.
Annunci online

hommerevolte
Blog-Lab di Luca Guglielminetti e del Nuovo Caffé Letterario
Link
Cloud Tags

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Locations of visitors to this page

ARTICOLI PRINCIPALI SU TERRORISMO E RADICALIZZAZIONE
L'Italia (che non è la Danimarca) parte con la prevenzione soft del terrorismo 27 Novembre 2015
Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest 15 Novembre 2015
Torino prima città con una piano di prevenzione della radicalizzazione violenta? 28 luglio 2015
Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo 28 giugno 2015
Softpower, deradicalizzazione e contronarrative nella prevenzione del terrorismo 16 gennaio 2015
Softpower nella prevenzione del terrorismo: il divario europeo 17 ottobre 2014
Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav 25 aprile 2014
Dopo il caso Delnievo, la prevenzione verso il rientro dei combattenti in Siria 26 giugno 2013


PROFILO - @Google

INCIPIT
C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
L'uomo in rivolta

Cerca sui miei blog



Nuovo Caffé Letterario

Anche su:


Nuovo Caffé Letterario

Promuovi anche tu la tua Pagina



Pubblicazioni on-line su: ISSUU


Video
Vimeo


letteratura
Bread 'n' roses, sintesi poetica
15 gennaio 2017
Sintesi poetica di una brevissima stagione di socialismo generazionale
 a Torino nell'Estate 2002

politica interna
Prevenzione e contrasto dell’estremismo violento: l'Italia al bivio
7 ottobre 2016

Le misure di contrasto e prevenzione della radicalizzazione violenta sono assai delicate perché facilmente possono diventare anziché utili piuttosto controproducenti e dannose.

L'Italia faticosamente e tardivamente si sta avviando a sviluppare queste misure con due strumenti, una proposta di legge, quella Dambruoso-Manciulli in discussione al Parlamento e una Commissione di esperti istituita ad agosto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Gli studi sul processo di radicalizzazione violenta, che partendo dalle biografie dei terroristi hanno cercato di individuare dei modelli predittivi per intervenire prima che un individuo commetta atti violenti, hanno condotto a due approcci diversi e talvolta opposto opposti.

Da una parte sono stati utilizzati per sviluppare degli strumenti per monitorare e valutare il livello di radicalizzazione violenta, in ambito esclusivamente jihadista, degli individui soprattutto in ambito carcerario; e sono attuate nel contesto di una attività di intelligence, e quindi di prevenzione tradizionale delle forze di polizia, per intervenire, a livello nazionale di sicurezza, con misure cautelari appena un individuo commetta un reato prodromico al terrorismo.

Dall'altra, sono stati utilizzati per implementare programmi, detti di contrasto o prevenzione dell'estremismo violento (CVE - PVE), atti ad aumentare la resilienza delle comunità rispetto ai fattori che agevolano il processo di radicalizzazione violenta di qualunque matrice ideologico/religiosa e sono attuati a livello locale in collaborazione tra servizi sociali,  organizzazioni delle società civile ed istituzioni, per intervenire con una ampia gamma di misure "rieducative" prima che un individuo commetta atti violenti.

L'Italia, in particolare il Ministero della Giustizia, la sua amministrazione penitenziaria in coordinamento con il C.A.S.A., cioè la polizia di prevenzione e l'intelligence, stanno lavorando da qualche tempo sul primo approccio.

Il limite è rappresentato dal fatto che gli strumenti per monitorare e valutare la radicalizzazione violenta sono ormai ampiamente messi in discussione; in particolare il loro valore scientifico e predittivo. La scelta di rivolgersi poi alla sola radicalizzazione jihadista è quanto di più pernicioso si possa fare.

Inoltre, nei paesi in cui i numeri delle persone da monitorare sono molto alti, come in Francia, il monitoraggio risulta di fatto impraticabile e inutile, come i fatti recenti di terrorismo hanno palesemente evidenziato.

L'occasione di una proposta di legge e di una commissione governativa, sono quindi cruciali oggi affinché l'Italia non segua modelli inefficienti quando non controproducenti, come quelli francesi, ma piuttosto si relazioni con le migliori pratiche e politiche attuate in Europa e promosse ormai da tutti gli organismi internazionali, che privilegiano il secondo approccio.

Segnalo tre realtà, tutte già presentati su questo blog: quelle della rete europea RAN, quelle delle Nazioni Unite e quella del recente paper frutto di un progetto transatlantico UE-US.


 (CONTINUA: Cosa ci dicono questi documenti e collezioni di approcci e buone pratiche?)

politica estera
SEMINARIO “MIGRAZIONI OGGI: SOGGETTI E SCENARI”
13 aprile 2016

Nell'ambito della mostra Binario 18#stayhumanart

SEMINARIO “MIGRAZIONI OGGI: SOGGETTI E SCENARI”
 Ingresso gratuito - aperto al pubblico tramite iscrizione casella mail legalarte@virgilio.it fino a esaurimento posti
Riconosciuto come aggiornamento professionale per Polizia di Stato e Ordine giornalisti

14 APRILE 2016 ORE 9/13

Palazzo Falletti di Barolo
Via delle Orfane 7, 10122 Torino

PROGRAMMA
Saluti istituzionali: Fosca NOMIS – Presidente commissione Legalità Città di Torino

SOGGETTI E SCENARI

Germana TAPPERO MERLO, Analista di Politica e Sicurezza internazionale
Guerre e iniquità: le cause dei flussi migratori

Michele SOLE, Dirigente Ufficio Immigrazione Torino
Panoramica sui flussi migratori: dati e normativa di riferimento

Farhad BITANI, ex capitano dell’esercito afgano autore del libro
“L’ultimo lenzuolo bianco”: storia di una rivoluzione personale

RISCHI E PREVENZIONE

Germana TAPPERO MERLO: Analista di Politica e Sicurezza internazionale
ISIS e Jihadismo

Luca GUGLIELMINETTI, Rete della Commissione Europea sulla Radicalizzazione:
La prevenzione della radicalizzazione violenta

politica estera
Prevenzione della radicalizzazione violenta
26 marzo 2016
Termine abusato da giornali, politici e commentatori, in questo intervento di 5 minuti si chiarisce a quali politiche e programmi ci si riferisce in Europa e nel mondo quando si parla di processo di radicalizzazione violenta che può trasformare un giovane in un terrorista e i campi di intervento delle sua prevenzione.

Prevenzione della radicalizzazione violenta. Di cosa stiamo parlando? from Luca Guglielminetti on Vimeo.

politica estera
CVE: il ritardo italiano alla prevenzione "soft" del terrorismo
20 marzo 2016
"Salah è stato ritrovato a casa sua, a Bruxelles. Da mesi l'Italia dice che accanto a una risposta credibile sul piano securitario l'Europa deve avere una strategia sui temi cultura, periferie, educazione. Per ogni euro investito in sicurezza, un euro investito in cultura. Siamo convinti che questa proposta italiana debba diventare legge anche in Europa", dice Renzi.
Forse è il contrario: in Europa già si fa...
Mia intervista sull'Avvenire di oggi


CVE: il ritardodo italiano alla prevenzione" soft" del terrorismo;

POLITICA
SICUREZZA PARTECIPATA TRA LIBERTÀ E LEGALITÀ
6 marzo 2016

Il tema della sicurezza si declina nel pubblico dibattito in due forme: o come parole tecniche di esperti o come divaricazione manichea tra primato della libertà e quello della protezione.

A seconda del campo di applicazione, il primato delle dell’una o dell’altro assume valenze politiche opposte: di fronte la guerra al terrorismo è di sinistra difendere le libertà individuali, là dove è di destra limitarle in nome delle sicurezza dei cittadini; mentre di fronte agli incidenti sul lavoro è di destra la libertà di imprendere senza troppi vincoli, là dove è di sinistra limitarla per salvaguardare la salute dei lavoratori.

In altri campi, la parola è affidata al linguaggio, apparentemente neutro, degli specialisti delle varie forme di sicurezza: il tecnico di sicurezza militare o di intelligence, oppure il tecnico di sicurezza informatica o di impianti industriali che presentano scenari e soluzione dei quali solo una minoranza di pubblico non sprovveduto coglie il senso politico sotteso.

Intorno alla sicurezza si gioca in vero una delle partite più importanti del discorso pubblico, in quanto essa sottende una delle più potenti emozioni umane, comune a tutti i cittadini-elettori: la paura con i suoi derivati di ansia, stress e preoccupazione.

L’approccio ideologico è quello oggi dominante con le sue metafore semplicistiche: di fronte a migranti e rifugiati si invocano o i muri o i ponti. Buonismo imbelle e cieco egoismo si fronteggiano sui molti temi legati alla sicurezza portando spesso le discussioni all’immobilismo o a scelte irrazionali dai risultati disastrosi.

Se la politica si presenta spesso lenta nell’affrontare i mutamente della società dell’informazione, quando si tratta di sicurezza, aggiunge il termine emergenza e accelera verbalmente e spesso concretamente i suoi atti. La politica reagisce cioè come la fisiologia umana ha insegnato al cervello: di fronte al pericolo serve una reazione immediata difensiva, senza pensarci troppo. Ma la paura diventa quasi sempre un pericolo per coloro che la provano.

Questa dinamica, ci spiegano l’antropologia e le neuroscienze, è legata alle necessità di sopravvivenza delle nostra specie quando l’uomo viveva in tutt’altro contesto ambientale. Funzione bene ancora oggi di fronte ai disastri naturali, dove un’efficiente protezione civile è sufficiente, ma serve uno sforzo “contro-natura”, tanto logico quanto razionale, per invertire la tempistica, o almeno rallentare il tempo delle decisioni, per evitare alla paura di giocare il ruolo di sentimento dominante nello scenario politico quando ci troviamo di fronte ai pericoli sociali. Quelli con i tratti umani del terrorista, del migrante, dello “zingaro” o quelli criminali della gang, del racket, dell’imprenditore senza scrupoli, o di forze di sicurezza inadeguate, sistemi giudiziari inefficaci o sistemi di sorveglianza invasivi.

La società civile dovrebbe allora farsi carico di creare spazi dove rallentare il tempo della riflessione intorno ai temi della sicurezza, per favorire scambi, discussioni, proposte e progetti che abbiano quanto più possibile un fondamento razionale, laico e scientifico, che risponda alle esigenze specifiche nel territorio nella consapevolezza dei dibattiti e delle pratiche europee e internazionali sui temi della sicurezza e della sua difficile relazione con le libertà e le forme di legalità.

Servirebbero quindi spazi di pubblica discussione e proposta la cui attrezzatura metodologica sia quella di socializzare i linguaggi specialistici, confrontare le prassi e gli approcci, privilegiare gli interventi di prevenzione delle cosiddette “emergenze”, rendere partecipe la cittadinanza su politiche che non possono essere più relegate ai populismi mediatici o alle segrete stanze degli organi di sicurezza.

politica estera
Per il suicido etnico di Europa e Italia
29 febbraio 2016
Ma libertà e i suoi nemici
Talvolta i libri diventano più chiari e cocenti nel loro messaggio molti anni dopo. È i caso di “La libertà e i suoi nemici”, un intervista a Michael Walzer, un dei massimi esponenti liberal degli Stati Uniti, da parte di Maurizio Molinari, oggi direttore de La Stampa.

Il messaggio fondamentale di tale testo, edito da Laterza nel 2003, è che la sinistra non può lasciare alla destra il tema della sicurezza e della lotta al terrorismo. Ma quello che mi preme sottolineare oggi, di fronte alle ondate di profughi e migranti verso l’Europa, è un singolo passaggio. Questo:
Domanda: Nel suo libro “Sulla tolleranza” (“On Tollerance”, 1997) ha scritto che non tutto il mondo è tollerante come l’America, lo crede ancora?
Risposata: Sì, certo. La differenza cruciale è che nel XIX secolo in America, per il bene del paese intero, gli anglosassoni hanno accettato di trasformarsi in minoranza sul loro stesso territorio. Nessuno ha mai preso neppure in considerazione che italiani, olandesi o tedeschi potessero diventare minoranze nel loro paese. I norvegesi rappresentano il caso simbolo: fecero la secessione dalla Svezia per potere continuare nel futuro a riprodursi, per non mutare come etnia, nel timore di estinzione. Noi invece abbiamo accettato curdi, polinesiani, congolesi, tutti. L’integrazione dei mussulmani è un problema più europeo che americano, perché ad esempio gli italiani vogliono che l’Italia resti loro; da noi la realtà è diversa.
I dati demografici ed economici basterebbero all’Europa, e in particolare all’Italia, per dare il benvenuto ad ogni immigrato (rifugiato o meno), ma sappiamo bene che lo spettro di populismo e xenofobia si aggira nel nostro continente.

Eppure oggi mi pare lampante che i paesi Europei sono di fronte alla prospettiva di una lunga crisi, bellica e umanitaria, ai confini mediterranei e orientali, e quindi si trovano davanti alla stessa scelta dirimente dei nordamericani del XIX secolo: accettare o meno di diventare minoranza. Se l’Unione Europea imploderà, sarà forse a causa di politiche monetarie e crisi economiche di singoli stati, ma il senso più profondo credo sarà quello di non aver avuto tutti il coraggio di scegliere quello che solo all’apparenza è un “suicidio etnico”, ma che, come la storia degli USA nel XX secolo dimostra, in vero si tratta dell’unica determinazione da prendere, se si hanno serie ambizione e responsabilità politiche.
Questa scelta potrebbe essere almeno fatta propria da quei paesi che furono all’origine del percorso di integrazione europea, o almeno da quei paesi mediterranei che più hanno sedimentato la cultura del contagio. Nessuno dice che sia scelta facile e indolore. Sono evidenti i problemi di integrazione e gestione delle diversità: ma abbiamo anche un secolo di esperienze altrui che potrebbero aiutare le scelte delle politiche corrette, per non parlare dei casi dei secoli lontani (historia magista), imperi o califfati che fossero.

L’argomento cruciale non è fatto dell’astratto buonismo (su base etica, caritatevole e umanitaria) su cui investe gran parte nel suo discorso pubblico la sinistra italiana di fronte al tema immigrazione. Inoltre il caso francese dimostra come la sinistra stessa sia in grado di far propria qualunque politica di destra, come è successo a seguito degli spaventosi attentati terroristici del novembre scorso a Parigi. L’opzione di cui parla Michael Walzer è invece una scelta strategica di civiltà che prescinde da ogni contingente (e desueta) divisione politica, su cui dovrebbe rivolgere l’attenzione il dibatitto europeo.
politica estera
Contro gli integralismi. I ruoli di Italia ed Europa
13 dicembre 2015

Contro gli integralismi by Luca Guglielminetti


Rielaborazione del post "Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest": permalink
Da "La Voce del Popolo" del 13 dicembre 2015, p. 20

politica interna
Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav
25 aprile 2014



"Giudici popolari sotto scorta, in un clima che ricorda quello degli anni di piombo: è con queste premesse che si aprirà a Torino, il prossimo 22 maggio, il processo che vede come imputati i quattro No Tav accusati di terrorismo". E' questa la notizia dei giornali degli ultimi giorni che seguono le vicende intorno alla grande opera in Val Susa, in un clima sempre più pesante. C'è un giornalista pedinato, videosorvegliato e schedato e un collega dello stesso giornale che firma appelli per i quattro imputati. Ci sono i lavoratori delle imprese del cantiere i cui nomi e indirizzi vengono pubblicati su volantini e giornali che invitano gli adepti ad integrare completare i dati raccogliendo altre informazioni; ci sono le prese di posizione di partiti ed istituzioni che hanno toni sempre più duri e allarmati. Una lunga escaltion fatta di serie di minacce ed intimidazioni ad amministratori, giudici, imprenditori e politici nella quale è difficile distinguere la parte pacifica del movimento No Tav, che appare come involontario ‘brodo di coltura’ dalla parte più radicalizzata dei gruppi violenti. I fatti relativi al processo sono le bombe molotov lanciate a pochi metri dal tunnel, dove erano al lavoro gli operai, i cui fumi provocati dall'incendio di un generatore causarono principi di intossicazione tra i lavoratori, bloccati nella galleria. I quattro inquisiti quali responsabili dei fatti vengono dai centri solidali e l'accusa della procura torinese nei loro confronti è assai grave: quella di terrorismo. Tale accusa è il fulcro delle polemiche più feroci di questi ultimi mesi e l'origine di profonde spaccature nel PD, nell'ANPI, nei sindacati e nella sinistra in generale.

Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.

L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.
CULTURA
Presentazione del libro "Ricordare Stanca"
23 marzo 2014
Guglielminetti, Coco, Fontana




Sabato 22 marzo - ore 17.00
Cartolibreria Centrale Boragno
Via Milano 4 - Busto Arsizio
Massimo Coco, figlio del magistrato ucciso dalle Brigate Rosse nel 1976, racconta la sua storia in un libro edito da Sperling & Kupfer. Incontro introdotto da Luca Guglielminetti e presentato da Gianluigi Fontana, procuratore capo del Tribunale di Busto Arsizio, con interventi al pianoforte di Gabriele Toia (musiche di J.S. Bach)

Si veda anche:
sfoglia
dicembre        febbraio