.
Annunci online

hommerevolte
Blog-Lab di Luca Guglielminetti e del Nuovo Caffé Letterario
Link
Cloud Tags

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Locations of visitors to this page

ARTICOLI PRINCIPALI SU TERRORISMO E RADICALIZZAZIONE
L'Italia (che non è la Danimarca) parte con la prevenzione soft del terrorismo 27 Novembre 2015
Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest 15 Novembre 2015
Torino prima città con una piano di prevenzione della radicalizzazione violenta? 28 luglio 2015
Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo 28 giugno 2015
Softpower, deradicalizzazione e contronarrative nella prevenzione del terrorismo 16 gennaio 2015
Softpower nella prevenzione del terrorismo: il divario europeo 17 ottobre 2014
Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav 25 aprile 2014
Dopo il caso Delnievo, la prevenzione verso il rientro dei combattenti in Siria 26 giugno 2013


PROFILO - @Google

INCIPIT
C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
L'uomo in rivolta

Cerca sui miei blog



Nuovo Caffé Letterario

Anche su:


Nuovo Caffé Letterario

Promuovi anche tu la tua Pagina



Pubblicazioni on-line su: ISSUU


Video
Vimeo


SOCIETA'
Terrorismo, sulle tracce di una memoria sommersa
14 marzo 2015

Convegno-dibattito Terrorismo, sulle tracce di una memoria sommersa - Il passato ai confini del presente. L'incontro si terrà  il prossimo 16 marzo,  anniversario dell'uccisione del giudice Giacumbi, nell' Aula Magna del Liceo Scientifico "G. Da Procida", di Salerno.
politica interna
Il rapporto della sinistra con la violenza dagli anni di piombo a oggi
2 novembre 2014
Non si può recensire il libro di Luigi Manconi del 2008, Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale 1970-2008, senza sottrarsi alla lettura di un altro saggio breve che viene ripreso nel secondo capitolo del libro a proprosito del mito della "perdita dell'innocenza" a seguito della Strage di Piazza Fontana. Si tratta del testo di Anna Bravo, Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci, pubblicato pochi anni prima, nel 2004, sulla rivista di studi storici Genesis, qui reperibile.
Siamo di fronte a due testi frutto dell'elaborazione di due studiosi che hanno in comune la passata militanza in Lotta Continua, che sono quindi coinvolti soggettivamente in ciò su cui riflettono, ma che si connotano entrambi come primi seri tentativi di critica, certo anche auto-analisi e auto-critica, che rappresentano un salto netto qualitativo rispetto alla precedente cospicua mole di letteratura di e su quell'area politica: tanto quella prodotta da altri ex militanti (da Sofri a De Luca) sia dei tentativi di analisi esterni come quella di Aldo Cazzullo.


PARTE PRIMA

Entrambi gli Autori fanno i conti per la prima volta "con il rapporto irrisolto con la violenza. Non la violenza che lo stato e i gruppi neofascisti hanno rovesciato sui movimenti, non la violenza esercitata contro il corpo delle donne, ma quella di cui in vario grado portiamo una responsabilità per averla agita, tollerata, misconosciuta, giustificata – una questione che è rimasta fuori o ai margini estremi della ricerca storica e della riflessione politica." Anna Bravo si chiede perché negli anni Settanta sia mancato un pensiero originale sulla questione- violenza, perché il '68 non abbia avuto uno sbocco non violento: "sarebbe bastato guardarsi intorno per incontrare teorie e pratiche altre da quelle del marxismo ortodosso o critico, per scoprire le opere di Gandhi, Thoreau, del nostro Capitini, la disobbedienza dei radicali, e La banalità del male di Hannah Arendt, dove si racconta come in Danimarca migliaia di persone, in genere senza alcuna esperienza di clandestinità, si fossero mobilitate, nel 1943, per traghettare in Svezia i loro concittadini ebrei, facendo meglio e di più di qualsiasi organizzazione armata." Invece quello che è capito è ben descritto in questo passo: "Sarebbe futile dirottare ogni responsabilità sulla tradizione rivoluzionaria, marxista, comunista, della violenza, su quegli intellettuali maturi e autorevoli che condividevano le aspettative palingenetiche, su quell’unico partigiano che dichiarava in interventi pubblici di aver consegnato dopo la liberazione soltanto i “ferrivecchi”. Ci siamo scelti determinati maestri e compagni di strada (e per alcuni di loro i movimenti sono stati a loro volta maestri) perché ci riconoscevamo profondamente nell’ideologia della violenza riformatrice, fatta uomo nella figura del partigiano, del combattente di Spagna, del comunardo, del ribelle risorgimentale, del cittadino in armi della rivoluzione francese - un condensato di combattentismo maschile vissuto come cifra naturale della lotta.".

La tesi giustificazionista della scelta violenta della "fine dell’innocenza" dopo la strage di Piazza Fontana, con la morte di Pinelli e l'accusa agli anarchici, scrive Anna Bravo che "è una verità parziale". La teoria dell'innocenza di chi reagisce violentemente all'ingiustizia della stage "di Stato", quella del “tutti colpevoli” per l'omicidio Calabresi, che può facilmente rovesciarsi in “nessun colpevole”, sono "costruzione in cui l’idealizzazione nostalgica e il desiderio di preservare un’autoimmagine positiva sono tenuti insieme da qualche vuoto di memoria."
Posizione analoga a quella di Luigi Manconi che della Stage di Piazza Fontana parla in termini di fattore di "accelerazione", di "precipitazione" verso l'uso della violenza: un "mito delle origini" quello dell'innocenza che nasconde in vero un'ovvietà: che negli anni Settanta sia mancato "Un pensiero originale sulla questione-violenza", scrive Manconi citando la Bravo.

Il discorso è sviluppato da Manconi nei capitoli successivi, come quello sul ruolo del mito resistenziale e successivo, nei quali al fine di marcare l'ipotesi del suo lavoro di una continuità tra primo e secondo terrorismo (cioè tra le varie fasi di evoluzione della Br tra il 1970 al 2007), giunge a denunciare precisamente il "punto dolente": l'interdizione all'uso delle violenza offensiva e rivoluzionaria non è solo mancato negli anni Settanta, ma "nemmeno successivamente è stato elaborato: lo si è dato per implicito e scontato (all'interno del PCI, ad esempio); è stato affrontato negli anni più recenti da Rifondazione comunista; e, per quanto riguarda i "nuovi movimenti", soltanto in alcuni (penso a Lilliput) la problematica risulta centrale e qualificante. In altre parole, si può dire che non esista nelle culture cui fanno riferimenti i movimenti sociali, che qui considero, un'adeguata interdizione culturale e morale nei confronti del ricorso all'illegalità e allo stesso esercizio della violenza. Non esiste, direi, una interdizione assoluta, un veto inappellabile, un vero e proprio tabù."
La legittimazione morale del ricorso alla "violenza giusta" è invece stata alimentata da "alcune importanti tradizioni politiche e culturali (da quella di ascendenza marxista a quella di ascendenza cattolica). Anna Bravo vi aggiunge una ascendenza antropologica "maschilista", cui il mondo femminista negli anni Settanta aveva cercato di porre qualche distinguo più che argine.

Certamente ci sono ancora dei limiti in queste due, come nelle altre analisi degli ex militanti, che lo stesso Manconi denuncia: costituiscono "un sistema complesso di "spiegazioni e "giustificazioni": e combinano variamente continuità e discontinuità, memoria di ieri e percezione di oggi". Ai quale si aggiungono i vuoti di memoria, di cui parla la Bravo.

Credo che, al di là del loro oggettivo valore, in queste due (auto) analisi manchi anche solo un accenno ad una ipotesi direi assolutamente legittima: se non fosse scoppiato il caso Sofri-Calabresi, con l'auto denuncia di Leonardo Marino nel 1987, avremmo avuto lo sviluppo di queste riflessione in seno a LC?
Inoltre, l'alto livello di coesione di gruppo di Lotta Continua, anche dopo la lettura di questi due testi, non toglie l'impressione di un'aura di omertà persistente che aleggia ancora intorno ai fatti di cui LC fu responsabile e che fatica ancora a distinguerne e denunciarne responsabilità individuali. Per dirla con Primo Levi, manca loro un certa autoconsapevolezza di essere esponenti di una "zona grigia" di sopravvissuti come “peggiori”.
E poi sempre assai sorprendente quando si parla di mancata cultura della non violenza, che due intellettuali, ancora riescano ad omettere la figura di Albert Camus da quel panorama di alternativa possibile in cui Anna Brava trova il posto per Rudi Dutschke, Jan Palach, Gandhi, Thoreau, Capitini, Hanna Arendt e Simone Weil. (Camus, dunque, questo sconosciuto al sessantotto, cui anche Goffredo Fofi e Paolo Flores D'arcais non sono riusciti evidentemente a trarre alcun beneficio in termini di riflessione sull'uso delle violenza politica. L'uomo in rivolta, gli articoli sulla stampa relativi alla terrorismo algerino, paiono ancora intellegibili agli ex giovani dei movimenti)

PARTE SECONDA

Il contributo dei due testi riserva però anche altri spunti positivi ed interessanti: quelli relativi alle vittime del terrorismo e delle violenza politica.

"Anche se non si può separare il terrorismo dal clima di quegli anni, mi pare che alla parola dei suoi esponenti, donne e uomini, vada dato uno spazio a sé; sapere di aver ucciso è una condizione fronteggiabile solo con un salto di coscienza che parta dal dolore per l’irreparabile che si è commesso. Ne ho trovate poche tracce nei loro scritti e interviste, dove la coscienza della responsabilità è soffocata dall’enfasi sulla dimensione soggettiva e sulla nuova persona che ormai si è, dall’insistenza sul contesto di allora e sugli errori di analisi politica, più che sui crimini che ne sono derivati. Le vittime stanno fuori o sullo sfondo…", scrive Anna Bravo.
Luigi Manconi va molto oltre.
Già in premessa scrive: "trattare del terrorismo senza considerare il punto di vista delle vittime è operazione non solo parziale ma, probabilmente, fallace." Il suo libro vuole infatti trattare il fenomeno terrorismo che "va analizzato non solo dalla parte dei suoi attori precedente, attuali e potenziali, ma - contemporaneamente - dalla parte del sistema politico e delle vita sociale e dalla parte delle vittime."
Nel definire la stagione del terrorismo rosso, "una ferita che - lungi dal rimarginarsi - ha rischiato piuttosto di incancrenirsi (..) per la scia lunga e dolente di sofferenze", l'Autore precisa che "Appartengono a quella scia, innanzitutto, la schiera delle vittime e dei familiari delle vittime; e vi appartengono anche, su un altro piano, le vite spezzate degli "ex combattenti"." Sottolineo la precisazione, "su un altro livello", visto che frange di ex terroristi tendono a considere vittime solo loro stessi ancora oggi.
L'Autore precisa che utilizza il termine "combattenti", non perché in Italia ci sia stata una guerra o una rivoluzione, ma quella che definisce "una guerra civile simulata", per Manconi sinonimo di una lacerazione profonda del "patto sociale", che in quanto fatto non esclusivamente criminale, avrebbe richiesto da parte delle istituzioni dello Stato, pur senza fornire ai brigasti alcun riconoscimento politico sul piano giuridico, almeno una capacità di risposta che non si limitasse alla repressione giudiziaria. Una risposta dello Stato che fornisse loro un valore politico e sociale per agevolare una relazione con i terroristi in grado di essere più flessibile in occasione come quella del rapimento Moro, e soprattutto di affrontare l'uscita dagli anni di piombo con "una grande opera di "riconciliazione" che, nel nostro paese, invece non fu né realizzata né tentata.(…) A metà degli anni Ottanta (…) lo scampato pericolo e il conseguente sollievo determinano rimozione. Si crea un autentico buco nero, nel quale precipita un'intera fase storica, con i sui lutti e con le sue domande senza risposta." Il retaggio di quella fase è descritto dall'Autore, come "pesante, "resistente", in cui il dolore dei familiari delle vittime resta inchiodato dallo scarto tra l'aver subito un lutto "per ideologia" e la misura della pena inflitta al responsabile. Le vittime e i loro familiari sono quindi "immobilizzati in quel dolore, al quale non è stato dato alcun rilievo pubblico - alcuna funzione di testimonianza civile e di monito morale - se non nel momento delle esequie." Lasciandole nella "solitudine privata e la smemoratezza pubblica".
Il caso del libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, è considerato dall'Autore un caso raro di riconciliazione, "che opera positivamente per tutelare la memoria dei propri cari", al contrario dello Stato che non ha voluto "voltare pagina", ha preferito "il ritorno ad una normalità di superficie"."E' successo così che, periodicamente, una ferita non ancora rimarginata abbia ripreso a sanguinare" e ogni volta "le passioni sembrano avere la meglio sui tentativi di ricostruzione storica, si analisi sociologica, di mediazione e di ricomposizione politica". Una vera e propria reticenza "verso una discussione aperta", è la cifra che ha contraddistinto l'atteggiamento verso la questione del terrorismo: "tema critico e nervo scoperto di alcune tradizioni politiche e culturali, o di loro importanti componenti".
Conclude Manconi: "Insomma, la mancata riflessione ed elaborazione a proposito della "violenza rivoluzionaria" e della "violenza reazionaria" si sono alimentate, e continuano ad alimentarsi reciprocamente" privando il paese di una vera "pacificazione, che da una parte restituisca i "prigionieri"e dall'altra, "ancor prima", riconosca alle vittime il ruolo politico, morale, istituzionale e simbolico loro dovuto. Quello delle vittime, Manconi è assai chiaro, è stata una questione di "mancato spazio pubblico", cui solo nel 2004 è apparsa una prima controtendenza costituita dall'approvazione della legge n.206, precisa l'Autore. Le vittime "Nella memoria di quella "tragedia nazionale" sono - avrebbero dovuto essere, potrebbero ancora essere - anche altro (che semplice "parte lesa"): ovvero i soggetti che, in quanto più crudelmente feriti, più sarebbero in grado di contribuire a sanare quella stessa ferita".
L'Autore è consapevole che il tempo per "fare come il Sudafrica" sono scaduti, e pur con tutti i distinguo del caso italiano, giunge a proporre un "progetto verità", per perseguire una "riconciliazione" che giustamente precisa "non chiede di necessità - come esito inevitabile né, tanto meno, come condizione preliminare - la concessione del "perdono"."
Un progetto di commissione parlamentare di studio e di alto livello che raccolga le storie dei vari attori di quelle vicende, in seno al quale dare alle vittime un ruolo pubblico "altissimo e determinante".
In questo modo: "Le vittime e i familiari delle vittime, dunque, come protagonisti di quell'opera di ricostruzione storico-politica, di cui rappresenterebbero l'elemento cruciale e ineludibile, il "fattore umano" non cancellabile. Da ciò potrebbe discendere una intensa funzione pedagogica, un forte ruolo testimoniale, un denso significato di ammonimento: e la continuità non dimettibile di un messaggio della memoria".
Questa proposta per Manconi è fondamentale anche in prospettiva futura: il suo libro infatti traccia la continuità tra vecchie, nuove e nuovissime Brigate Rosse, giungendo a considerare anche possibili alleanze con il terrorismo jihadista.
Fare chiarezza sull'uso della violenza e chiudere i conti con l'uso che ne è stato fatto negli anni di piombo è quindi un prerequisito per la sua conclusione: non sarà possibile bandire completamente il terrorismo, ma "ridurlo a un ferrovecchio - che può fare assai male, come tutte le lame arrugginite - è possibile".

E' interessante aggiungere a proposito del ruolo testimoniale e pacificatore delle vittime, la nota di Anna Bravo sulla loro qualità narrativa. In una intervista dello stesso anno alla rivista Lo Staniero, sottolinea:
"Quello che mi indigna è il fascino che i reduci del terrorismo sembrano esercitare sui media. Su di loro si scrivono libri, si fanno film, si pubblicano loro interviste. E sono per lo più povere cose, parole di aspiranti caporali. Sulle vittime invece, quasi silenzio. Eppure sono molto più “interessanti” Guido Rossa, Bachelet, Casalegno che non i loro assassini – dico interessanti proprio nel senso di narrativamente ricchi, non nel senso di umanamente nobili. Credo che in nessun altro periodo si sia dato tanto spazio ai “cattivi” e così poco alle loro vittime."

Quasi un decennio separa l'oggi da questi due testi. Nel frattempo molte vittime, in particolare figli e figlie delle vittime, hanno scritto e testimoniato; la memoria pubblica delle vittime ha guadagnato spazi pubblici nelle targhe in ricordo dei caduti in molte città, e le associazioni delle vittime hanno da tempo iniziato la loro opera pedagogica nella scuola. Manconi stesso ricorda l'istituzione del Giorno delle Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, nel 2008, che ogni anno il 9 maggio viene celebrato ad alto livello istituzionale. Tutto ancora con molti limiti, difficoltà e frizioni, retaggio di quanto descritto bene da Manconi. Da allora, però, il dato più importante che è emerso, come ho già avuto modo di sottolineare altrove, è quello che l'analisi dei terrorismi italiani sia diventato oggetto di ricerca delle nuove generazioni, prive di conoscenza diretta e soggettiva dei fatti. Questo distacco è la garanzia migliore per la memoria delle vittime e la qualità storiografica o sociologica degli studi in materia.
CULTURA
La zona grigia ieri e oggi (e domani)
18 ottobre 2014
Così conclude Primo Levi il suo articolo il giorno dopo l'uccisione di Aldo Moro sulle colonne de 'La Stampa': "(...) Se, per ipotesi assurda, (le Brigate Rosse) dovessero prevalere, non c'è dubbio che il Paese sarebbe sommerso da una marea di barbarie senza uguali nella storia moderna, forse perfino più odiosa di quella delle «non ancora dimenticate SS naziste» a cui esse osano paragonare le forze dell'ordine." (10.05.1978)

Primo Levi, nella sua opera finale, I sommersi e i salvati (1986), colloca i sopravvissuti ai Lager nazisti (e se stesso) fra i “peggiori”; Adriano Sofri, nelle due lettere del 2008 su il Foglio e il Corriere della Sera, colloca gli assassini del commissario Calabresi (e se stesso) fra i "migliori".
Questo l'abisso di tempra morale tra due figure esponenti della zona grigia, seppur di due contesti storici diversi: i Lager del terzo Reich e gli anni di piombo italiani. Contesti che però è lecito accostare perché l'autore stesso del concetto di "zona grigia" lo suggerisce alla fine dal capoverso in cui lo presenta: "La zona grigia della «protekcja» e della collaborazione nasce da radici molteplici.(…) Questo modo di agire è noto alle associazioni criminali di tutti i tempi e luoghi, è praticato da sempre dalla mafia, e tra l'altro è il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni '70". (P. Levi, I sommersi e i salvati, pagg. 29-30)

Se gli studiosi di Levi, come Anna Bravo (1), hanno sottolineato giustamente che "Si potrebbe scrivere un libro sugli usi e gli abusi fatti del termine zona grigia", dall'altra parte, nessuno di loro mi risulta si sia preso la briga di domandarsi ed approfondire quel riferimento così esplicito al terrorismo italiano (*).

Rientra così in una tendenza, per fortuna in regresso (come segnalato in precedenti articoli), cui siamo ormai abituati da decenni: il ruolo di supplenza svolto dai giornalisti alla carenze degli studiosi sui temi caldi della stagione dei terrorismi. Infatti quest'anno è apparso il volume di Massimiliano Griner, "La zona grigia". Sottotitolo: "Intellettuali, professori, giornalisti, avvocati, magistrati, operai, Una certa Italia idealista e rivoluzionaria", per i tipi di Chiarelettere.

Il libro si compone di una carrellata di storie e personaggi che hanno aderito, fiancheggiato, simpatizzato o accettato il terrorismo eversivo di sinistra; che con le loro simpatie, silenzi, complicità indirette o scoperte, hanno reso possibile l'ampiezza, l'intensità e la durata del terrorismo del caso italiano.
Scrive l'autore che «La molla principale alla realizzazione di questo libro è stata l’indignazione verso un ambiente spesso arrogante e protetto che, diversamente da alcuni ex brigatisti, non ha fatto un solo passo indietro; non una riflessione sul proprio operato; non un ripensamento o un’ammissione di responsabilità per le tante sofferenze causate alle vittime e alle loro famiglie».

In vero qualche riflessione c'è stata anche in quell'area, e l'autore forse avrebbe fatto bene a sottolineare meglio che quanto ha riportato è una selezione parziale di quanto emerso solo pubblicamente nel corso dei decenni. Inoltre, il pur ampio quadro di tipologie è tratteggiato in modo talvolta insufficiente per valutare il livello di coinvolgimento nel fenomeno terrorista del singolo esponente. Infine, tra gli intellettuali, sono inclusi solamente i "clerici" laici.

Salvo rari casi con vasta letteratura, come quello Sofri-Calbresi, di fronte a questa area è quindi importante approfondire sia quantitativamente che qualitativamente, cercando di esimersi da giudizi netti ed affrettati. Come insegna sempre Primo Levi, è bene sfuggire sia dal sentimentalismo che tutto assolve, sia dal moralismo astratto che vuole tosto giudicare.

Siamo infatti di fronte ad un crinale delicato, fatto di livelli e responsabilità diverse e graduate. Come scrivevo a proposito del softpower da utilizzare oggi in termini preventivi nei processi di radicalizzazione attuali, siamo qui di fronte ad una area dinamica che esprimeva livelli diversi di coinvolgimento con il fenomeno. Un'area, quella grigia degli anni di piombo, che un programma USA (The Minerva Initiative) poi bloccato da carenze di fondi federali, voleva indagare scientificamente per trarre indicazioni utili alle sfide attuali.
Un peccato, perché una riflessione di quell'area oggi avrebbe potuto rimediare la sua propria tardività con una qualche utilità per il futuro.

---------------------
(*) In vero è la stessa Anna Bravo l'unico caso di un'analisi critica, seppur soggettiva, dall'interno, e probabilmente in parte inconsapevole, della zona grigia intorno al terrorismo degli anni '70: non a caso una studiosa della Shoa e di Primo Levi. 10 anni fa suscitò aspre polemiche la sua intervista a la Repubblica relativa al suo saggio “Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci” , pubblicato sul numero III/1 (2004) della rivista “Genesis” (per informazioni: www.societadellestoriche.it dove è reperibile), nel quale studia i rapporti del  femminismo e di tutta la nuova sinistra degli anni settanta, a cominciare da Lotta continua, il gruppo di cui ha fatto parte, con le varie forme di violenza (materiale, simbolica, ideologica). E' la prima volta che viene affrontato il tema delle violenza politica senza infingimenti e giustificazionismi, da perte di chi era stata parte del movimento.
Tre anni dopo, Luigi Manconi, anche lui ex militante di LC, riprenderà sostanzialemnte le sue tesi, sviluppando una ampia analisi sociologica sul terrorismo rosso in Italia tra il 1970 e il 2008. "Terroristi italiani" (RIzzoli). Si veda la recensione di entrambi i testi qui
SOCIETA'
L'uscita dal terrorismo italiano e la cultura cattolica
12 ottobre 2014
Il saggio della ricercatrice fiorentina Monica Galfré, La guerra è finita. L'italia e l'uscita dal terrorismo 1980-1987, Laterza, 2014, ricostruisce il lungo percorso con il quale l’Italia si è lasciata alle spalle la terribile stagione di sangue del terrorismo.
Il sistema carcerario, e, soprattutto, la cosiddetta legislazione premiale, sono in vero stati a lungo studiati sia in Italia che all'estero, in quanto il caso Italiano è considerato un importante case-study di exit strategy dal terrorismo. Ma il tormentato cammino verso la normalizzazione è qui osservato attraverso il dibattito tra i vari attori dell'epoca, e quanto viene maggiormente approfondito è il fenomeno delle aree omogenee e della dissociazione.
In particolare le fonti più interessanti, che si aggiungono a quelle tradizionali costitute da giornali, testimonianze, atti parlamentari e studi pregressi, sono quelle di alcuni archivi. Della decina elencata in apertura del saggio, segnalo soprattutto quelli di Ernesto Balducci e di Mario Gozzini. Attori, l'uno sociale, l'altro politico, afferenti entrambi al mondo cattolico interessato al processo di pacificazione e alla salvezza, anche politica, dei militanti: quelle migliaia di giovani che attraversata l'esperienza eversiva stavano pagando in carcere le loro responsabilità più o meno gravi, in condizione di regime emergenziale.
Le carenze e le incertezze della politica e il conseguente ruolo supplente giocato dalla magistratura e dalla Chiesa con le sue associazioni cattoliche (dalla Caritas al Gruppo Abele, dalla Corsia dei Servi alle Edizioni Cultura della Pace), sono i tratti più interessanti del testo della Galfré. Grazie ai due archivi sopra citati però, il tratto con maggiore originalità è proprio la dinamica interna al mondo cattolico di fronte alla gestione degli ex terroristi nel post emergenza.
Se infatti lo scontro politica-magistratura, seppur grave, è  riconducibile in seno a dinamiche ed equilibri tra istituzioni dello Stato, il dibattito interno al mondo cattolico esprime un interessante divisione tra cattolici delle istituzioni (Gozzini) e cattolici dei movimenti (Balducci). Una divisione tra chi ha senso dello Stato e chi si pone fuori e contro di esso: tra un cattolico liberale e un cattolico postconciliare con simpatie verso teologie della liberazione. Quella di Balcucci è infatti una visione dello Stato che coltiva la visione cospiratrice dei mali del paese traendo linfa dalla Commissione parlamenta presieduta da Tina Anselmi sulla P2; che giustifica lo scontro contro lo Stato in nome, per usare la dicotomia di Max Weber, dell'etica della convinzione; e che giunge, diciamo biblicamente, ad interessarsi esclusivamente di Caino.

Già e Abele, ovvero le vittime del terrorismo?
Oltre alle preoccupazioni espresse da Gozzini, vero ponte tra mondo cattolico e Parlamento, ed espressione dell'etica della responsabilità che accusò Balducci di "giustificare il terrorismo come "apoligia del"tirannicidio sacro""; nell'introduzione l'Autrice si premura di scrivere che: "quanto al processo di riconciliazione, sono oggi in molti a rilevare - anche al di là delle polemiche pubbliche - la marginalità del ruolo attribuito alle vittime, a riprova di una mancata assunzione di responsabilità da parte delle istituzione." Il riferimento in nota è al testo di Luigi Manconi, Terroristi italiani, e soprattutto, per il carattere scientifico, a quello dei professori inglesi Anna Cento Bull e Philip Cooke di Ending Terrorism in Italy (qui recensito).

Forse questo ultimo testo, sarebbe stato utile che fosse stato più ponderato da parte dell'Autrice, per almeno un paio di motivi.
Il primo per una rilevante chiarezza concettuale. L'Autrice infatti usa alternativamente ed indifferentemente i temi di 'pacificazione' e di 'riconciliazione'. Mentre il primo soffre solo di genericità, il secondo è inesatto. Il testo inglese di Anna Cento Bull e Philip Cooke si prende cura di distinguere, fornendo ampia letteratura, tra processo di 'conciliazione' e quello di 'riconciliazione': il primo è tra due attori (stato e esecutori del crimine) il secondo è tra tre attori (Stato, esecutori del crimine e vittime del crimine).
Avendo l'Autrice convenuto che il ruolo delle vittime in quella fase storica è stato escluso, se non nella versione perdonista, quella cioè di chi ha espresso il proprio perdono ai carnefici, avrebbe dovuto sempre utilizzare il termine 'conciliazione'. Il punto è che forse l'arroganza e la misericordia cattolica si è permessa di sostituirsi ai sentimenti delle vittime, verso i quali, ad esclusione di chi perdonava, si temeva una 'pagana' volontà vendicatrice. Il quadro è ben delineato in queste righe: "le sofferenze e i diritti delle vittime apparivano sen'altro schiacciati su quegli altissimi esempi morali e cristiani di perdono concessi spontaneamente e a titolo gratuito da alcune famiglie cattoliche" (Giovanni Bachelet, Maria FIda Moro, Gabriella Tagliercio, Stella Tobagi, Publio Fiori).
Nel caso Italiano se proprio si volesse parlare di riconciliazione questa è avvenuta scambiando uno dei tre attori, nel senso che la Chiesa, ovvero la sua cultura, si è sostituita alle vittime, che sono state lasciate da tutti (Stato e Chiesa) al loro destino, che è poi stato quello di auto-organizzarsi proprio in quegli anni.

Il secondo motivo di sottovalutazione del testo inglese, Ending Terrorism in Italy, riguardo proprio questo malinteso.
L'Autrice, cita solo due casi di vittime non 'perdoniste', Carol Beebe Tarantelli e Sergio Lenci. Le cita però solo per sottolineare l'incomunicabilità tra vittime e carnefici, se il rapporto si pone su un piano dialettico e non metafisico. Perde invece l'occasione di controllare il carattere vendicativo loro attribuito dalla cultura cattolica e di segnalare che in quegli stessi anni stavano costituendosi in associazione e promuovendo propri convegni, come a Torino nel 1986.
Se avesse letto le interviste alle associazione delle vittime, contenute in Ending Terrorism in Italy, o avesse gettato un'occhiata ai loro siti web, Monica Galfrè si sarebbe accorta che la posizione delle vittime è sempre stata di assoluto rispetto dello stato di diritto: la loro sete di verità e giustizia non si è mai caricata di vendetta. Protestare contro provvedimenti di amnistia, grazia o indulto quando si è stati esclusi dal processo di pacificazione è scelta politica appena legittima, che chiede e chiedeva conto delle ambiguità dello Stato e di quelle due culture, la marxista e la cattolica, sulle quali si erano radicalizzati migliaia di giovani tra la scarsa consapevolezza, o la cinica ipocrisia, politica dei due partiti dominanti degli anni '70: il PCI e la DC.

In verità, stendere l'oblio sulla stagione del terrorismo era il fine primario, per alcuni, e secondario, per altri, rispetto al recupero degli ex terroristi. Gli unici che potevano rompere l'incantesimo dell'oblio erano le vittime. Dopo venti anni di battaglie ci sono riuscite, anche grazia alla collaborazione tra le vititme dell'eversione rossa e quelle delle stragi nere che porterà al varo della legge n. 206 del 2004 e all'introduzione di un Giorno della Memoria nel 2007.
Questo l'autrice non lo dice, preferisce chiudere il suo lavoro con un quadretto sentimentale ed idilliaco di pacificazione che ha luogo sulle lievi colline fiorentine tra circensi attività dai tratti felliniani  e ruvidi tratti dei volti di ex militanti… perché non si possono chiamare ex terroristi: è stata una guerra civile contro un Stato corrotto, con una economia in crisi, con un sistema scolastico inadeguato e uno carcerario incivile.
Se fosse stato così, chissà cosa dovremmo vedere oggi!
politica interna
Popper, il PD e il caso Moro
21 settembre 2014
PD -Aldo MoroVenerdì scorso si è svolto anche a Torino l’incontro “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro. Il racconto del presidente DC rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse attraverso la lettura dei documenti di Stato”. Nel programma sono previste le partecipazioni di Fabrizio Morri, Davide Gariglio, Antonio Boccuzzi, Luciano Violante, Piero Fassino, Sergio Chiamparino e Gero Grassi. Ma sindaco e governatore non si fanno vedere e, al posto di Violante, in trepidante attesa a Roma, si presenta l'ex Procuratore Capo di Torino, Caselli.
Il vero promotore dell'iniziativa è il vice presidente del gruppo del PD che sta girando l'Italia con un format ed una idea fissa: una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. Idea arenata in Parlamento e che il format portato in giro di città in città dal parlamentare pugliese dovrebbe spalleggiare.
La carriera politica di Gero Grasso è tipica: consigliere comunale, funzionario in regione, immancabile qualifica di giornalista, in seno al corso DC-PPI-Margherita-PD e con classico trascorso anche nel sociale cattolico: le ACLI.

Il format, come recita la locandina che si ripete in ogni sede, è un racconto. Gero Grasso si presenta al pubblico con un pacchetto di bigliettini sui quali sono trascritte  brani tratti dai "documenti di Stato", cioè quelli delle precedenti Commissioni parlamentari che si sono succedute nei passati decenni, che vengono letti in una narrazione che non ha alcun filo logico, se non l'intento di impressionare procedendo per giustapposizioni di dichiarazioni e testimonianze atte ad enfatizzare la dimensione cospiratoria, misteriosa e complottistica delle vicenda del rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. P2, Licio Gelli, CIA, KGB, Mossad, Dalla Chiesa, Andreotti, carabinieri, terroristi, politici e agenti segreti: una sfilza di dichiarazioni per comporre un quadro a tinte fosche dal quale giustificare la nuova Commissione parlamentare. Per "far luce".

Non è che non restino aspetti anche rilevanti da chiarire, sul caso Moro e non solo su quello, ma anche in relazione a tutto il periodo del terrorismo e delle stragi. Ma è altresì evidente si tratta di una proposta priva di ogni seria prospettiva politica, storica e culturale. Anche il governo desecretasse altri atti relativi al caso Moro, l'approccio politico proposto è veramente privo di ogni sensatezza.

Verrebbe infatti da ricordare quanto scritto da Giovanni Moro nel suo Anni Settanta, ma per precisione preferisco utilizzare il recente libro, Il terrorismo italiano, qui recensito, sulla storia del dibattito sul terrorismo italiano che sottolinea come, non solo la letteratura scientifica, ma anche e sopratutto quella vastissima non-scientifica, cioè proprio quella promossa da politici e giornalisti, è stata pervasa dalle opposte visioni complottistica e anti-complottistica. L'autore, Giovanni Mario Ceci, spende giustamente il nome di K. R. Popper che ne  La società aperta e i suoi nemici, spiega bene i limiti delle teorie cospirative.

"Illustrerò brevemente una teoria che è largamente condivisa, ma che presuppone quello che considero precisamente il contrario del vero fine delle scienze sociali: quella che chiamo «la teoria cospiratoria della società». Essa consiste nella convinzione che la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev’essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo. Questa concezione dei fini delle scienze sociali deriva, naturalmente, dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti. [...] Nelle sue forme moderne esso è [...] il tipico risultato della secolarizzazione di una superstizione religiosa. [...] La credenza negli dèi omerici le cui cospirazioni spiegano la storia della guerra di Troia è morta. Gli dèi sono stati abbandonati. Ma il loro posto è occupato da uomini o gruppi potenti – sinistri gruppi di pressione la cui perversità è responsabile di tutti i mali di cui soffriamo – come i famosi savi di Sion, o i monopolisti, o i capitalisti o gli imperialisti."

Non stupisce che un autore, e la sua cultura liberale, come Popper, sia ancora oggi sconosciuto nel'Italia partitica erede di DC e PCI.
Auguriamoci, dunque, che il governo Renzi continui la sua politica di trasparenza liberando atti e documenti secretati, ma il lavoro di ricerca e di ricostruzione storica sia lasciato in mano alla nuova generazione di studiosi che con gli anni di piombo non hanno più legami e interessi di sorta. I quali, soprattutto, usano fonti e metodologie "per far luce", che sono ormai, e per fortuna, anni luce di distanza dall'approccio partigiano del Parlamento.


CULTURA
Luci ed ombre nel dibattito sul terrorismo italiano
7 settembre 2014
Giovanni Mario Ceci. Il terrorismo italiano. Storia di un dibattito. Carocci editore, 2014.


Premessa
Sono in autostrada diretto all'aereoporto di Malpensa per volare in Danimarca, alla radio, su RADIO3, sento la presentazione di un libro fresco di stampa con l'intervista al suo autore che dice più o meno: "non ci crederà ma uno dei filoni di ricerca più promettenti è quello delle memorie dei familiari delle vittime del terrorismo". Attivo la mia attenzione e mi registro il nome: Giovanni Mario Ceci e il titolo del suo libro che ricostruisce e presenta il trentennale dibattito accademico sul terrorismo italiano nell'ambito delle scienze storico-sociali. Ad Aahrus mi accolgono i professori Anna Cento Bull e Lorenzo Cecchini per due giorni di lavori presso la locale università e subito racconto loro della trasmissione chiedendo se avessero notizie di questo nuova pubblicazione. Anna mi risponde di aver ricevuto una email dall'autore che le scrive di aver dato ampio risalto al suo lavoro.
In effetti nelle pagine finali del penultimo capitolo sul dibattito recente a proposito dei "tentativi di elaborare categorie concettuali in grado di fornire un'interpretazione complessiva delle stagione terroristica" si possono leggere due nomi: "Autori di queste riflessioni sono soprattutto due dei più acuti interpreti degli ultimi anni della recente storia nazionale, Anna Cento Bull e Marc Lazar".
Purtroppo però l'Autore si è perso l'ultimo lavoro di Anna Cento Bull, "Ending Terrorism in Italy", uscito presumibilmente quando aveva già terminato la sua ricerca. Un vero peccato perché avrebbe potuto chiarire meglio alcuni prospettive sul futuro degli studi che nel capitolo sulle considerazioni finali restano appena delineate e in un paio di casi, omesse.

Andando per punti, faccio seguire le mie considerazioni da questa mia particolare postazione che da una parte mi ha portato a collaborare da 15 anni con l'Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter) e da tra 3 a con la rete RAN della DG Home della Commissione Europea sui temi della radicalizzazione violenta, e dall'altra mi riconduce agli studi di storia con Franco Venturi, di anni assai più lontani.

Dibattito accademico e dibattito pubblico.
Ero interdetto dal sottotitolo. Mi domandavo, ma quale dibattito? In vero, il termine dibattito è inteso dall'Autore, ed in ambito accademico, come quello 'virtuale' tra libri scientifici: l'eredità e le critiche che ogni studioso porta rispetto a quelli che lo hanno preceduto. L'Autore stesso parla di un ricco "dibattito propriamente scientifico sul terrorismo italiano", ma osserva: "tuttavia, sino ad oggi, esso è stato quasi del tutto ignorato e mai riconosciuto".
Un filone di ricerca che aggiungerei è, allora, proprio quello di analizzare il rapporto tra dibattito accademico e quello pubblico a livello di quotidiani e media. In questi ultimi trenta anni l'attenzione dei media è sempre stata essenzialmente verso quelle pubblicazioni non scientifiche: dalla "memorialistica armata" degli ex terroristi alla saggistica dietrologica incentrata su teorie del complotto. Gli inserti letterari al massimo hanno recensito romanzi sugli anni di piombo. Anche quando hanno recensito saggi non mi risulta si siano mai sviluppati dibattiti e polemiche. Vige ancora un clima ipocrita per cui tutti meritano una recensione, ma il diritto di replica e polemica, in ambito appunto accademico, è questione dalla quale direttori di giornali e responsabili culturali si tengono alla larga.
In epoca di internet le cose sono cambiate, ma solo in apparenza: qualche polemiche può nascere on line in rete, ma l'eco non approda sui media tradizionali.
Il caso più recente riguarda Alessandro Orsini, ricercatore nella nuova generazione citato dall'Autore per la sua monografia sulle BR, e che ho invitato più volte ad iniziative di Aiviter e della RAN, il quale è stato violentemente attaccato utilizzando però una sua più recente pubblicazione su Gramsci e Turati. La polemica si è scatena on line, ma quando due recensione sono apparsa, una positiva su "la Repubblica" a firma di Roberto Saviano, l'altra negativa da parte dell'esponente delle vecchia generazione sessantottina, Angelo d'Orsi, su "La Stampa", nessuna replica è seguita, se non il silenzio. (Si veda in merito i precedenti post su questo blog )

Deficit storici e studiosi embedded.
Avendo scritto tre anni e mezzo fa un post intitolato, in modo un po' avventato, "L’accademia italiana di fronte agli anni di piombo",  la lettura del libro di Giovanni Mario Ceci mi ha fornito alcune (s)consolanti conferme. Infatti nonostante il profluvio di pubblicazioni sul fenomeno terroristico italiano, l'Autore rimarca il fatto che gli storici hanno avuto nel dibatto "un ruolo decisamente minore", come del resto anche a livello internazionale. Inoltre, molti lavori tanto storici che nelle scienze sociali, sopratutto quali realizzati 'a caldo', ma in generale quelli prodotti della generazione che vissuto i fatti di cui scrive, erano talvolta viziati da "pregiudizi legati alle culture politiche di appartenenza di ciascun studioso".
Ceci, in ambito di studi internazionali, utilizza il termine di studiosi 'embedded' quando sono sospetti di essere privi di una autonomia critica in quanto legati in maniera troppo stretta agli organi di governo (di difesa o intelligence). Per l'Italia, l'Autore è più cauto, ma si potrebbe ben parlare di studiosi embedded nella galassia delle sinistra, del PCI in moltissimi casi. Le ricerche sul terrorismo, per altro quasi tutte assai valide, del Centro studi Cattaneo furono finanziate dalla Regione Emilia Romagna. Gli studiosi dell'Università di Torino, da Tranfaglia a Bravo, erano parte del sistema PCI/CGIL e i loro lavori nascevano talvolta addirittura in seno alla "Sezioni Problemi dello Stato" del PCI prima ancora che all'Università.
Traspare abbastanza chiaramente che molte di quelle analisi, in particolare quelle 'monocausali', sono reperti oggi privi di ogni utilità interpretativa in quanto frutto avvelenato di teoremi politici a priori del fenomeno, anche se per alcuni di loro, specie la versione più complottistica della teoria del "doppio Stato", conta ancora oggi una discreta fortuna tra alcuni giovani ricercatori, epigoni della tradizione marxista.

Nel panorama degli studi italiani verrebbe quasi da tracciare una geopolitica: le ricerche italiane pare abbiano 4 punti di propagazione: Torino, Bologna, Padova e Roma. Ci sono delle peculiarità nelle ricerche sorte in ciascuno di tali centri? Lo accenno solo come ulteriore suggestione per ricerche future.

Le vittima, ovvero la storia al contrario e il ruolo rimosso.
Nell'introduzione e nelle conclusioni trovo quello che avevo ascoltato alla radio: a seguito dell'istituzione della giornata delle memoria dedicata alla vittime del terrorismo (nel 2007) "Negli ultimi anni, nel discorso pubblico si è dato in effetti sempre più spazio al punto di vista delle vittime, che rapidamente è divenuto significativamente un terreno d'elezione anche per l'editoria". E di studi su memoria, contromemoria e conflitti di memoria che prendono in oggetto sia le "politiche della memoria che il ruolo delle associazioni dei familiari delle vittime", sia "quell'insieme di libri, testimonianze, analisi della generazione i cui genitori sono stati vittime di azioni terroristiche".

Non era probabilmente compito di tale saggio sottolineare un aspetto storico che riguarda le vittime, ma siccome si configura come opposto rispetto a quello storiografico occorso alle vittime della Shoa, vale la pena introdurlo come ulteriore filone di ricerca.
Come sottolineai in un mio intervento a Bruxelles nel 2011: "Tzvetan Todorov ci ricorda che la base di ogni ricerca storica è la sistemazione curata e completa dei fatti, come il “Memoriale dei deportati ebrei” redatto in Francia da Serge Klarsfedl che documenta con estrema semplicità i nomi, i luoghi, le date di nascita. Questa attività risponde innanzitutto a una prima necessità: restituire dignità a tutte le vittime."
Il paradosso risiede nel fatto che fino al 2007 non c'è stato alcun elenco delle vittime del terrorismo; e a tutt'oggi manca un elenco esaustivo dei feriti e delle vittime italiane del terrorismo internazionale.
Se il libro di Donatella delle Porta, "Cifre crudeli", riporta i dati quantitativi fino al 1982, i nomi delle vittime individuali, i feriti e quelle dei casi di terrorismo internazionale non appaiono fino al 2001 quando tale attività ha iniziato a svolgerla Aiviter, sul suo sito internet.

Il secondo paradosso è relativo al valore pedagogico della testimonianza delle vittime. L'identità europea delle generazioni postbelliche si è formata sulle testimonianze dei sopravvissuti alla Shoa, che le hanno vaccinato - seppur non nella completa totalità -  dai virus fascisti, nazionalisti e razziali, mentre in Italia solo quest'anno si è giunti ad un protocollo tra Ministero dell'Istruzione ed associazioni delle vittime, per pianificare delle attività nelle scuole sul tema del terrorismo. In questi trent'anni solo l'iniziativa dei singoli e delle associazioni ha visto alterni e disomogenei interventi nelle scuole per portare testimonianza sui fatti e su un fenomeno assente dai programmi scolastici. Una testimonianza quella delle vittime, cui sfugge tuttora ai più, il valore di prevenzione dei processi di radicalizzazione che può svolgere se articolata con metodo e programmi bene definiti.

Questa paradossi sono figli di un fattore che si comprendono dalla lettura del saggio "Ending Terrorism in Italy", di Anna Cento Bull e Philip Cooke (Routledge, 2013) - qui recensito - nel quale viene ben delineata "la "strategia dell’amnesia" portata avanti dallo Stato Italiano". Il concetto che Ceci accenna nel suo saggio solo come "il rischio di un possibile 'oblio', se non addirittura di una vera e propria rimozione collettiva del ricordi degli "anni di piombo.", riferendosi a De Luna e Grevi, nel saggio inglese di Cento Bull viene analizzato come frutto di una strategia che dalle leggi premiali su pentiti e dissociati è proseguita in quel processo di conciliazione con i terroristi svolto nell'ombra, con l'ausilio delle Chiesa e delle organizzazioni cattoliche, lasciando le vittime prive di ruoli nell'exit strategy condotta dallo Stato. Una strategia che spiega bene le "ferite aperte", di cui peraltro Ceci è ben consapevole, la povertà del lavoro storiografico sulle vittime e la mancata attribuzione di un ruolo sociale e pedagogico a queste ultime.

Le due omissioni e un vulnus.
Quello che nel saggio di Cento Bull e Cook è segnalata come una delle piste di ricerca più interessante, cioè quella sul ruolo della Chiesa e delle associazioni cattoliche nella fase di uscita dal terrorismo, è una delle omissioni del capitolo finale.
L'altra è quella relativa al terrorismo internazionale in Italia durante gli anni di piombo. A fronte di qualche ricerca su fatti specifici, come l'attacco palestinese all'Achille Lauro, anche in quel settore è tutto da costruire. A partire da quello basico sopraricordato: i nomi e i fatti.
( Si veda la mia intervista su La Stampa del 2011 e il post "Premessa ad una ricerca sul terrorismo internazionale e le sue vittime")

Infine un vulnus: la ricerca spagnola. Dal punto di vista della valorizzazione delle vittime come fonti storiche e attori sociali dotati di una autonomia politica e di una valore civile di contrasto al terrorismo, il vulnus del saggio è rappresentato dalla assenza del panorama della ricerca storico-sociale spagnola sul terrorismo.
Gli studi spagnoli sull'ETA e le sue vittime e quelli comparativi Italia/Spagna/Irlanda del Nord, come quello di Rogelio Alonso, o della ricercatrice italiana in Spagna Agata Serranò (1), (ma anche  lo stesso "Ending Terrorism in Italy") avrebbero probabilmente permesso all'Autore di ampliare ulteriormente le prospettive del capito conclusivo, soprattutto in relazione alle vittime.

Studiosi vittime

E' vero che l'indice dei nomi, anche al netto di quelli non italiani, è pur sempre molto ampio, ma non posso non notare che 4 autori scientifici (cioè al netto della memorialistica, come nei casi Rossa, Calabresi e Tobagi, etc.) sono vittime del terrorismo: Angelo Ventura, Guido Petter, Giovanni Moro e Carol Beebe Tarantelli.

Angelo Ventura è giustamente posto in grande risalto. Egli è il primo nome che si incontra della rassegna di Ceci, ma anche alla sua fine, nel bilancio, quando riconosce chi ha maggiormente contribuito a connotare la complessità del fenomeno terroristico: "come hanno dimostrato con chiarezza nei loro lavori Ventura, della Porta, Drake e Weinberg, i principali protagonisti del dibattito".
Mi permetto di aggiungere una notazione metodologica che avevo colto subito nei testi di Angelo Ventura quando la raccolta dei suoi contributi 'a caldo' fu edita da Donizzetti nel 2010 con il titolo: "Per una storia del terrorismo italiano", utilizzando le parole di Sergio Luzzato nella sua recensione sul Domenicale del Sole24Ore, :
"….i saggi di Angelo Ventura colpiscono per la capacità del professore universitario di farsi – a ridosso degli eventi, anzi dentro, quando il terrorismo rosso ancora non apparteneva al passato – una sorta di "storico del presente". Ci sono, negli studi pubblicati da Ventura trent'anni fa e raccolti ora da Donzelli, sollecitazioni di metodo e abbozzi di analisi di cui si potrà fare tesoro nel momento in cui si vorrà ricostruire compiutamente la storia del terrorismo italiano. A cominciare dall'idea che tale storia richieda (parole del 1984) «una lettura globale», dove le imprese del terrorismo rosso vengano studiate contestualmente alle imprese del terrorismo nero, alle trame eversive dei poteri occulti, ai rapporti con la criminalità organizzata, ai collegamenti internazionali sia dei terroristi sia dei servizi segreti.
C'è poi l'aureo principio per cui la storia del partito armato, in quanto storia "normale" di un movimento politico, va ricostruita anzitutto studiando, "banalmente", gli individui che lo hanno promosso, le idee che essi hanno elaborato, i gruppi che li hanno sostenuti sul campo.
Angelo Ventura studia i rivoluzionari italiani del Sessantotto e dintorni alla maniera in cui un maestro degli studi novecenteschi di storia, Franco Venturi, era andato studiando i rivoluzionari del Sette o dell'Ottocento, i giacobini francesi, i populisti russi: cioè a prescindere da ogni sociologismo, guardando agli uomini in carne e ossa, ai loro materiali di lavoro e di lotta, alle loro azioni o realizzazioni concrete. Insomma praticando una storia (diceva Venturi, in polemica con tante bardature di metodo o di pseudo-metodo) «senza additivi»: nomi, luoghi, date..."

Mi sembra opportuno qui segnalare un testo poco noto del professore padovano: quello del suo intervento in occasione del primo convegno promosso Aiviter a Torino nel 1996, "Lotta al terrorismo. Le ragioni e i diritti delle vittime". Raccolta di atti che abbiamo recentemente reso di libero accesso in rete, pubblicandone la versione digitale.
Quell'intervento è stato oggetto di riflessioni dell'Aiviter ancora recentemente utilizzate sul caso Sofri.

Guido Petter, anch'egli vittima di una violenta aggressione a Padova, ha il merito di aver gettato negli studi psicologici una prima analisi, in analogia con Gabriele Calvi, sulle caratteristiche di quella "costellazione" che oggi viene chiamata processo di radicalizzazione e che non pare avere avuto aggiornamenti in anni recenti nel nostro paese.

Sul valore del pamphlet di Giovanni Moro sugli anni Settanta non ho nulla da aggiungere al giusto rilievo che Ceci gli attribuisce. Non conosco invece il lavoro scientifico di Carol B. Tarantelli.

Conclusione
Anticipo le scuse a Giovanni Mario Ceci per il modo poco ortodosso di recensire un lavoro che merita sicuramente grande attenzione e più accurate modalità. Mi auguro che questo saggio sia di vero stimolo ed apertura a future proficue ricerche, come del resto è nelle intenzioni esplicite del suo Autore.


(1) Serranò A., Le armi razionali contro il terrorismo contemporaneo: la sfida delle democrazie di fronte alla violenza terroristica, Giuffrè Editore, 2009

SOCIETA'
Gli anni di piombo e la forza del destino
9 febbraio 2013

Ricordare stanca
, il libro di Massimo Coco, figlio del Procuratore Generale di Genova Francesco ucciso con la scorta dalla Brigate Rosse a Genova nel 1976, si presenta certamente anomalo nel panorama della letteratura dei figli degli anni '70, e in particolare quella che investe le vittime del terrorismo. Tale natura particolare, sono certo che assicuri a questo libro vita difficile, per non dire ostracismo, in un paese dove la polemica culturale è ingessata da vent'anni sugli stessi binari morti e dove sui temi del terrorismo vige un conformismo ferreo tra le parti. I supplementi dei quotidiani e le riviste letterarie si guarderanno bene dal recensirlo, anche se in vero Ricordare stanca chiude un ciclo di produzione editoriale: quello aperto nel 2006 da Giovanni Fasanella, con il suo I silenzi degli innocenti.

L'anomalia del libro si articola, da una parte, nell'approccio irriverente e sarcastico dell'autore verso quanto è stato scritto ed agito dai colleghi di disgrazia, in particolare dagli altri figli autori di libri e interpreti del ruolo di vittime del terrorismo; dall'altra nell'approccio laico, al confine con il paganesimo, verso i cosiddetti "ex terroristi" e "cattivi maestri".

Nel Capito 2 troviamo una caustica descrizione del modo in cui si articola il mondo delle vittime, superstiti e familiari, del terrorismo: "…la prima Grande Classificazione Organica di quella specie animal-umana denominata appunto "Vittime del Terrorismo". Un Victimarium che, parafrasando la tassonometria dantesca con i suoi 'gironi' e 'bolge', introduce la prima questione politicamente scorretta, con la macro divisione tra vittime di serie A (le VIPtime) e quelle di serie B (le vittime).
Al ciclo aperto da Fasanella con i ritratti paritetici ed orizzontali di una selezione di vittime del terrorismo e delle stragi, cui veniva restituita la parola dopo decenni di silenzio e sudditanza alla dittatura testimoniale degli ex terroristi, era seguita la produzione delle opere dei singoli: i figli o le figlie dei vari Calabresi, Tobagi, Rossa, Moro… Giunge adesso il libro di Massimo Coco a chiudere il ciclo, assumendosi la responsabilità di fare un bilancio agro-dolce di tale produzione editoriale con relativi risvolti pratici: le carriere dei singoli, ma soprattutto la loro diffusa attitudine a predicare e praticare la pacificazione con gli ex terroristi.
Su questo terreno si innesta la seconda peculiare anomalia del libro: la rivendicazione del diritto alla rabbia verso cotanta barbaria. Diritto tanto più reclamato in virtù del fatto che i responsabili materiali dell'omicidio del padre, Francesco Coco, non sono stati mai identificati dalla giustizia. Diritto al quale segue la legittima ricerca di vendetta: o quella civile costituita dalla applicazione della giustizia, o quella etica rappresentata dalla facoltà di cogliere ogni occasione per menare schiaffi morali ai cattivi maestri che ancora rivendicano la giustezza della causa per cui presero, od invitarono a prendere, in mano le armi.
Una vendetta, quella di Massimo Coco, che accoglie la cultura civile della non violenza ma che, nel contesto di un vita di musicista classico e rispettoso della Forza del destino, si configura come richiamo ad una laicità dai toni pagani che mal sopporta la retorica buonista, fatta di amore e pacificazione veicolati a piene mani e lacrime dalla VIPtime.

In conclusione, tutti i libri scritti dai figli delle vittime del terrorismo degli anni di piombo costituiscono in primis un omaggio affettuoso nei confronti dei padri uccisi e degli agli membri di famiglie spezzate (le madri vedove, i fratelli). Essi però formano un corpus letterario che nella sua pluralità di voci, sarebbe bene considerare tutte dotate di valore morale proprio ed autonomo. Un paese civile non avrebbe difficoltà ad accogliere tali differenze: uno ipocritamente cattolico, invece, resterà scandalizzato.
SOCIETA'
Vittime del terrorismo: "ferite aperte, discorso aperto"
20 ottobre 2012
politica interna
I terroristi italiani? Colti e di status elevato
2 ottobre 2012

Pubblicati i sorprendenti risultati di una ricerca condotta al MIT da Alessandro Orsini autore per Rubbettino di Anatomia delle Brigate rosse


 Alessandro Orsini ha pubblicato, per la prima volta, i dati sul numero dei terroristi italiani, di cui ha analizzato sesso, età, livello di istruzione e occupazione al momento dell’arresto. A ospitare i risultati delle sue ricerche, condotte al Massachusetts Institute of Technology, è la più autorevole rivista scientifica internazionale specializzata in studi sul terrorismo: “Studies in Conflict and Terrorism”.
Abbiamo intervistato il professor Orsini telefonicamente mentre si trova al MIT.
 
 Professor Orsini, grazie alle sue ricerche, siamo finalmente in grado di sapere quanti erano i terroristi italiani. Per anni si era fantasticato su queste cifre. Alcuni parlavano di un esercito; altri di quattro gatti. Quanti erano i terroristi italiani?
 
I dati ufficiali  del Ministero di Grazia e Giustizia ci consentono di fare un po’ di chiarezza. Le persone che sono state condannate in Italia per terrorismo sono 528; mentre le persone che sono state arrestate per terrorismo sono 2730. I dati che ho analizzato si riferiscono al periodo 1970-2011 e riguardano soltanto il cosiddetto “terrorismo interno” rosso e nero. Non ho preso in considerazione i dati relativi al terrorismo internazionale perché volevo scattare una fotografia dei terroristi italiani.
 
Sono particolarmente sorprendenti i dati che Lei ha raccolto sul livello di istruzione dei terroristi
 
Il tipico terrorista italiano è un individuo che ha un livello di istruzione superiore rispetto alla media della popolazione di riferimento. L’11,7% delle persone condannate per terrorismo aveva conseguito la laurea contro il 4,1% della popolazione italiana secondo i dati ISTAT del 1981. Tra gli arrestati, le persone in possesso della laurea sono il 17,8%. Alan Krueger non sbaglia quando afferma che molte formazioni terroristiche sono composte da persone che provengono da un’élites.
 
Eppure, si dice sempre che la povertà e la mancanza di istruzione sono la causa principale del terrorismo.
 
Le ricerche più accreditate dimostrano che la povertà e la mancanza di istruzione non sono cause importanti di terrorismo. L’idea che la povertà produca il terrorismo, pur essendo molto diffusa, nasce da una rappresentazione romantica del terrorismo che, almeno in Italia, non è mai stata superata. I tipici terroristi italiani non uccidevano per sfamarsi o per ignoranza. Uccidevano per appagare un bisogno spirituale alimentato dall’ideologia.
 
Erano molti o pochi?
 
In termini assoluti sembrerebbero pochi, ma, in realtà, non è così. Ce ne rendiamo conto se paragoniamo il numero dei terroristi italiani con quello degli altri Paesi. Mi lasci ricordare che tra il 1969 e il 1985 l’Italia è stato il Paese più interessato dalle attività terroristiche. Il terrorismo italiano è stato uno dei più longevi, imponenti e sanguinari dell’Europa occidentale. Non direi che i terroristi italiani erano pochi, ma occorre contestualizzare il significato di questa affermazione.
 
Siamo pronti per scrivere la vera storia del terrorismo italiano?
 
Esiste già qualche contributo valido. Tuttavia, ritengo che potremo avvicinarci a una rappresentazione più fedele dei fatti soltanto quando gli studiosi si apriranno alle narrazioni delle vittime, le uniche a essersi confrontate direttamente con i terroristi. Esiste una documentazione fatta di lettere di minacce, telefonate, volantini di rivendicazione e, soprattutto, di dialoghi tra le vttime e i terroristi che gli studiosi dovrebbero acquisire.
CULTURA
Brigate Rosse, quanto l'Italia decise di odiare
3 luglio 2012
Brigate Rosse, quanto l'Italia decise di odiare
Alessandro Orsini su "Liberal" di oggi

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. vittime terrorismo br orsini brigare rosse

permalink | inviato da hommerevolte il 3/7/2012 alle 16:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
febbraio        aprile