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politica interna
Politiche di prevenzione e contrasto ai radicalismi violenti
29 novembre 2017

Lunedì 27 novembre 2017 alla nostra Scuola di Politica abbiamo discusso insieme a Luca Guglielminetti, Membro del Radicalisation Awareness Network (Ran), di politiche di quali siano le cause che portano gli individui a radicalizzarsi, fino a diventare estremisti violenti e quali siano le azioni che si possono mettere in campo per arginare il problema. La serata è stata realizzata dalla Fondazione Benvenuti in Italia in collaborazione con il Centro Interculturale della Città di Torino


politica interna
Formazione a Torino: Prevenzione e contrasto del radicalismo violento
9 novembre 2017
Seminario formativo rivolto al personale della Polizia di Stato di Torino e provincia, organizzato dalla Segreteria Provinciale del sindacato "U.G.L. Polizia di Stato".

Formazione CVE
CULTURA
Deumanizzazione. Come si legittima la violenza
18 gennaio 2017
Il libro di Chiara Volpato, docente di psicologia sociale a Milano, è un percorso ragionato tra le ricerche svolte a livello internazionale, sul concetto e le pratiche di deumanizzazione: cioè su  tutti gli atteggiamenti, i comportamenti, le pratiche sociali e le narrazione massmediatiche che, o in maniera aperta e violenta, oppure sottile e subdola, escludono, discrimina o minacciano, fino all’annichilimento, l'altro: i gruppi diversi dal nostro  - l'oppositore, il nemico, il diverso - con metafore di natura, di volta in volta, animale, sovrumana, strumentale, meccanicista o biologica. Un’attività, quella di disumanizzare, che l’Autrice ci pone con suggestione all’origine della nostra stessa specie nell’incipit del saggio.


Moltissime le ricerche che vengono riportate in relazioni ai vari conflitti: da quelli coloniali dell’età moderna, fino alle più recenti guerre, dove - ad esempio - vengo evidenziate similitudini tra le metafore verso i nemici come animali, malattie, mostri, utilizzate durante la seconda guerra mondiale sia dai nazisti per descrivere gli ebrei  che dagli americani per descrivere i giapponesi e poi quelle, dagli stesse americani, durante la Guerra al Terrorismo, per descrivere i terroristi islamisti.

Ho trovato curiosa un lacuna, forse dovuta al fatto che il saggio è del 2011, relativa a tutta la  mole di recenti studi sul processo di radicalizzazione violenta cui molti ricercatori di psicologia sociale, e non solo, si sono dedicati analizzando le biografie dei terroristi, soprattutto dopo l’11 settembre.  Studi nei quali, al di là dei differenti modelli proposti, tutti identificano nell’ultimo scalino del processo proprio la completa deumanizzazione del nemico che rende il radicalizzato un terrorista pronto ad uccidere un suo simile innocente. 

Particolarmente interessante l’ultimo capitolo in cui sono evidenziate le prospettive di ricerche, tra le quali quelle che definisce “Strategia di resistenza (…) per contrastare il fenomeno” e per alimentare le quali sottolinea, forse con un po’ di ingenuità accademica, il fondamentale apporto di cui si devono fare carico il livello istituzionale, quello politico e quello dei mass-media. A me pare che molto del lavoro che l’Autrice propone, dal riconoscimento e la denuncia del fenomeno, alle strategia di umanizzazione delle vittime e quelle di rimodulazione inclusiva ed empatica del linguaggio, sia in vero più compito della società civile.

In ogni caso, siamo di fronte ad un saggio utile che fornisce moltissimi stimoli. Peccato che l’editore lo abbia “deumanizzato” privandolo di un indice e di una bibliografia dettagliata.

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Chiara Volpato
Deumanizzazione Come si legittima la violenza
Edizione: 20164
Collana: Universale Laterza [919]
ISBN: 9788842096047

















politica estera
"Se la sono cercata" o del victim blaming
2 gennaio 2015


"Se la sono cercata…"!
Questo il concetto ricorrente di moltissimi commenti sui social network sia nell'immediatezza del rapimento che a seguito del video diffuso a Capodanno che ritrae le due volontarie italiane rapite in Siria, Greta e Vanessa.
Molti poi giungono l'insulto, altri si preoccupano dei costi per il contribuente dell'eventuale pagamento del riscatto, altri parteggiano apertamente per i terroristi che le tengo sequestrate.
E' un meccanismo vecchio: lo si chiami victim blaming o doppia vittimizzazione. Funzionava già al tempo del rapimento Mettotti. Ha funzionato ai tempi di Aldo Moro. Indimenticabili i casi di Giorgio Ambrosoli (Andreotti usò l'esatta dizione), ma quante altre volte: i contractors italiani in Irak, i reporter italiani rapiti in giro per il mondo. Negli anni '60 era di moda anche nelle aule di tribunale nei processi per stupro.
In sovrappiù, in Italia il fenomeno si arricchisce di un doppio binario: si usa biasimare la vittima a seconda della parte politica. Se sono di sinistra e il rapito è percepito come di destra, o viceversa, se sono di destra è il rapito viene percepito di sinistra.
Lo sforzo di intendere le vittime tutte uguali perché eguale è l'insensatezza e l'ingiustizia della violenza politica, ideologica, religiosa o di genere su di loro esercitata, è un passaggio culturale che ai più resta difficile compiere, ancora in questo inizio 2015. Non stiamo a ripetere il vetusto "pietà l'è morta", ma prendiamo atto di una diffusa deficienza di riflessione sulla violenza, trasversale a quasi tutte le aree politico culturali.
politica interna
Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav
25 aprile 2014



"Giudici popolari sotto scorta, in un clima che ricorda quello degli anni di piombo: è con queste premesse che si aprirà a Torino, il prossimo 22 maggio, il processo che vede come imputati i quattro No Tav accusati di terrorismo". E' questa la notizia dei giornali degli ultimi giorni che seguono le vicende intorno alla grande opera in Val Susa, in un clima sempre più pesante. C'è un giornalista pedinato, videosorvegliato e schedato e un collega dello stesso giornale che firma appelli per i quattro imputati. Ci sono i lavoratori delle imprese del cantiere i cui nomi e indirizzi vengono pubblicati su volantini e giornali che invitano gli adepti ad integrare completare i dati raccogliendo altre informazioni; ci sono le prese di posizione di partiti ed istituzioni che hanno toni sempre più duri e allarmati. Una lunga escaltion fatta di serie di minacce ed intimidazioni ad amministratori, giudici, imprenditori e politici nella quale è difficile distinguere la parte pacifica del movimento No Tav, che appare come involontario ‘brodo di coltura’ dalla parte più radicalizzata dei gruppi violenti. I fatti relativi al processo sono le bombe molotov lanciate a pochi metri dal tunnel, dove erano al lavoro gli operai, i cui fumi provocati dall'incendio di un generatore causarono principi di intossicazione tra i lavoratori, bloccati nella galleria. I quattro inquisiti quali responsabili dei fatti vengono dai centri solidali e l'accusa della procura torinese nei loro confronti è assai grave: quella di terrorismo. Tale accusa è il fulcro delle polemiche più feroci di questi ultimi mesi e l'origine di profonde spaccature nel PD, nell'ANPI, nei sindacati e nella sinistra in generale.

Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.

L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.
SOCIETA'
La violenza politica: un tabù per le scuole?
15 novembre 2012


Ieri mattina scendendo dalla metropolitana mi sono trovato, nei pressi del mio ufficio a Torino, nel mezzo della manifestazione studentesca proprio quando il corteo si è fermato. Una parte ha raggiunto il cantiere del grattacielo progettato da Renzo Piano, e poco dopo un poliziotto veniva circondato e bastonato a terra da una decina di autonomi con caschi e mazze, cui è seguito il lancio di un lacrimogeno e l'arrivo dell'ambulanza. Ho visto decine di studentesse terrorizzate telefonare ai genitori, rassicurando che se le cose continuavano a mettersi male avrebbero preso subito il largo dalla manifestazione.

La simpatie verso le varie forme di radicalizzazione, che può sfociare in terrorismo e violenza, hanno ormai in tutto il mondo la configurazione liquida di soggetti che nei network sociali trovano reti nelle quali identificarsi, collaborare, scambiare valori e condividere narrative e forme di propaganda. Così dal pomeriggio di ieri, la sera e la notte, la rete Internet in Italia era uno specchio che rifrangeva viralmente la stessa immagine: la fotografia un ragazzino molto giovane con la testa insanguinata per una manganellata della polizia. Una fotografia spesso presentata per italiana, mentre era in vero un fatto occorso in Spagna. Questo non rende meno grave l'accaduto, ma fotografie del fatto cui ho assistito io, non c'era traccia in rete, mentre il linguaggio che accompagnava l'immagine del giovane spagnolo erano di una violenza incredibile che riesumava tutti i fantasmi degli anni di piombo: la pace sociale è finita, lo stato è il solo terrorista, è la polizia che provoca gli incidenti…

Da un anno gli analisti parlano chiaro. Con le lettere esplosive a Equitalia, i morti e i feriti di Firenze,  gli arresti di neofascisti a Roma, la gambizzazione di Adinolfi a Genova e, il meno noto, avviso del massimo coordinatore europeo di antiterrorismo, Gilles de Kerchove, sul riaccendersi di pericoli dal fronte dell'estrema sinistra, ci troviamo in un clima fertile per la violenza con un humus ideale nella recessione economica del nostro paese.

In questo contesto, la risposta al riaccendersi di fenomeni di radicalizzazione violenta viene demandata alle istituzioni dello Stato, in particolare alle attività di sicurezza nelle due varianti di polizia e intelligence, cui si accompagna il discorso pubblico come la condanna di Fassino verso i fatti di ieri definiti giustamente, "Un attacco squadristico di inaudita violenza", cui si aggiungono gli interventi di editorialisti, politici e uomini di cultura.

Mancano però a mio avviso due soggetti. Chi potrebbe compiere un importantissimo lavoro di prevenzione della cultura delle violenza politica: la scuola. E chi potrebbe contrastare le narrative della propaganda: le vittime della società civile che hanno vissuto sulla loro pelle le disgrazie arrecate dalla violenza e dal terrorismo.

A livello Unione Europea sono state attivate reti di collaborazione per lo studio delle migliori prassi di contrasto alla radicalizzazione ponendo attenzione proprio a questi due soggetti. L'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter) ha presentato questa estate un progetto per le scuole di Torino al fine di attivare corsi di cittadinanza attiva per educare alla cultura del dialogo e della non violenza. Alla luce di quello che è successo ieri è veramente inspiegabile che manchi una risposta interessata da parte degli insegnanti e delle scuole.

La violenza politica non può essere oggi una materia tabù.
SOCIETA'
Corso sulla cittadinanza attiva a Torino
1 ottobre 2012
“MEMORIA FUTURA: da ieri a domani - Ricordare per saper vedere” corso del CESEDI e dell'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter) volto a realizzare con gli insegnanti e i giovani delle scuole secondarie di Torino un modulo didattico sul tema storico degli Anni di piombo, per promuovere la coscienza di una cittadinanza attiva nel rispetto della legalità.

Scheda di adesione.
Memoria Futura - Corso CESEDI di cittadinanza attiva in collaborazione con AIVITER


POLITICA
I succedanei scadenti della riflessione culturale sulla violenza politica
25 marzo 2012


Qui in Italia sembra che scrivere un romanzo o girare un film equivalga a svolgere un ricerca sociale o storica. Romanzieri e registi si sentono tardi epigoni della tradizione dal verismo al realismo, e spingono le loro narrative nei campi della storia invece che della finzione, la fiction pura e semplice.
Al cinema con un amico abbiamo coniato un pregiudizio assai selettivo per scegliere i film da vedere: se nel trailer o nel cartellone c'è  la dicitura "Ispirato ad una storia vera", lo rifuggiamo come la peste, soprattutto se di origine italiana.
Invece le pagine culturali si riempiono di recensioni che prendo con estrema serietà queste pellicole o questi romanzi cha trattano di fatti veramente accaduti.
La scorsa settimana si parlava di romanzi  e delle loro vuote ambizioni a spiegare gli anni di piombo. Questa settimana abbiamo in uscita due film di cui parlano il Corsera e il suo supplemento culturale odierno: da una parte quello sulla strage di Piazza Fontana (Milano, 1969) e dall'altra quello sui fatti della scuola Diaz (Genova, 2001).
Sono iniziate e seguiranno polemiche abbastanza insensate provocate dall'equivoco di sopravvalutare il valore documentale di film che, infilati nelle categoria docufiction, in vero possono denunciare una sola cosa: la pochezza di riflessione politica e culturale sui fatti di cui parlano.

Il filo rosso di questi romanzi e film, a ben guardare, è il rapporto tra violenza e politica.
Un nervo scoperto delle culture di destra e sinistra del nostro paese.
La pochezza di cui sopra ha una origine in una altro fatto, di cui occorre prendere atto in questa fase terminale della cosiddetta 'Seconda Repubblica'. La fine della Prima ha distrutto le forze politico-culturali del riformismo laico, cattolico e socialista più attrezzate di antivirus contro la violenza. Mentre le forze sopravvissute a Tangentopoli, post-comunisti, post-fascisti e Lega, sono le forze politiche la cui identità e storia culturale prevede le varie declinazioni, dal linguaggio all'azione, della violenza.

Questo deficit di riflessione culturale, risulta ancora più evidente se si osserva quella che è stata l'unica polemica culturale recente, quella raltiva al libro su Gramsci e Turati di Alessandro Orsini. Polemica sulle due pedagogie, quella della intolleranza del primo e quella della tolleranza del secondo, che pare riguardi solo le due minoranze: quella superstite socialista e quella orgogliosamente comunista, nel  silenzio completo di tutta la intellighenzia di area PD.
Lo stesso articolo di aperto sostegno alle tesi di Orsini, scritto da Roberto Saviano, tenuto un po' nascosto nelle pagine interne de la Repubblica, è stato senza conseguenze sui maggiori quotidiani. Con un eccezione paradossale, di cui abbiamo riportato, quella de La Stampa.
 
Infine, questo deficit di riflessione sulla violenza politica non si può negare abbia origine anche più lontane: come il fatto che l'Italia sia rimasta praticamente impermeabile al pensiero di Albert Camus. Di colui cioè, che come ribadito in più occasioni, a me pare essere ancora oggi il massimo pensatore in materia di violenza e politica.

Il problema di una deficit di riflessione in materia, che potremmo definire ormai omissione volontaria dell'establishment, è funesto soprattutto per una parte politica: il centro sinistra.  Protrarre questa rimozione coatta lo rende semplicemente equivoco e quindi debole a tutto vantaggio del centro-destra.
politica interna
Roma ieri e oggi: talis qualis?
16 dicembre 2010
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