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ARTICOLI PRINCIPALI SU TERRORISMO E RADICALIZZAZIONE
L'Italia (che non è la Danimarca) parte con la prevenzione soft del terrorismo 27 Novembre 2015
Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest 15 Novembre 2015
Torino prima città con una piano di prevenzione della radicalizzazione violenta? 28 luglio 2015
Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo 28 giugno 2015
Softpower, deradicalizzazione e contronarrative nella prevenzione del terrorismo 16 gennaio 2015
Softpower nella prevenzione del terrorismo: il divario europeo 17 ottobre 2014
Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav 25 aprile 2014
Dopo il caso Delnievo, la prevenzione verso il rientro dei combattenti in Siria 26 giugno 2013


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C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
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politica interna
Lo storytelling riformista appaltato e superficiale di Matteo Renzi
7 dicembre 2016


I'ex direttore de "la Repubblica", Ezio Mauro, ieri nel suo lungo articolo di fondo focalizza la responsabilità di Matteo Renzi nel suo spavaldo e semplificatorio post-linguaggio, alla cui origine pone la carenza culturale.

Ho fatto politica attiva saltuariamente nella mia vita: l'ultima in appoggio a Metteo Renzi quando perse le prime primarie del PD, sul presupposto illuminista che ci fosse coerenza tra pensiero (cultura) ed azione (politica). Quando domenica notte ho sentito che nel suo intervento sulla sconfitta referendaria l'unico riferimento culturale è stato al fondatore dei boy scout, Baden-Powell, mi è venuto in mente il dubbio espresso nel 2012 sulle fondamenta culturali del Renzi autore del pamphlet "Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter".
Allora i fondamenti culturali ivi citati, a parte i personaggi storici fiorentini, erano due giganti: Albert Camus e James Hilman e mi domandavo se si trattasse di un testo scritto da lui o da
un ghost-writer, e scrissi: "La risposta la potrà fornire solamente il tempo, con la sua famosa galanteria".

La risposta l'ha sancita il risultato di domenica: la cultura non la si può appaltare a terzi. Nella fattispecie a quello che probabilmente è il ghost-writer del libro e il consigliere dell'allora sindaco e poi premier, Giuliano Da Empoli.

La cultura socialista che emergeva piuttosto netta nel primo Renzi, quello delle prime Leopolde, e che ricordava
l’alleanza riformista fra il merito e il bisogno del celebre discorso pronunciato da Claudio Martelli in occasione della conferenza programmatica del partito socialista che si tenne a Rimini nel 1982, è risultata più uno storytelling di superficie suggerito appunto da Giuliano Da Empoli ed ancora utilizzato un mese fa per motivare la manovra in  votazione oggi al Senato, ma la sostanza di Renzi è quella emersa alle strette di fronte al disastroso risultato del referendum costituzionale: la cultura scout da "Old boy network", quello che viene chiamato "Giglio magico". Buona per governare ragazzi, ma non un Paese.

politica interna
Popper, il PD e il caso Moro
21 settembre 2014
PD -Aldo MoroVenerdì scorso si è svolto anche a Torino l’incontro “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro. Il racconto del presidente DC rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse attraverso la lettura dei documenti di Stato”. Nel programma sono previste le partecipazioni di Fabrizio Morri, Davide Gariglio, Antonio Boccuzzi, Luciano Violante, Piero Fassino, Sergio Chiamparino e Gero Grassi. Ma sindaco e governatore non si fanno vedere e, al posto di Violante, in trepidante attesa a Roma, si presenta l'ex Procuratore Capo di Torino, Caselli.
Il vero promotore dell'iniziativa è il vice presidente del gruppo del PD che sta girando l'Italia con un format ed una idea fissa: una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. Idea arenata in Parlamento e che il format portato in giro di città in città dal parlamentare pugliese dovrebbe spalleggiare.
La carriera politica di Gero Grasso è tipica: consigliere comunale, funzionario in regione, immancabile qualifica di giornalista, in seno al corso DC-PPI-Margherita-PD e con classico trascorso anche nel sociale cattolico: le ACLI.

Il format, come recita la locandina che si ripete in ogni sede, è un racconto. Gero Grasso si presenta al pubblico con un pacchetto di bigliettini sui quali sono trascritte  brani tratti dai "documenti di Stato", cioè quelli delle precedenti Commissioni parlamentari che si sono succedute nei passati decenni, che vengono letti in una narrazione che non ha alcun filo logico, se non l'intento di impressionare procedendo per giustapposizioni di dichiarazioni e testimonianze atte ad enfatizzare la dimensione cospiratoria, misteriosa e complottistica delle vicenda del rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. P2, Licio Gelli, CIA, KGB, Mossad, Dalla Chiesa, Andreotti, carabinieri, terroristi, politici e agenti segreti: una sfilza di dichiarazioni per comporre un quadro a tinte fosche dal quale giustificare la nuova Commissione parlamentare. Per "far luce".

Non è che non restino aspetti anche rilevanti da chiarire, sul caso Moro e non solo su quello, ma anche in relazione a tutto il periodo del terrorismo e delle stragi. Ma è altresì evidente si tratta di una proposta priva di ogni seria prospettiva politica, storica e culturale. Anche il governo desecretasse altri atti relativi al caso Moro, l'approccio politico proposto è veramente privo di ogni sensatezza.

Verrebbe infatti da ricordare quanto scritto da Giovanni Moro nel suo Anni Settanta, ma per precisione preferisco utilizzare il recente libro, Il terrorismo italiano, qui recensito, sulla storia del dibattito sul terrorismo italiano che sottolinea come, non solo la letteratura scientifica, ma anche e sopratutto quella vastissima non-scientifica, cioè proprio quella promossa da politici e giornalisti, è stata pervasa dalle opposte visioni complottistica e anti-complottistica. L'autore, Giovanni Mario Ceci, spende giustamente il nome di K. R. Popper che ne  La società aperta e i suoi nemici, spiega bene i limiti delle teorie cospirative.

"Illustrerò brevemente una teoria che è largamente condivisa, ma che presuppone quello che considero precisamente il contrario del vero fine delle scienze sociali: quella che chiamo «la teoria cospiratoria della società». Essa consiste nella convinzione che la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev’essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo. Questa concezione dei fini delle scienze sociali deriva, naturalmente, dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti. [...] Nelle sue forme moderne esso è [...] il tipico risultato della secolarizzazione di una superstizione religiosa. [...] La credenza negli dèi omerici le cui cospirazioni spiegano la storia della guerra di Troia è morta. Gli dèi sono stati abbandonati. Ma il loro posto è occupato da uomini o gruppi potenti – sinistri gruppi di pressione la cui perversità è responsabile di tutti i mali di cui soffriamo – come i famosi savi di Sion, o i monopolisti, o i capitalisti o gli imperialisti."

Non stupisce che un autore, e la sua cultura liberale, come Popper, sia ancora oggi sconosciuto nel'Italia partitica erede di DC e PCI.
Auguriamoci, dunque, che il governo Renzi continui la sua politica di trasparenza liberando atti e documenti secretati, ma il lavoro di ricerca e di ricostruzione storica sia lasciato in mano alla nuova generazione di studiosi che con gli anni di piombo non hanno più legami e interessi di sorta. I quali, soprattutto, usano fonti e metodologie "per far luce", che sono ormai, e per fortuna, anni luce di distanza dall'approccio partigiano del Parlamento.


politica interna
Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav
25 aprile 2014



"Giudici popolari sotto scorta, in un clima che ricorda quello degli anni di piombo: è con queste premesse che si aprirà a Torino, il prossimo 22 maggio, il processo che vede come imputati i quattro No Tav accusati di terrorismo". E' questa la notizia dei giornali degli ultimi giorni che seguono le vicende intorno alla grande opera in Val Susa, in un clima sempre più pesante. C'è un giornalista pedinato, videosorvegliato e schedato e un collega dello stesso giornale che firma appelli per i quattro imputati. Ci sono i lavoratori delle imprese del cantiere i cui nomi e indirizzi vengono pubblicati su volantini e giornali che invitano gli adepti ad integrare completare i dati raccogliendo altre informazioni; ci sono le prese di posizione di partiti ed istituzioni che hanno toni sempre più duri e allarmati. Una lunga escaltion fatta di serie di minacce ed intimidazioni ad amministratori, giudici, imprenditori e politici nella quale è difficile distinguere la parte pacifica del movimento No Tav, che appare come involontario ‘brodo di coltura’ dalla parte più radicalizzata dei gruppi violenti. I fatti relativi al processo sono le bombe molotov lanciate a pochi metri dal tunnel, dove erano al lavoro gli operai, i cui fumi provocati dall'incendio di un generatore causarono principi di intossicazione tra i lavoratori, bloccati nella galleria. I quattro inquisiti quali responsabili dei fatti vengono dai centri solidali e l'accusa della procura torinese nei loro confronti è assai grave: quella di terrorismo. Tale accusa è il fulcro delle polemiche più feroci di questi ultimi mesi e l'origine di profonde spaccature nel PD, nell'ANPI, nei sindacati e nella sinistra in generale.

Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.

L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.
politica interna
Il sistema Torino: i confini e la rivolta
30 marzo 2014

"Sistema Torino vuole indicare una serie di persone e di potentati che hanno dominato e gestito consociativamente i centri nevralgici della città della Mole. È stato un processo non casuale gestito da persone che hanno occupato i luoghi critici di Torino, di fatto comandandola come una cosa propria negli ultimi 15 anni, gli anni del dopo Tangentopoli…".
Si ritiene che sia costituto da "i politici e sindacalisti della sinistra, poi centrosinistra torinesi insieme alle loro assortite corti e i personaggi della famiglia allargata Agnelli (…) e molti ex dirigenti del gruppo Fiat" cui si aggiunge "un nutrito gruppo di radical chic in parte accasati in potentati accademici, altri alla testa di istituzioni culturali".
Questa la sintesi di un articolo sul Fatto Quotidiano che riporta la notizia di un libro e uno spettacolo teatrale ironicamente intitolati "Il sistema Torino non esiste" dell'attore Massimo Giovara e dello scrittore Maurizio Pagliassotti, già autore del libro "Chi comanda Torino".
Ma il sistema Torino temo abbia confini più ampi: sia temporali che 'settoriali'.

L'establishment politico torinese (e i suoi rapporti con la FIAT) non ha una natura solo ventennale: Fassino era già dirigente locale del PCI negli anni '70. Le amministrazioni rosse che hanno gestito la cultura hanno una storia che parte dal prima giunta Novelli nel 1975.
Soprattutto i confini del sistema si estendono oltre la politica, il sindacato, la Fiat e la cultura, giungendo anche ad altri tre gangli importanti: il sistema giudiziario, quello del volontariato sociale, o terzo settore, e quello della formazione professionale. 

Il rapporto PCI magistratura è un capitolo assai vasto che andrebbe studiato a parte, in relazione a Magistratura Democratica. Ma a Torino si sono certamente intrecciati contatti tra dirigenti comunisti e magistrati negli anni di piombo: quando il PCI si decise a riconoscere la natura rossa delle BR e allertò il suo apparato nel contrasto alle formazioni eversive che agivano con ferocia in città uccidendo e gambizzando a ripetizione.
Questa particolare attenzione ai risvolti sociali dell’azione giudiziaria, ha salvaguardato l’establishment nel dopo tangentopoli e nel periodo olimpico
Sul terzo settore, e in particolare sulla più grande associazione torinese, e italiana, il Gruppo Abele, è sufficiente segnalare la notizia dell'uscita in questi giorni del libro di Luca Rastello "I buoni", nel quale la figura del professionista dell'antimafia Don Ciotti si cela nella "associazione di Don Silvano, che amministra i beni sequestrati ai clan, favorisce la «mafia» dei propri amici e utilizza i soldi pubblici per scopi privati. Mentre don Silvano recita omelie in memoria dei caduti sul lavoro, i dipendenti della sua onlus sono privati dei diritti elementari. Legalità e trasparenza valgono solo per gli altri. In casa propria ci si regola invece secondo convenienza. E se i bilanci sono truccati, amen." (dalla presentazione su Il Giornale)

Sulla formazione professionale, i cui centri sono appannaggio dei sindacati e di cordate politiche, basta citare il recente scandalo dello CSEA, vicino alla CISL ed anche all'ex vice sindaco (Pd) di Torino: un crac che ha bruciato decine di milioni di euro pubblici in quindici anni.
Magari un qualche altro scrittore potrà cimentarsi su questo settore, nel quale finanziamenti europei alla formazione sono stati gettati per gestire clientele e affari, come per altro non molto diversamente è accaduto nel resto d'Italia.

Se un paio di anni fa la comparsa di Matteo Renzi nell'asfittico panorama politico italiano aveva acceso qualche speranza anche a Torino, queste si sono spente in meno di un anno quando pressoché tutto l'establishment democratico si è allineato sul toscano, tanto che per le prossime elezioni regionali non sono state fatte le elezioni primarie per il candidato presidente del centro sinistra. Tutti imbarcati con Chiamparino: il sindaco misteriosamente "più simpatico d'Italia

Tutto questo dovrebbe preludere a un fosco presagio per il Sistema Torino di fronte alle prossime elezioni. Del resto tale locuzione, che fu coniata dalla giovane consigliere comunale torinese del M5S Chiara Appendino, indica chiaramente chi raccoglierà i frutti della rivolta che dai libri passerà ai voti.


politica interna
M5S: eversori o rivoluzionari?
5 febbraio 2014
Boldrini vs Grillo

Quello del Movimento Cinque Stelle «è un attacco eversivo contro le istituzioni che deve essere respinto da tutte le forze democratiche» ha detto il presidente di Montecitorio Laura Boldrini a seguito del caos scoppiato alla Camera dei Deputati dopo l’introduzione della «ghigliottina» per il voto sul decreto Imu-Bankitalia.

E’ veramente così? I grillini sono eversori?

La Boldrini non pare avere una idea molto precisa sull’eversione. Appena eletta, quando davanti a Palazzo Chigi ci fu la sparatoria con cui Luigi Preiti ha ferito due carabinieri, non seppe dire di meglio che l'emergenza lavoro fa sì che «la vittima diventi carnefice»: un giustificazionismo che non distingue tra vere vittime e carnefici e avvalla una cultura orba della responsabilità personale delle proprie azioni.

Oggi il deputato PD Roberto Giachetti, giustamente sottolinea che quelli dei grillini sono “comportamenti gravi, ma non si può relegare tutto questo a 'attentato della democrazia'. Altrimenti quello che accadde nel 1978 cos'era?”

In vero scene e comportamenti analoghi in parlamento sono stati già visti negli scorsi decenni, ma mi pare non avessero mai sollevato tanto astio convergente, da destra e sinistra, in cui si sprecano i termini fascista e nazista per connotare i 5 Stelle di oggi.

Il punto centrale è che i 5stelle, come già Berlusconi, non sono malattie ma sintomi di malattie che stanno altrove: nella democrazia diventata post-democrazia, dove i cittadini sono alienati da ogni decisione, piccola o grande che sia. Stupisce l’assenza degli analisti politici di alcun sforzo verso la comprensione del sintomo, perché a ma pare invece piuttosto evidente che, pur con tutti i limiti noti di tale movimento, sia l’unico che sfida la crisi della democrazia rappresentativa con una proposta precisa: quella della democrazia diretta (e liquida).

Come pronosticato quasi un anno fa dopo le elezioni, nel post “PD Vs M5S: oltre il populismo, la vision. Cioè la democrazia diretta”,

“Invece di comprendere e studiare la parte migliore della vision grillina, con le relative enormi contraddizioni interne, tipiche dei laboratori politici italiani (vedasi fascismo), come farebbe un partito con una vera mission democratica, il PD giocherà a provare di cavalcarne l'aspetto anti-casta”.

E’ quanto sta facendo Renzi con le riforme per l’abolizione del Senato elettivo e quelle del Titolo V della Costituzione, concordate con Berlusconi.

L’errore del PD è quindi portare la sfida ai grillini sul terreno della demagogia sulla casta politica, rinunciando a portarlo sul terreno dell’innovazione istituzionale, “verso un impianto orientato al federalismo e alla democrazia diretta dei cittadini”, come riportato su un manifesto di alcuni anni fa del Forum innovazione del PD Piemonte finito nel pattume.

Non si tratta di eversione, ma di una sfida rivoluzionaria su cui si gioca l’evoluzione della (qualità della) democrazia in Occidente.

POLITICA
Dalla diaspora socialista all'ascesa di Metteo Renzi
6 gennaio 2014
Premessa

Non sono riuscito mai a vedermi come giornalista o blogger. Semplicemente da cittadino appassionato di politica, con pregressi giovanili tali da avermi reso consapevole delle necessità di tenermi a debita distanza, e da lavoratore della conoscenza, con pregressi studi sul ruolo delle gazzette nell'Europa dei Lumi tale da avermi reso consapevole dell'importanza della circolazione delle idee, mi sono trovato, come sono ora, dietro la tastiera di un computer a trascorre gran parte del mio tempo.

A metà degli anni '90 la stagione giacobina e ipocrita di Tangentopoli, da una parte, e l'avvento di Internet, dall'altra, mi avevano indotto, politicamente, a diventare socialista, di quelli cattivi, cioè craxiani, e, professionalmente, a diventare un utilizzatore del web, allora mezzo esclusivo di informatici, come strumento mezzo di comunicazione e design.
Entrare nella sede storica del PSI di Corso Palestro a Torino, ormai frequentata da pochi reduci, e fondare la web farm, Kore Multimedia, sono stati due passi paralleli, tali per cui si aprì la possibilità di sperimentare il nuovo media ponendolo a disposizione delle idee che valutavo da difendere e promuovere verso quella élite, allora definita cybernauti, scommettendo sul fatto che sarebbe diventata una più ampia agorà telematica aperta a tutti i cittadini.

Seppur i primi siti sia politici che culturali, con relativi testi, risalgano al 1996/7, rileggendo il complesso degli scritti ho rilevato un ciclo temporale omogeneo negli undici anni definiti (2000-2011): il 19 gennaio 2000 muore Bettino Craxi e pochi giorni dopo apre il portale Socialisti.net e, in seguito, la nuova versione della web-zine Caffè Letterario. A questi, nel contesto di una dimensione collettiva con una specie di redazione (a ranghi ridotti e spesso virtuali), si aggiunge il mio blog Homme Révolté, a partire dal 2006, in quella individuale che non mi ha mai troppo entusiasmato. Del resto i primi due iniziavano a languire fino quasi a mummificarsi negli ultimi anni. Il ciclo del mio impegno politico stretto si chiude in vero non nel 2011 ma nel 2012, quando ho costituito un comitato di socialisti a sostegno di Matteo Renzi per le primarie del centrosinistra:  di quell'anno infatti ho aggiunto in coda un solo testo: la recensione a "Stil Novo". Un libro che mi fornisce l'impressione di chiusura del cerchio: magari solo una impressione illusoria, ma più probabilmente si tratta almeno di una sincrona lunghezza d'onda.

Tecnicamente questa raccolta è una selezione degli scritti che omette i più pedanti o partigiani, quelli presenti in altre raccolte, come quelle sulla poesia e sull'attività della Società Fabiana, quelli che non ho scovato tra le decine di migliaia di post, nonché gli scritti in altri ambiti lavorativi, in particolare tutti quelli sul terrorismo, la radicalizzazione e la sue vittime, che dominano ormai il mio lavoro e il mio blog negli ultimi anni. Alcuni testi saranno più comprensibili ai pochi addentro alle storie della diaspora socialista con i suoi partitini. Ma il senso generale dei testi mi pare risulti di una qualche utilità per leggere le difficoltà della sinistra storica in quegli anni e scorgervi qualche premesse dell’ascesa di Matteo Renzi oggi.

Devo precisare che per me la scrittura era un corollario di una attività che privilegiava la disseminazione on-line di testi altrui. Non ho seguito corsi di scrittura creativa alla scuola Holden, né mi sono mai curato troppo dello stile e della forma di questo testi destinati a forum e blog in una logica di sperimentazione cui allora non era codificato alcun professionismo.
In ogni caso, un debito di riconoscimento lo devo esprimere verso Roberto Turino che, dalla sua esperienza di giornalista e dal ruolo di presidente dell'associazione che gestiva Socialisti.net, ha provato a darmi consigli e suggerimenti di scrittura, con esiti incerti dovuti certamente alla mia testardaggine. Mi scuso in anticipo per refusi, errori e frasi circonvolute (non me la sono sentita di chiedere un revisione di questi testi a chicchessia).

Evito un bilancio amaro di queste esperienze: la diaspora socialista resta irrisolta e soprattutto la cultura si trova per lo più ancora avvolta nello stridulo suono degli intellettuali del piffero, secondo la dizione di Luca Mastrantonio nel suo recente pamphlet. In effetti il suo libro su "come rompere l'incantesimo dei professionisti dell'impegno" è stato la molla che mi ha indotto a raccogliere la presente selezione di testi.
Il bilancio ha tratti anche positivi: il numero di contatti nel 2001 di Socialisti.net: oltre un milione di pagine visitate nell'anno. Le persone che si sono attivate a scrivere sui vari forum o inviare i loro testi per le rubriche del Caffè: alcune le ho poi conosciute di persona, altre sono rimasti amici/che virtuali, ritrovati più tardi su Facebook. Alcuni testi di cui sono orgoglioso che sono stati ripresi da altri siti o giornali (non solo l’Avanti di Lavitola!), o la presentazione di James Hillman che è stata la prima in italiano sul web e la prima in testa ai motori di ricerca per molti anni.

In fondo, seppur Socialisti.net abbia avuto per qualche anno un piccolo contributo mensile da Bobo Craxi, il grosso dell'attività me lo sono permesso in quanto avevo alle spalle la mia micro azienda: precaria sempre, ma viva e vegeta ancora oggi dopo 18 anni. Per cui mi sento di affermare con tutta franchezza, che l'esperienza dietro l'eco di questi testi, la posso definire al massimo semi-professionismo dell'impegno. La purezza di militanza la lascio volentieri ad altri sperando che, in quando pericolosi, siano piccole schiere.


politica interna
Politiche non politica, di fronte ai forconi
14 dicembre 2013


I presidi di questa mattina in piazza Castello a Torino con le bandiere delle triplice sindacale o quelle di ieri davanti al Comune sotto le insegne dell'ANPI, sono una riposta politica ad un fatto impolitico, o almeno ancora pre-politico. Forniscono una risposta che non comunica nulla al movimento "9 dicembre". I piani semantici fanno parte di mondi diversi: i forconi con il tricolore rimandano ad un concetto di unità (il vago e spesso disprezzato termine 'patria'); le risposte propongono insegne di parte, note da 70 anni. Idem sul piano delle rappresentanza: i forconi non hanno (ancora) veri leader, i secondi ce li hanno.

E' davvero inquietante che nessuno si accorga dell'analogia con quanto è capitato negli ultimi anni in quella che è chiamata "primavera araba": vessilli nazionale senza leader, da una parte; vessilli di parte e rappresentanze dell'establishment, dall'altra.
La considerazione per me preoccupante, al momento, è che l'analogia avviene con le rivolte dei paesi del "Sud" (finite per ora male) e non con quelle analoghe del "Nord", cioè i movimenti occupy/indignatos, i quali non hanno provocato nessuna particolare reazione, se non il normale contenimento delle forze dell'ordine…

Insomma, l'errore più grande da parte del ceto dirigente del paese è stigmatizzare questo composito movimento, attribunoli etichette, come fascista, antidemocratico, anticostituzionale; o chiedere il pugno di ferro da parte delle forze dell'ordine. Questo atteggiamento infatti agevola la vittimizzazione di tale movimento, avviandolo verso un processo di radicalizzazione assai più pericoloso ed eversivo degli atti intimidatori che abbiamo visto fino ad oggi nelle piazze.
Invece di vecchie risposte politiche, servono risposte forti nelle 'policies', non solo economiche, ma soprattutto di riassetto e fiducia tra rap­pre­sen­tanti e rap­pre­sen­tati.  La nuova presenza di Matteo Renzi al Nazzareno, temo possa essere giunta fuori tempo massimo...


politica interna
Inaugurazione del Circolo dei Riformisti a Torino
29 ottobre 2013

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permalink | inviato da hommerevolte il 29/10/2013 alle 22:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
INNOVATORI E SOCIALISTI CON MATTEO RENZI
29 agosto 2013
politica interna
PD Vs M5S: oltre il populismo, la vision. Cioè la democrazia diretta.
3 marzo 2013
"Il centrosinistra ha ottenuto 120 seggi con il voto popolare e oltre 200 seggi con il premio di maggioranza. Lo stesso sarebbe accaduto in caso di vittoria del centro destra.
Il paradosso, che evidenzia l'incostituzionalità della legge elettorale, e’ manifesto quando i seggi assegnati dal ministero degli interni, attraverso la loro sottrazione al voto popolare, sono più di quelli  assegnati dal voto popolare. O questa legge viene abolita o il parlamento tanto vale giocarselo ai dadi. Ecco spiegata la vittoria di grillo."
Così scrive giustamente il direttore di Critica Sociale, Stefano Carluccio.

La risposta a questa analisi però non risiede solo nel cambiare la legge elettorale: non è risolvibile o riducibile in termini 'tecnici'. Quello che si fa finta di non vedere è l'istanza "pirata" che sottende la vision di Grillo e del suo movimento.
Sto parlando del tema dell'intervista fatta a Luciano Bonet due anni fa sull'uso di internet e la democrazia diretta. Lo stesso tema trattato oggi da Umberto Veronesi su 'la Repubblica'.
Il tentativo di introdurre il tema nei lavori del Forum innovazione del PD Piemonte è rimasto lettera morta nel resto del partito, ...ça va sans dire...!
(L'ultimo tentativo è stato fatto in occasione di un incontro ufficiale del Forum con il responsabile nazione pd del programma sui temi dell'innovazione pochi mesi fa. Qualche interesse invece era venuto dal responsabile delle questioni costituzionali dei comitati di Renzi, incontrato brevemente a margine di una sua conferenza stampa.)

Nel manifesto del Forum era scritto: "(...) La necessità di riadattare al contesto attuale il contratto sociale nasce da quella di spostare il focus dell'attività politica dei progressisti, dal lavoro ai cittadini ai quale estendere, su un principio di sussidiarietà radicale, il potere deliberativo e l’autonomia di creare contenuti. In termini giuridici si tratta di passare da “l'uguaglianza politica formale” a quella sostanziale della deliberazione, cioè alla democrazia diretta.
Oggi le Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione (ICT) permettono questo passaggio. A fronte dei maldestri ed incoerenti tentativi attuali e passati di riforma della Costituzione attuati dal centro-destra, il centro-sinistra potrebbe lanciare un sfida sullo stesso piano di evoluzione dell'impianto istituzionale. Ma tale sfida è da ritenersi possibile solo sulla base di una nuova e radicale vision, così come solo con quest'ultima si possano delineare delle politiche a livello territoriale coerenti.
Questo è il motivo per cui il presente manifesto si articola in due parti: l'innovazione istituzionale verso un impianto orientato al federalismo e alla democrazia diretta dei cittadini e le proposte che ne discendono in termini di politiche locali regionali nell'ambito dell'ITC (...)."

Rammento, a solo titolo di esempio, che durante le elezioni americane del secondo mandato di Omaba, si sono  svolti oltre 130 (vado a memoria) referendum nei vari 'States'.... altri centinaia di esempi, di democrazia diretta e partecipata, vengono da tutto il mondo: dalla primavera araba, a occupy e ai partiti pirati del nord Europa.

Invece di comprendere e studiare la parte migliore della vision grillina, con le relative enormi contraddizioni interne, tipiche dei laboratori politici italiani (vedasi fascismo), come farebbe un partito con una vera mission democratica, il PD giocherà a provare di cavalcarne l'aspetto anti-casta o qualche istanza 'de sinistra', e a quel punto, si sarà veramente arreso al comico genovese. In ogni caso, il ceto politico di quel partito ha ampiamente dimostranto, dopo le primarie perse da Renzi, e come sostiene Luca Ricolfi, la non riformabilità della sua forma mentis.
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