assolutamente legittima: se non fosse scoppiato il caso Sofri-Calabresi, con l'auto denuncia di Leonardo Marino nel 1987, avremmo avuto lo sviluppo di queste riflessione in seno a LC?
Inoltre, l'alto livello di coesione di gruppo di Lotta Continua, anche dopo la lettura di questi due testi, non toglie l'impressione di un'aura di omertà persistente che aleggia ancora intorno ai fatti di cui LC fu responsabile e che fatica ancora a distinguerne e denunciarne responsabilità individuali. Per dirla con Primo Levi, manca loro un certa autoconsapevolezza di essere esponenti di una "zona grigia" di sopravvissuti come “peggiori”.
E poi sempre assai sorprendente quando si parla di mancata cultura della non violenza, che due intellettuali, ancora riescano ad omettere la figura di Albert Camus da quel panorama di alternativa possibile in cui Anna Brava trova il posto per Rudi Dutschke, Jan Palach, Gandhi, Thoreau, Capitini, Hanna Arendt e Simone Weil. (Camus, dunque, questo sconosciuto al sessantotto, cui anche Goffredo Fofi e Paolo Flores D'arcais non sono riusciti evidentemente a trarre alcun beneficio in termini di riflessione sull'uso delle violenza politica. L'uomo in rivolta, gli articoli sulla stampa relativi alla terrorismo algerino, paiono ancora intellegibili agli ex giovani dei movimenti)

PARTE SECONDA

Il contributo dei due testi riserva però anche altri spunti positivi ed interessanti: quelli relativi alle vittime del terrorismo e delle violenza politica.

"Anche se non si può separare il terrorismo dal clima di quegli anni, mi pare che alla parola dei suoi esponenti, donne e uomini, vada dato uno spazio a sé; sapere di aver ucciso è una condizione fronteggiabile solo con un salto di coscienza che parta dal dolore per l’irreparabile che si è commesso. Ne ho trovate poche tracce nei loro scritti e interviste, dove la coscienza della responsabilità è soffocata dall’enfasi sulla dimensione soggettiva e sulla nuova persona che ormai si è, dall’insistenza sul contesto di allora e sugli errori di analisi politica, più che sui crimini che ne sono derivati. Le vittime stanno fuori o sullo sfondo…", scrive Anna Bravo.
Luigi Manconi va molto oltre.
Già in premessa scrive: "trattare del terrorismo senza considerare il punto di vista delle vittime è operazione non solo parziale ma, probabilmente, fallace." Il suo libro vuole infatti trattare il fenomeno terrorismo che "va analizzato non solo dalla parte dei suoi attori precedente, attuali e potenziali, ma - contemporaneamente - dalla parte del sistema politico e delle vita sociale e dalla parte delle vittime."
Nel definire la stagione del terrorismo rosso, "una ferita che - lungi dal rimarginarsi - ha rischiato piuttosto di incancrenirsi (..) per la scia lunga e dolente di sofferenze", l'Autore precisa che "Appartengono a quella scia, innanzitutto, la schiera delle vittime e dei familiari delle vittime; e vi appartengono anche, su un altro piano, le vite spezzate degli "ex combattenti"." Sottolineo la precisazione, "su un altro livello", visto che frange di ex terroristi tendono a considere vittime solo loro stessi ancora oggi.
L'Autore precisa che utilizza il termine "combattenti", non perché in Italia ci sia stata una guerra o una rivoluzione, ma quella che definisce "una guerra civile simulata", per Manconi sinonimo di una lacerazione profonda del "patto sociale", che in quanto fatto non esclusivamente criminale, avrebbe richiesto da parte delle istituzioni dello Stato, pur senza fornire ai brigasti alcun riconoscimento politico sul piano giuridico, almeno una capacità di risposta che non si limitasse alla repressione giudiziaria. Una risposta dello Stato che fornisse loro un valore politico e sociale per agevolare una relazione con i terroristi in grado di essere più flessibile in occasione come quella del rapimento Moro, e soprattutto di affrontare l'uscita dagli anni di piombo con "una grande opera di "riconciliazione" che, nel nostro paese, invece non fu né realizzata né tentata.(…) A metà degli anni Ottanta (…) lo scampato pericolo e il conseguente sollievo determinano rimozione. Si crea un autentico buco nero, nel quale precipita un'intera fase storica, con i sui lutti e con le sue domande senza risposta." Il retaggio di quella fase è descritto dall'Autore, come "pesante, "resistente", in cui il dolore dei familiari delle vittime resta inchiodato dallo scarto tra l'aver subito un lutto "per ideologia" e la misura della pena inflitta al responsabile. Le vittime e i loro familiari sono quindi "immobilizzati in quel dolore, al quale non è stato dato alcun rilievo pubblico - alcuna funzione di testimonianza civile e di monito morale - se non nel momento delle esequie." Lasciandole nella "solitudine privata e la smemoratezza pubblica".
Il caso del libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, è considerato dall'Autore un caso raro di riconciliazione, "che opera positivamente per tutelare la memoria dei propri cari", al contrario dello Stato che non ha voluto "voltare pagina", ha preferito "il ritorno ad una normalità di superficie"."E' successo così che, periodicamente, una ferita non ancora rimarginata abbia ripreso a sanguinare" e ogni volta "le passioni sembrano avere la meglio sui tentativi di ricostruzione storica, si analisi sociologica, di mediazione e di ricomposizione politica". Una vera e propria reticenza "verso una discussione aperta", è la cifra che ha contraddistinto l'atteggiamento verso la questione del terrorismo: "tema critico e nervo scoperto di alcune tradizioni politiche e culturali, o di loro importanti componenti".
Conclude Manconi: "Insomma, la mancata riflessione ed elaborazione a proposito della "violenza rivoluzionaria" e della "violenza reazionaria" si sono alimentate, e continuano ad alimentarsi reciprocamente" privando il paese di una vera "pacificazione, che da una parte restituisca i "prigionieri"e dall'altra, "ancor prima", riconosca alle vittime il ruolo politico, morale, istituzionale e simbolico loro dovuto. Quello delle vittime, Manconi è assai chiaro, è stata una questione di "mancato spazio pubblico", cui solo nel 2004 è apparsa una prima controtendenza costituita dall'approvazione della legge n.206, precisa l'Autore. Le vittime "Nella memoria di quella "tragedia nazionale" sono - avrebbero dovuto essere, potrebbero ancora essere - anche altro (che semplice "parte lesa"): ovvero i soggetti che, in quanto più crudelmente feriti, più sarebbero in grado di contribuire a sanare quella stessa ferita".
L'Autore è consapevole che il tempo per "fare come il Sudafrica" sono scaduti, e pur con tutti i distinguo del caso italiano, giunge a proporre un "progetto verità", per perseguire una "riconciliazione" che giustamente precisa "non chiede di necessità - come esito inevitabile né, tanto meno, come condizione preliminare - la concessione del "perdono"."
Un progetto di commissione parlamentare di studio e di alto livello che raccolga le storie dei vari attori di quelle vicende, in seno al quale dare alle vittime un ruolo pubblico "altissimo e determinante".
In questo modo: "Le vittime e i familiari delle vittime, dunque, come protagonisti di quell'opera di ricostruzione storico-politica, di cui rappresenterebbero l'elemento cruciale e ineludibile, il "fattore umano" non cancellabile. Da ciò potrebbe discendere una intensa funzione pedagogica, un forte ruolo testimoniale, un denso significato di ammonimento: e la continuità non dimettibile di un messaggio della memoria".
Questa proposta per Manconi è fondamentale anche in prospettiva futura: il suo libro infatti traccia la continuità tra vecchie, nuove e nuovissime Brigate Rosse, giungendo a considerare anche possibili alleanze con il terrorismo jihadista.
Fare chiarezza sull'uso della violenza e chiudere i conti con l'uso che ne è stato fatto negli anni di piombo è quindi un prerequisito per la sua conclusione: non sarà possibile bandire completamente il terrorismo, ma "ridurlo a un ferrovecchio - che può fare assai male, come tutte le lame arrugginite - è possibile".

E' interessante aggiungere a proposito del ruolo testimoniale e pacificatore delle vittime, la nota di Anna Bravo sulla loro qualità narrativa. In una intervista dello stesso anno alla rivista Lo Staniero, sottolinea:
"Quello che mi indigna è il fascino che i reduci del terrorismo sembrano esercitare sui media. Su di loro si scrivono libri, si fanno film, si pubblicano loro interviste. E sono per lo più povere cose, parole di aspiranti caporali. Sulle vittime invece, quasi silenzio. Eppure sono molto più “interessanti” Guido Rossa, Bachelet, Casalegno che non i loro assassini – dico interessanti proprio nel senso di narrativamente ricchi, non nel senso di umanamente nobili. Credo che in nessun altro periodo si sia dato tanto spazio ai “cattivi” e così poco alle loro vittime."

Quasi un decennio separa l'oggi da questi due testi. Nel frattempo molte vittime, in particolare figli e figlie delle vittime, hanno scritto e testimoniato; la memoria pubblica delle vittime ha guadagnato spazi pubblici nelle targhe in ricordo dei caduti in molte città, e le associazioni delle vittime hanno da tempo iniziato la loro opera pedagogica nella scuola. Manconi stesso ricorda l'istituzione del Giorno delle Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, nel 2008, che ogni anno il 9 maggio viene celebrato ad alto livello istituzionale. Tutto ancora con molti limiti, difficoltà e frizioni, retaggio di quanto descritto bene da Manconi. Da allora, però, il dato più importante che è emerso, come ho già avuto modo di sottolineare altrove, è quello che l'analisi dei terrorismi italiani sia diventato oggetto di ricerca delle nuove generazioni, prive di conoscenza diretta e soggettiva dei fatti. Questo distacco è la garanzia migliore per la memoria delle vittime e la qualità storiografica o sociologica degli studi in materia.
politica interna
Le amnesie sugli anni piombo e il ruolo delle vittime
5 dicembre 2013

Ending Terrorism in ItalyEnding Terrorism in Italy, di Anna Cento Bull e Philip Cooke (Routledge, 2013) è un saggio che analizza come sia stata condotta e gestita la lotta al terrorismo sul piano legislativo e politico e le relative conseguenze che hanno reso problematica la chiusura della sua stagione, in particolare sotto il profilo dei due attori principali: i terroristi e le loro vittime, la cui eredità ed interpretazione storica è ancora oggi oggetto di aspri contrasti e dure controversie.

La motivazione alla base dello studio è un punto fondamentale da sottolineare e dal quale partire, perché pone questo saggio in una funzione che non è meramente accademica, ma anche civile, in quanto il risultato della ricerca può essere messo a frutto nelle politiche di gestione dei conflitti, tanto sul versante dei processi di deradicalizzazione e disimpegno dal terrorismo che su quello del ruolo delle vittime verso i valori e le forme della democrazia. Gli autori precisano infatti che se sono numerosi gli studi sui processi di radicalizzazione, i processi inversi sono stati assai meno analizzati e il ruolo delle vittime e delle loro associazioni addirittura completamente negletto, non solo in Italia.

Il risultato sono una serie di capitoli iniziali che, dopo aver presentato le varie interpretazioni del terrorismo italiano, nelle sue molteplici articolazioni, analizzano il ruolo svolto dalla legislazione premiale degli anni ’80 (le leggi su pentiti e dissociati), quello svolto dal sistema carcerario e le riforme attuate (legge Gozzini), e quello, poco noto della Chiesa cattolica, nel recupero e reintegro dei terroristi nella società civile.

Il saggio in questo percorso evidenzia come le vittime siano state tagliate fuori da ogni decisione dello Stato italiano in merito ai processi legislativi riguardanti i terroristi e abbiano subito una seconda vittimizzazione da questa marginalizzazione e privazione di ruoli e di diritti sui vari piani politico, sociale, psicologico e assistenziale. Ed evidenzia, altresì, come solo in anni recenti, queste ultime abbiano acquistato peso grazie all’attivismo civile dal basso delle loro associazioni e alla narrativa dei figli. Così per la prima volta, dopo che nella letteratura accademica erano state studiate solo le memorie degli ex terroristi, gli due autori presentano due capitoli dedicati alle memorie di entrambe le parti. Oltre ai libri di ex terroristi e vittime, si aggiungono i resoconti delle interviste da loro svolte in Italia, comprese quelle alle associazioni delle vittime.

Le conclusioni in merito sono chiare. A fronte delle “strategia dell’amnesia” portata avanti dallo Stato Italiano da oltre 40 anni, con la sola recente eccezione del Presidente Napolitano, le due forme narrative si presentano come contro-memorie: ma mentre quella degli ex terroristi è a beneficio di sottogruppi nazionali ideologici, fatti di estremisti di destra e sinistra, e finiscono con l’assecondare la strategia dominate di elidere il ruolo avuto nel terrorismo dallo Stato; quella delle vittime è mirata, con le sue richieste di verità, giustizia, trasparenza, “a riformare lo Stato e le sue istituzioni a beneficio di tutti i cittadini”.

Nella tragicamente famosa dimensione italica di una memoria divisa, è l’attivismo e la narrativa delle vittime che spinge a rompere il “patto del silenziotra Stato e terroristi, cioè a porsi nella solo direzione possibile per chiudere gli “anni di piombo” nel nostro paese. Quella auspicata, oltre che dai due autori, da Giovanni Pellegrino, Guido Salvini, Giulio Vasaturo e Giovanni Moro, di avviare un processo di truth-telling, di racconto della verità, di truth-aknoledgement, di vera conoscenza, di democracy-bilding, di costruzione democratica, che promuova un processo di riconciliazione, non tanto tra vittime e carnefici, quanto tra lo Stato e i suoi cittadini.

Il senso del libro è quello di evidenziare la capacità che lo Stato italiano ha avuto di mettere fine al terrorismo attraverso strumenti che hanno funzionato, seppur eticamente discutibili, come le leggi su pentiti e dissociati, e di avere, con l’ausilio della Chiesa, permesso ai terroristi di reintrodursi pacificamente nella società, ma il tutto al prezzo di aver messo una spessa coltre atta a far dimenticare sia quanto è successo alle vittime, sia il suo ruolo ambiguo, quando non correo, che mina alla base la fiducia dei cittadini. Per ricostruire un rapporto di fiducia, e non potendo a distanza di così tanto tempo pensare di aggiungere giustizia, è almeno sul piano delle verità, come rivendicato dalla vittime e le loro associazioni, che si deve ripartire. Nel testo è riportato lo scetticismo da me espresso nell’intervista rilasciata, congiuntamente con il presidente dell’Aiviter, Dante Notaristefano, sulla volontà del ceto politico di avviarsi su questa strada: ma è indubbiamente la sola che possa svolgere un processo di giustizia riparativa verso le vittime, di costruzione di fiducia verso le istituzioni democratiche e di prevenzione verso il ripetersi di stagioni di violenza politica.

Da segnalare l’ultimo capitolo del libro, che trae le conclusioni con una analisi comparata dell’Italia con le esperienze dei “Troubles” nell’Irlanda del Nord e quella della Guerra civile in Spagna, frutto di un seminario che si è svolto all’Università di Bath nel giugno 2012, al quale ho avuto piacere di partecipare con Manlio Milani, della Casa delle Memoria di Brescia, e Micheal Gallager, dell’associazione Omagh Support & Self Help Group. Questa comparazione è altresì preziosa per una serie di similitudini, pur nelle diversità dei contesti - prima tra tutte quella di ovviare alla scelta degli Stati di dare priorità alla pacificazione a scapito delle vittime, in un'ottica di rimozione degli eventi traumatici occorsi - che devono essere ben considerate e valorizzate nelle scelte politiche di riconciliazione in qualunque paese alle prese con la violenza politica.


I partecipanti al seminario che si è svolto all’Università di Bath nel giugno 2012

Concludo con due notazioni polemiche.

La prima è il confronto con il testo precedentemente recensito Figli delle vittime. Gli anni settanta, le storie di famiglia (qui recensito), il quale al confronto con quello di Anna Cento Bull e Philip Cooke appare ancor più ambiguo e debole, presentando le narrazioni delle vittime e le attività delle loro associazioni in una chiave interpretativa degli anni settanta che arriva a sposare, almeno in taluni casi, le tesi di Giovanni De Luna o, pur non citandolo, dell’ex leader di Prima Linea, Sergio Segio.

La seconda è in merito al ruolo della potente associazione di don Luigi Ciotti, Libera. Gli autori di Ending Terrorism in Italy, nei ringraziamenti, segnalano stupiti che l’associazione torinese non ha accolto la loro richiesta di intervistarli, presumibilmente in merito al suo ruolo di struttura che ha accolto molti ex terroristi nel suo seno a lavorare. L’associazione ha recentemente organizzato due presentazioni delle tesi di Magistratura Democratica, quelle dell’agenda 2014 che contengono il controverso contributo di Erri De Luca, “Notizie su Euridice” (qui recensito), all’origine delle dimissioni del procuratore Giancarlo Caselli, dall’organizzazione dei magistrati di cui era prestigioso esponente. L’ambiguità anche in questo caso domina. L’organizzazione Libera che ha reintegrato alla società molti terroristi oggi sposa una interpretazione che giustifica la scelta terroristica, in nome di una presunta lotta per la giustizia. Il suo leader, don Ciotti, rilascia interviste a tutti e su tutto, ma preferisce non parlare con dei ricercatori che studiano il ruolo delle Chiesa e delle sua associazioni nel recupero dei terroristi. Il lavoro di indagine su tale ruolo della Chiesa che, come sottolineano i due autori, è stato fino ad oggi poco sondato, sono sempre più convinto vada esteso a quello giocato anche da una parte delle magistratura, che è stato fino ad oggi completamente eluso.

politica interna
I terroristi italiani? Colti e di status elevato
2 ottobre 2012

Pubblicati i sorprendenti risultati di una ricerca condotta al MIT da Alessandro Orsini autore per Rubbettino di Anatomia delle Brigate rosse


 Alessandro Orsini ha pubblicato, per la prima volta, i dati sul numero dei terroristi italiani, di cui ha analizzato sesso, età, livello di istruzione e occupazione al momento dell’arresto. A ospitare i risultati delle sue ricerche, condotte al Massachusetts Institute of Technology, è la più autorevole rivista scientifica internazionale specializzata in studi sul terrorismo: “Studies in Conflict and Terrorism”.
Abbiamo intervistato il professor Orsini telefonicamente mentre si trova al MIT.
 
 Professor Orsini, grazie alle sue ricerche, siamo finalmente in grado di sapere quanti erano i terroristi italiani. Per anni si era fantasticato su queste cifre. Alcuni parlavano di un esercito; altri di quattro gatti. Quanti erano i terroristi italiani?
 
I dati ufficiali  del Ministero di Grazia e Giustizia ci consentono di fare un po’ di chiarezza. Le persone che sono state condannate in Italia per terrorismo sono 528; mentre le persone che sono state arrestate per terrorismo sono 2730. I dati che ho analizzato si riferiscono al periodo 1970-2011 e riguardano soltanto il cosiddetto “terrorismo interno” rosso e nero. Non ho preso in considerazione i dati relativi al terrorismo internazionale perché volevo scattare una fotografia dei terroristi italiani.
 
Sono particolarmente sorprendenti i dati che Lei ha raccolto sul livello di istruzione dei terroristi
 
Il tipico terrorista italiano è un individuo che ha un livello di istruzione superiore rispetto alla media della popolazione di riferimento. L’11,7% delle persone condannate per terrorismo aveva conseguito la laurea contro il 4,1% della popolazione italiana secondo i dati ISTAT del 1981. Tra gli arrestati, le persone in possesso della laurea sono il 17,8%. Alan Krueger non sbaglia quando afferma che molte formazioni terroristiche sono composte da persone che provengono da un’élites.
 
Eppure, si dice sempre che la povertà e la mancanza di istruzione sono la causa principale del terrorismo.
 
Le ricerche più accreditate dimostrano che la povertà e la mancanza di istruzione non sono cause importanti di terrorismo. L’idea che la povertà produca il terrorismo, pur essendo molto diffusa, nasce da una rappresentazione romantica del terrorismo che, almeno in Italia, non è mai stata superata. I tipici terroristi italiani non uccidevano per sfamarsi o per ignoranza. Uccidevano per appagare un bisogno spirituale alimentato dall’ideologia.
 
Erano molti o pochi?
 
In termini assoluti sembrerebbero pochi, ma, in realtà, non è così. Ce ne rendiamo conto se paragoniamo il numero dei terroristi italiani con quello degli altri Paesi. Mi lasci ricordare che tra il 1969 e il 1985 l’Italia è stato il Paese più interessato dalle attività terroristiche. Il terrorismo italiano è stato uno dei più longevi, imponenti e sanguinari dell’Europa occidentale. Non direi che i terroristi italiani erano pochi, ma occorre contestualizzare il significato di questa affermazione.
 
Siamo pronti per scrivere la vera storia del terrorismo italiano?
 
Esiste già qualche contributo valido. Tuttavia, ritengo che potremo avvicinarci a una rappresentazione più fedele dei fatti soltanto quando gli studiosi si apriranno alle narrazioni delle vittime, le uniche a essersi confrontate direttamente con i terroristi. Esiste una documentazione fatta di lettere di minacce, telefonate, volantini di rivendicazione e, soprattutto, di dialoghi tra le vttime e i terroristi che gli studiosi dovrebbero acquisire.
politica interna
L'abuso di riconciliazione dell'ex Pci Fassino
24 maggio 2012
Il sindaco di Torino Fassino torna sui suoi passi e rinuncia a sposare l'ex terrorista, dopo le proteste della famiglia di Pietro Coggiola e dell'Associazione Italiana Vittime del terrorismo.
Va aggiunta questa osservazione che mi ha scritto Roberto Turino :

"Il sindaco ha preso una cantonata. Quando si parla di 'riconciliazione', sono coinvolte tre parti, gli ex terroristi, lo stato e le vittime. Quest'ultime sono quasi sempre ignorate e, comunque, vengono evidentemente per ultime.
Anche nel caso Fassino-D'Amore con chi si sarebbe dovuto riconciliare l'assassino di Coggiola? Con il sindaco in quanto rappresentante della città, o non forse con i famigliari delle sua vittima? Ma quest'ultimi naturalmente non sono mai stati sentiti.
In realtà la 'riconciliazione', come dimostra questo episodio, sembra soprattutto un discorso interno alla sinistra. Quasi un ritorno nella grande famiglia di compagni che allora 'sbagliarono'
."



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politica interna
Da Segio a Curcio
14 maggio 2012

Da una parte Lucia Annunziata che intervista Sergio Segio (ex Prima Linea) nella sua trasmissione televisiva su un canale del servizio pubblico (RAI3); dall'altra il giornalista di Repubblica, Paolo Griseri, che intervista Renato Curcio (ex Brigate Rosse).
Questo capita lo stesso giorno: ieri, in relazione all'attentato a Roberto Adinolfi di domenica scorsa.

La casta dei giornalisti sembra veramente dotata dei migliori indirizzi, o di uno speciale olfatto, per trovare gli arnesi d'epoca più adatti ad analizzare le nuove forme di violenza politica!


SOCIETA'
L'insegnante di violino e le Brigate Rosse
11 marzo 2012


Il figlio del Procuratore Generale di Genova ucciso con la scorta dalla Brigate Rosse nel 1976, Massimo Coco, violinista ed insegnate al Conservatorio Musicicale è intervenuto alla Commissione Euroepa di Bruxelles in occasione della VIII Giornata Europea in Memoria delle Vittime del Terrorismo.

QUI il testo del suo intervento

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arte
Arte e società: Sgarbi e la Faranda
29 novembre 2011


E’ noto che l’arte contemporanea, o “tardo moderna” per qualcuno, o “post moderna” per qualcun altro, non si fonda sul giudizio dell’opera d’arte ma sulla soggettività dell’artista che l’ha eseguita/prodotta/allestita. Il sacro nell’arte risiede oggi nell’individualità, unicità di chi la produce e che solo successivamente si traduce nell’opera. L’iter è semplice. Un volta che la critica ufficiale definisce una persona, come artista, in quel momento le sue opere, dal nulla che erano, diventano artistiche.

Capita così che le fotografie della ex terrorista Adriana Faranda, militante delle Brigate rosse che partecipò al sequestro di Aldo Moro, una volta che il critico Vittorio Sgarbi le promuove inserendole tre le opere di 600 artisti della mostra che si terrà a Torino Esposizioni dal 19 dicembre al 31 gennaio, a ideale conclusione della Biennale di Venezia, ecco che la Faranda diventa da ex terrorista, artista.

Il miracolo alchemico si compie in un breve frasetta: Ecco le parole del noto critico:

…la includo perché è una ex terrorista o la escludo perché è una ex terrorista? Niente di tutto questo. La includo perché, come artista, è al di sopra della soglia dell'esistenza”.

Il trucco semantico è in tutto in quel “come artista”.

Come artista si eleva al di sopra di tutto. Un po’ come è capitato a Cesare Battisti nelle Ville lumiere: se è un romanziere, è prima un artista: status che assolve tutte le responsabilità precedenti. Lo status "sacro" di artista determina insomma un risultato analogo a quello che dell’indulgenza di Sacra Romana Chiesa.

In questo caso la dote artistica di ergersi “al di sopra della soglia dell'esistenza” attribuita da Sgarbi alla Faranda assume una sfumatura assai macabra, visto che il soggetto in questione ha contribuito a porre altri, diciamo, al di sotto della loro soglia di esistenza... loro malgrado!

Le carriere all’ombra del sangue degli anni di piombo continano e si moltiplicano scintillanti sotte le luci della ribalta di una società che continua a rifiutare di fare i conti con sua storia. Così loro, i barbari, che hanno dato morte ieri, pagando scandaloso pegno, hanno vinto e umiliato le loro vittime per l’ennesima volta, tra il generale disinteresse della società civile, o, come si chiamava una volta, della pubblica opinione.
politica estera
L'ironia che lega bin Laden e Gheddafi
21 ottobre 2011


A distanza di poco tempo escono di scena  bin Laden e Gheddafi, con un ironia della sorte che pochi possono cogliere perchè "pochi sanno che fu proprio il leader libico ad emanare il 15 aprile del 1998, dopo aver subito un attentato fallito, un mandato d’arresto contro bin Laden, trasmesso all’Interpol ben prima che diventasse il terrorista più ricercato dl mondo, dopo l’11 settembre 2001"*.

*da
L’iter di Gheddafi: da Padrino del terrorismo di ieri al Terrore di oggi

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permalink | inviato da hommerevolte il 21/10/2011 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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