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POLITICA
Il ruolo politico delle vittime del terrorismo
12 settembre 2020

Il ruolo politico e sociale delle vittime nella lotta al terrorismo: i casi spagnolo e italiano from Kore di L. Guglielminetti on Vimeo.

Symposium on-line del 18 Settembre 2020, organizzato dal Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST) di Torino in collaborazione con l'Istituto G. Salvemini, la Fondazione V. Nocentini e l'Università di Torino.
Maggiori informazioni qui:
it.scribd.com/document/474659581/Symposium-sul-ruolo-politico-e-sociale-delle-vittime-nella-lotta-al-terrorismo#

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Il ruolo politico delle vittime del terrorismo


Nel gennaio 1976 Pietro Nenni lanciava dalle colonne dell'Avanti un appello alla creazione di un archivio storico del socialismo che fu la base da cui nacque l’Istituto socialista di studi storici (ISSS). Tale istituto, il cui archivio è oggi conservato dalla Fondazione Turati, ebbe tra i suoi direttori il professore di Storia contemporanea all’Università di Padova Angelo Ventura che il 26 settembre 1979 subì un attentato da parte del Fronte comunista combattente. Da allora il suo campo elettivo di ricerca diventò il terrorismo. Quando nel 2010 uscì il suo Per una storia del terrorismo italiano (Donzelli), Sergio Luzzato ricordò come: «i saggi di Angelo Ventura colpiscono per la capacità del professore universitario di farsi – a ridosso degli eventi, anzi dentro, quando il terrorismo rosso ancora non apparteneva al passato – una sorta di "storico del presente"».

Nella sterminata pubblicistica sugli anni di piombo, la revisione compiuta da Giovanni Mario Ceci nel 2014 assegna ad Angelo Ventura il primo posto tra i quattro nomi di chi ha maggiormente contribuito a connotare la complessità del fenomeno terroristico. Scomparso a 86 anni del 2016, esiste il testo di un suo intervento poco noto, in quanto pubblicato in un’opera orfana: gli atti autoprodotti dall’allora neonata Associazione Italiana Vittime del Terrorismo che nel 1986 organizzava a Torino il suo primo convegno su "Lotta al terrorismo. Le ragioni e i diritti delle vittime". L’intervento dello storico padovano nel clima del tempo, che trovava al centro del dibattito le cosiddette “leggi premiali” per gli ex militanti dissociati dalla lotta armata, si concentrava sulla denuncia dell’ipocrita richiesta alle vittime di perdonare i loro carnefici per chiudere la tragica stagione di sangue. Quel convegno segnerà, in vero, l’inizio di un percorso che dalla conciliazione tra Stato e terroristi, porterà solo 30 anni dopo ad una simmetrica conciliazione tra Stato e vittime del terrorismo con l’approvazione di leggi che ne sanciranno i diritti di riparazione e di memoria, come la Giornata a loro dedicata dal 2007 ogni 9 maggio, nell’anniversario dell’omicidio di Aldo Moro.

Il percorso che ha portato le vittime del terrorismo, non solo in Italia, da una condizione di oblio e invisibilità ad una di riconoscimento pubblico è stato recentemente oggetto di analisi e ricerca che troverà un momento di confronto proprio a Torino il prossimo 18 Settembre in un Symposium on line organizzato dal Gruppo Italiano Studio Terrorismo, con la collaborazione tra gli altri dell’Istituto Gaetano Salvemini, in occasione dell’uscita di due pubblicazioni. Il libro Las víctimas del terrorismo: de la invisibilidad a los derechos di Agata Serranò (2018), ricercatrice italiana all'Università di Jaén, che tra il 2010 e il 2014 ha condotto una ricerca sul campo in Spagna, Regno Unito e Italia, intervistando 84 tra familiari e feriti vittime del terrorismo; e il saggio La radicalizzazione pacifica delle vittime del terrorismo (2019) del sottoscritto che per 15 anni è stato consulente dell'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo.

Il ruolo politico e sociale delle vittime nei casi spagnolo e italiano di terrorismo nasce da una condizione di doppia vittimizzazione: quell’oblio o invisibilità morale, sociale e giuridica da parte dello Sato e dell’opinione pubblica che si aggiunge al dolore e al trauma ricevuto dai terroristi. Un concetto che Angelo Ventura introduceva già all’inizio del suo sopra menzionato intervento:

«Le vittime sono ingombranti. Gli studiosi delle forme di violenza politica conoscono bene la tendenza dell’opinione pubblica a criminalizzare la vittima, per rassicurarsi ed esorcizzare il pericolo, convincendosi che in fondo la vittima qualche cosa deve pur aver fatto per meritarsi la violenza. È questo uno dei principali effetti psicologici che intende ottenere il terrorismo, secondo un meccanismo già largamente sperimentato dallo squadrismo fascista e ora sistematicamente applicato dal terrorismo rosso e nero».

I famigliari e superstiti si sono trovati quindi ad auto-organizzarsi per far fronte ai bisogni collegati alla dimensione pubblica del danno causato dal terrorismo, dotandosi di un’agenda politica sintetizzabile in cinque punti: riconoscimento pubblico della loro condizione di vittima, verità, memoria, giustizia e rispetto della loro dignità. La loro mobilitazione politica è scomoda e “ingombrante” non solo per ragioni psicologiche di percezione sociale, ma anche perché chiedono allo Stato un’opera di trasparenza su quei “segreti”, quelle “Ragion di Stato”, che impediscono il raggiungimento di quelle verità che restano il vero balsamo per curare le ferite e tornare alla coesione sociale e al rispetto del contratto sociale.


Questo iter, che porta le vittime da un ruolo passivo ad uno attivo e impegnato, ha delle analogie con il processo di radicalizzazione studiato nel terrorismo contemporaneo e l’esito pacifico di questa mobilitazione potrebbe ben essere un insegnamento per affrontare le attuali sfide degli estremismi che attraversano l’Europa dei nostri tempi. La concezione tradizionale con la quale è stato infatti affrontato il problema del terrorismo, in modo predominante nel XX secolo, non ha assolutamente valorizzato il ruolo e l’apporto delle vittime di terrorismo. Questo incontro torinese è forse l’occasione per provare a farlo con il contributo, tra gli altri, di Alessandra Galli, magistrato milanese e vittima del terrorismo, Marco Bouchard, magistrato e fondatore della Rete Dafne, Roberto Sparagna, magistrato della Procura Nazionale Antimafia e Alfonso Botti, professore all’Università di Modena e Reggio Emilia e direttore di "Spagna contemporanea".



Luca Guglielminetti

SOCIETA'
Una strada che si chiama metanoia
9 aprile 2020
In qualsiasi situazione di pericolo, paura e ansia prolungata vorremmo rivolgerci a qualcuno che possa aiutarci, fornendoci rassicurazioni e certezze, infondendoci fiducia e coraggio. Lo fanno i bambini verso i genitori, lo fanno anche i cittadini verso i governanti.
Come avviene anche a chiunque volesse oggi chiedere aiuto al suo amico, al suo terapeuta o alla sua guida spirituale o ai numeri verdi di supporto psicologico, di fronte a questa pandemia accade di trovarsi di fronte all'altro senza che questi possa fornire risposte soddisfacenti. Questo perché - sia questi il genitore in presenza, il governante in tv o chiunque altro dall'altra parte del telefono/pc/tablet - egli si trova in vero nella nostra stessa situazione.
Questi 'altri' cui ci rivolgiamo possono provare a dissimulare raccontando bugie pietose o ragionevoli consigli sulla scorta del poco di veramente noto (serve mantenere la distanza sociale), ma nulla che possa veramente comunicare sicurezza, certezza, fiducia e coraggio.

A meno che… noi richiedenti aiuto non si riesca ad imboccare una strada che si chiama metanoia. Non è un astratto cambio di narrativa calato dall'alto, come quello proposto da alcuni appelli che girano in questi giorni. Non basta un artificio retorico per uscire dai limiti delle possibilità di comprensione da parte dell’intelletto umano per rientravi in una nuova più 'alta' comprensione. Non è neppure mistica o pratica religiosa.
Si tratta invece di un gioco linguistico: riconfigurare il significato delle parole in modo che acquistino una senso e un movimento (una "vita activa", per dirla con Hannah Arendt) in questo nuovo contesto.

"La metanoia non è solo un problema di comprensione, ma sposta un rapporto esistente tra pensiero e mondo. Solo nel linguaggio il mondo si presenta al nostro pensiero; tra linguaggio e mondo non c'è differenza fondamentale per ostacolare il pensiero. Esprimere un nuovo pensiero significa anche inventare sempre un nuovo gioco linguistico adeguato a quel pensiero. Il linguaggio opera una differenziazione del rapporto tra pensiero e mondo. Il linguaggio non è arbitrario, per quanto tale arbitrarietà possa sembrare ovvia ai teorici contemporanei del linguaggio. Al contrario, ogni parte del linguaggio è legata a un sistema in continuo sviluppo. Il linguaggio sviluppa la nostra comprensione del mondo nello stesso modo e nella stessa misura in cui continua a svilupparsi. Il principio del linguaggio non è l'arbitrarietà, ma la contingenza. Il linguaggio, in altre parole, si sviluppa all'interno di un quadro di possibilità in continuo cambiamento costituito dai suoi legami con il pensiero e con il mondo. Ecco perché le possibilità di una nuova comprensione sono immediatamente legate alla ricerca o all'invenzione di un nuovo linguaggio."




Esattamente quando assistiamo a cambiamenti epocali radicali, quando crolla il mondo, la metanoia interviene con la sua funzione poietica del linguaggio.

Sul piano politico del post-pandemia da Covid-19 al momento non posso che semplificare con questa metafora presente nella prefazione del libro: (noi) "il pedone potrà fare una mossa all'interno degli scacchi che si mangi altri pedoni, regine, re, cavalli, torri, alfieri con le loro opposizioni ed infinite lotte, portando ad una partita completamente nuova con pezzi diversi, modi diversi di muoversi, modi diversi di essere colpiti, e "...un nuova scacchiera!


SOCIETA'
Il pifferaio magico di Hamelin oggi
2 aprile 2020
Dei giorni si guarda troppo da vicino quanto accade e la vicinanza annebbia le facoltà mentali alimentando ansia e angoscia. E' il panico da pandemia. Per questo l’OMS consiglia di non seguire troppo le notizie…
Quindi quest'oggi, prima di aprire i "bollettini di guerra" quotidiani, provo a prendere le distanze e a guardare l'ultimo anno come se si trattasse di una favola e una fiaba. La favola della 'ragazzina' Greta Thumberg che, priva di parole e sorriso con la sindrome di Asperger, guarisce reclutando e mobilitando i giovani in tutto il mondo; e la fiaba dell'animale-virus Covid-19 che da un 'topo-volante' passa a infestare il respiro degli anziani in tutto il mondo.

Sono due storie di comunicazione del rischio, di allarmi inascoltati che richiamano molto da vicino una leggenda tedesca della seconda metà del XIII secolo a tutti nota: Il pifferaio magico di Hamelin (nell'originale Der Rattenfänger von Hameln, letteralmente "l'accalappiatore di ratti di Hameln").
Il capovolgimento sul piano della sequenza temporale è solo apparente: è stato appurato che la parte iniziale della vicenda, relativa ai ratti, è un'aggiunta del XVI secolo, in seguito ad una epidemia. Quindi anche nel caso di Hamelin viene prima il reclutamento dei bambini e solo successivamente, e retrospettivamente motivata, la vendetta del pifferaio lasciato senza riconoscimento dopo aver proposto alle autorità quello che oggi definiamo una indicazione e una rimedio di salute pubblica.

Ogni giorno scopriamo letteratura scientifica e meno che aveva annunciato l'avvento di un nuovo virus, come conseguenza di spillover.
Ogni settimana, l'anno scorso, abbiamo visto le manifestazione dei "Fridays for Future" per avvisare di un futuro a rischio, come un "epidemia coreutica", come quella dei bambini che seguono il pifferaio magico. Vale a dire una specie di ballo di gruppo, con scopo terapeutico, verso un viaggio che porta a una caverna: quella nella quale sono oggi reclusi in lockdown.
Il paradosso che li collega risiede nel fatto che la quarantena, ad oggi stimata, di un terzo delle popolazione mondiale, abbia l'esito di aver improvvisamente abbattuto molte fonti di cambiamento climatico. Decine e decine di migliaia di morti da Covid-19…”ma il cielo è sempre più blu”, come cantava Rino Gaetano.

Il filo rosso, dal medioevo e oggi, è la "melodia del piffero": lo stesso invito ai politici e alla opinione pubblica ad ascoltare gli scienziati, cioè i maghi veri, quelli seri che sanno cosa accade veramente nel mondo. Il mondo fisico, non quello astratto, desiderato o immaginato dalla varie ideologie economiche, politiche, psicologiche o religiose.
Insomma un favola e una fiaba, fuse insieme, con la stessa morale: usciranno dalla caverna a vita nuova, cioè si salveranno, i giovani immunizzati da tutte le vecchie ideologie che sono stati i soli in grado di vedere i rischi per la salute pubblica loro e del nostro pianeta.

SOCIETA'
Deumanizzare coi numeri le vittime da coronavirus
12 marzo 2020
politica interna
Craxi e Moro, destini paralleli
11 gennaio 2020

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permalink | inviato da hommerevolte il 11/1/2020 alle 10:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
Europa e guerre: editoriale in forma di favola
18 ottobre 2019

POLITICA
La generazione derubata o del furto intergenerazionale
18 aprile 2019
SOCIETA'
La percezione sociale delle vittime del terrorismo
19 febbraio 2018
Saggio sull forme di doppia vittimizzazione e biasimo delle vittime nella percezione sociale degli atti terroristici: pubblicato sulla Rassegna Italiana di Criminologian 4/2017 disponibile qui


politica estera
La memoria per riumanizzare le vittime del terrorismo europee
9 marzo 2017

11M


L’11M a Bruxelles la Giornata europea.

Tzvetan Todorov, il grande umanista franco-bulgaro recentemente scomparso, ci ricorda che la base di ogni ricerca storica è la sistemazione curata e completa dei fatti, come il “Memoriale dei deportati ebrei” redatto in Francia da Serge Klarsfedl che documenta con estrema semplicità i nomi, i luoghi, le date di nascita. Questa attività risponde innanzitutto a una prima necessità: restituire dignità a tutte le vittime. Questo lavoro, il primo passo del lavoro storico, in Italia è stato avviato per le vittime del terrorismo dal sottoscritto a partire dal 2001 quando Aiviter, la maggiore delle associazione che le riunisce, mi incaricò di redigere delle schede di memoria per ogni singola vittime, da editare sul sito internet allora in costruzione. Il lavoro, completato nel 2008, è terminato in occasione della pubblicazione, da parte dalla Presidenza della Repubblica Italiana, del volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana che ha coinciso con il primo Giorno della Memoria dedicata alle Vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, celebrato al Quirinale e introdotto dal Parlamento italiano l'anno precedente nella data dell’omicidio dello statista democristiano Aldo Moro, il 9 Maggio.

L'europa però, con il suo di Parlamento, aveva già introdotto nel 2004 un analogo Giorno della Memoria dedicato a tutte le vittime europee, l'11 Marzo, il giorno della la strage spagnola alla stazione di Atocha: gli attacchi terroristici che uccisero 191 persone e provocarono 2.057 feriti.

A partire da allora la Commissione europea si è pressa carico non solo di organizzare le celebrazioni di tale giornata, a Bruxelles o a Madrid, ma anche di promuovere progetti che permettessero alle vittime e alle loro associazioni di mettersi in rete per svolgere un ruolo attivo alla sfida che dall'11 settembre 2011 sta minacciando la comunità internazionale: quella radicalizzazione violenta che rischia di condurre al terrorismo migliaia di adolescenti e giovani anche europei.

Rendere centrale la memoria delle vittime del terrorismo, in Italia, come in Europa, ha avuto la funzione non solo di fornire loro dignità; sempre Todorov ci insegna che quando gli avvenimenti vissuti dall’individuo o dal gruppo sono di natura eccezionale o tragica, il diritto di ricordare e di testimoniare diventa un dovere. Una dignità e un dovere che assumono di fatto la funzione di riumanizzare soggetti che sono stati più volte vittimizzati: quando colpiti fisicamente, quando colpiti moralmente dalle rivendicazioni, quando dimenticati dall'opinione pubblica e quando oggetto di imbarazzo da parte di istruzioni incapaci di accertare o comunicare la "Ragion di Stato".

Una funzione positiva, quindi, che è esattamente l'opposto di quella che occorre nel processo di radicalizzazione violenta, nel quale il soggetto arriva, grazie al supporto e la manipolazione di propaganda ed ideologie, a deumanizzare i suoi nemici, potendoli così uccidere razionalmente per la sua ‘giusta causa’ senza rimorso alcuno in quando non più percepiti come umani.

Cerchiamo quindi di essere consapevoli del fatto che, al di là dei modi talvolta retorici e celebrativi, quando viene data voce alle vittime dei vari terrorismo, come avverrà ancora questo 11 Marzo a Bruxelles, si sta in vero attuando una strategia di resistenza verso tutti quegli atteggiamenti, comportamenti, pratiche sociali e narrazione massmediatiche che, in maniera aperta oppure subdola, deumanizzano l'Altro, legittimando su di lui l'esercizio della violenza.


politica interna
Memorie settarie e memorie pubbliche
16 febbraio 2017

Le polemiche per la targa in memoria di Roberto Crescenzio, studente lavoratore bruciato vivo dalle molotov nel bar Angelo Azzurro di via Po a Torino nel 1977, nel corso di un corteo di Lotta Continua, evidenziano come, a distanza di 40 anni, la nostra civiltà sia funestata dalla divisione tra memorie settarie e memorie pubbliche.

Prendiamo tre casi circoscritti a Roma e commemorati periodicamente in modo settario:

1) l'estrema destra ha coltivato la memoria di Mikaeli Mantakas, militante del Fuan "ucciso dall'odio comunista" nel 1978.

2) l'estrema sinistra ha coltivato quella di Roberto Scialabba, militante di Lotta Continua, "ucciso dai fascisti" nel 1978.

3) il Partito Radicale ha coltivato a sua volta la memoria di Giorgiana Masi, uccisa "dalla violenza del regime" nel 1977.

Forse non tutti sanno che da 10 anni tutti e tre i suddetti casi sono istituzionalmente considerati "vittime del terrorismo", esattamente come Roberto Crescenzio. Tutti infatti compaiono nella pubblicazione ufficiale della Presidenza della Repubblica in memora delle vittime del terrorismo nell'Italia Repubblicana.

Ma naturalmente le formazioni di estrema sinistra, destra e i radicali preferiscono continuare a coltivare i loro martiri con gli appellativi partigiani che si sono scelti a sua tempo: del fascismo, dell'odio comunista e del regime.

Anche se tecnicamente alcuni sono casi di "violenza politica", sfugge a molti il criterio per cui tali casi siano stati inclusi nell'ambito del terrorismo dalle istituzioni; cioè quello di sottrarli alle memorie di parte per renderli tutti memoria pubblica condivisa.

Troppo difficile da comprendere ancora per alcuni, soprattutto per chi in quei partiti e movimenti militò in un'età, quella giovanile, cui non si ha il coraggio di dare la giusta connotazione e quindi narrazione.

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