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ARTICOLI PRINCIPALI SU TERRORISMO E RADICALIZZAZIONE
L'Italia (che non è la Danimarca) parte con la prevenzione soft del terrorismo 27 Novembre 2015
Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest 15 Novembre 2015
Torino prima città con una piano di prevenzione della radicalizzazione violenta? 28 luglio 2015
Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo 28 giugno 2015
Softpower, deradicalizzazione e contronarrative nella prevenzione del terrorismo 16 gennaio 2015
Softpower nella prevenzione del terrorismo: il divario europeo 17 ottobre 2014
Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav 25 aprile 2014
Dopo il caso Delnievo, la prevenzione verso il rientro dei combattenti in Siria 26 giugno 2013


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11 settembre 2014

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permalink | inviato da hommerevolte il 11/9/2014 alle 12:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
Terrorismo, sicurezza, post-conflitto... irrisolto!
25 agosto 2014
Daniele Salerno, Terrorismo, sicurezza, post-conflitto. Studi semiotici sulla guerra al terrore. Libreriauniversitaria.it edizioni, 2012.

Il saggio, come definito nella sua introduzione, intende "analizzare il conflitto come un macro-testo che «traduce e interpreta altri testi di una data cultura» (Demaria 2006, p. 55) e che costringe a ridefinire l’idea, per esempio, di comunità, nazione, identità, guerra o nemico".
Questa analisi si svolge su alcuni documenti specifici: da una parte, "la guida spirituale degli attentatori dell’11 settembre, un testo ritrovato in due copie nella valigia del leader del gruppo terroristico e nella macchina di uno degli attentatori", quale esempio di "manipolazione ideologica della memoria culturale" della tradizione islamica; e, dall'altra, i manifesti pubblici affissi nella metropolitana di Londra a seguito degli attentati del 7 luglio 2005, per "un’analisi dei discorsi della sicurezza, cercando di farne emergere la struttura narrativa, i percorsi valoriali e ideologici e le potenziali derive a cui essi si prestano perseguendo l’obiettivo di “difendere la società”."
Il percorso si conclude sul tema della “fine”: come la guerra al terrore sta “andando a finire” dopo i primi quattro anni di amministrazione Obama, che hanno cercato di spostare il discorso pubblico dalla guerra al terrore di Bush, all'apertura verso l'islam che è culminata con la "primavera araba".

Due punti di questa saggio sono di grande interesse. Da una parte l'analisi della "guida spirituale" degli attentatori del 11/9, concepita come una "tecnologia del sé" per costruire un martire: un soggetto di una entità trascendente, ispirato dal timor di Dio, cui è offerta la possibilità di diventare a propria volta origine della paura per gli Occidentali ("la forza dei credenti consiste nel fatto che sono in condizione e capaci di superare la propria paura della morte. Con questa assenza di paura un combattente islamico insegna la paura alla civiltà occidentale", da H. Kippenberg 2004). Dall'altra, l'analisi delle "deriva paranoica" che l'apparato di sicurezza costruisce coinvolgendo i cittadini nel tentativo di prevenire e contrastare nuovi attentati che giunge al paradosso di stimolare i cittadini ad un atteggiamento paranoico analogo a quello degli stessi terroristi: tutti a sorvegliarsi reciprocamente. L'anonimo cittadino invitato a segnalare ogni indizio di pericolo di attentato finisce per assomigliare al terrorista che a sua volta sorveglia per cercare di pianificare i suoi attentati.

La risposta al tema dalla fine, tre anni dopo la scrittura del saggio, è sotto gli occhi di tutte: le speranza della primavera araba sono state sostituite dall'incubo del Califfato dell'Is. Il tentativo di Obama di attenuare la retorica della guerra al terrore favorendo, dopo il discorso al Cairo "A New Beginnig" nel 2009, "la nuova santa alleanza tra Mela e Mezzaluna" - quella cioè politico-tecnologica che univa la nuova amministrazione USA, le aziende tecnologiche che con i loro hardware portatili e software network and social oriented, e le popolazioni arabe - è fallito.
Oggi possiamo dire che gli errori precedenti (dai sostegni occidentali ai vari rais nordafricani alla guerra in Iraq) erano troppo gravidi di conseguenze per poter agevolare un processo di democratizzazione che portasse al successo i giovani arabi in rivolta.
L'argine artificiale al fondamentalismo islamico rappresentato dai regimi di Mubarak, Gheddafi & c. ha lasciato strascichi tali da non permettere alle nuove forze di superare la prova della maggioranze nelle prime libere elezioni che sono seguite. Su tali rivoluzioni, infatti, la memoria delle vittime islamiste, represse dai vari rais, ha sovrastato la volontà di modernizzazione, rimasta minoranza.
La possibilità di giungere ad un post-conflitto nella guerra al terrorismo post 11/9 è quindi venuta meno: il cambio di narrativa sul mondo mussulmano di Obama non è bastato. L'eco delle narrazioni della vendetta del gruppo "etnico vittima" ha di gran lunga sovrastato quello delle parole e dei propositi del "new beginning" giunte all'orecchio delle nuove generazioni arabe.

In mezzo a tutto ciò una Europa quasi immobile, incerta tra gli affanni di una crisi sempre più depressiva e la paura di trovarsi presto i "mori" alle porte della Spagna.
POLITICA
Il professore e il terrorista: la strana congiunzione Chomsky-Adebolajo
26 maggio 2013
"Aprile di solito è un buon mese nel New England, l’inverno allenta la sua presa e appaiono i primi segni della primavera. Ma non quest’anno. Boston è stata sconvolta dall’attentato alla maratona del 15 aprile e dalle tensioni della settimana successiva. Molti miei amici erano al traguardo quando le bombe sono esplose. Altri abitano vicino al posto in cui è stato catturato Dzhokhar Tsarnaev, il secondo attentatore. Il giovane agente di polizia Sean Collier è stato ucciso davanti al mio ufficio. A noi occidentali privilegiati non succede spesso di vedere cose che molti altri, per esempio gli abitanti di un villaggio dello Yemen, vivono ogni giorno." Scrive Noam Chomsky commentando l'attentato alla maratona di Boston.
A confermare questa osservazione dell'illustre insegnante di linguistica al Mit di Boston, sono giunte un mese dopo da Londra le parole dal 28enne Michael Adebolajo, il cittadino britannico di origine nigeriana convertitosi all’Islam nel 2001, che dopo l’omicidio del soldato Lee Rigby, si confessa con le mani sporche di sangue davanti ad una telecamera dichiarando: «Mi scuso con le donne che hanno dovuto assistere a questo oggi, ma nella nostra terra le donne devono vedere le stesse cose». (guarda il video)

La giustificazione dei fatti da parte del professor Chomsky e del terrorista Adebolajo collimano: l'orrore visivo osservabile nel villaggio dello Yemen o nelle terre della Nigeria giustifica la reazione (terroristica) che vuole presentare il medesimo raccapricciante spettacolo nelle città dell'Occidente.

Questo argomenta conferma l'assunto che il terrorismo si prefigge di raccontare le sue storie non attraverso lo sguardo delle vittime, ma attraverso quello degli spettatori.*
Nel racconto del terrorista è importante rimarcare che la vittima non è quella appena ammazzata, nel caso di Londra visibile a terra pochi metri dietro Michael Adebolajo mentre spiega di fronte ad una telecamera il motivo del suo gesto agli spettatori, ma è il suo gruppo 'etnico' che rappresenza le istanze di altre vittime.

Il 'trucco' narrativo presupposto di tali storie risiede nel fatto che istintivamente il lettore di Chomsky e l'ascoltatore di Adebolajo reputino:
1) che le violenze nello Yemen e nella Nigeria siano responsabilità tutte occidentali.
2) Che l'inizio della spirale delle violenza risieda nel 'peccato originale' dell'Occidente che dal colonialismo arriva alla guerra al terrorismo lanciata da Bush jr. dopo l'11/9.
3) Che la vittima più debole abbia qualche ragione a cercare una vendetta disperata.

Chi si prende la fatica di controllare le origini e le cause delle violenze in Yemen e in Nigeria?
Chi conosce a fondo la storia di quei due paesi lontani?
Chi si chiede se l'intervento occidentale nei paesi arabi o africani alimenti in ogni caso più violenza, o se sia peggiore la soluzione del non intervento, come in Siria?

Il paradosso è che il vecchio professore americano abbia ceduto alla logica narrativa in cui è caduto il giovane terrorista britannico. La logica per cui non la vittima reale, ma un gruppo 'etnico' che in nome delle vittima si 'vittimizza' e cerca un nemico, vero o presunto che sia, al quale chiedere conto e sul quale vendicarsi.

La stessa logica, seppur con storia capovolta, è stata utilizzata da Bush quando ha vittimizzato l'America del post 11 settembre e ha lanciato la guerra al terrorismo. Opzione che non era certo quella espressa dai sopravvissuti e dai familiari dei 3000 morti degli attentati, ma del quale il presidente USA ha voluto farsi interprete, alimentando  così, a sua volta, una barbarica spirale di vendette e contro-vendette (oltre ad aver minato il fragile terreno delle garanzie e delle libertà democratiche).

Tale logica è stata finalmente spezzata dal presidente Obama pochi giorni fa, dichiarando terminata la guerra al terrorismo, ma di fatto era già cambiata durante il suo primo mandato nelle politiche di antiterrorismo della sua amministrazione. Come quando, ad esempio, sui siti web jihadisti il Dipartimento di Stato aveva sostituito la propaganda delle loro narrazioni con i dati sulle loro vittime, dai quali si comprendeva bene che i loro attentati terroristici colpivano essenzialmente solo altri mussulmani.

Il terrorismo si contrasta dunque restando sul terreno dello Stato di diritto, ma dal punto di vista narrativo, oltre che etico e civile, opponendo allo sguardo avvilito e terrorizzato dello spettatore, quello della vittima 'vera': quella di cui possono farsi interpreti solo i sopravvissuti o i familiari, e nessun altro (!): sia questi un capo dello stato, un esimio professore, o un giovane radicalizzato.

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#Si veda: Terrorism, Media, and the Ethics of Fiction a cura di Philipp Schweighauser, Peter Schneck, p. 42
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