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politica estera
Il nobel Malala si copre il fianco
30 ottobre 2014
politica interna
Why are some women drawn to violent extremist groups?
22 ottobre 2014
Yasmin Mulbocus is a former member of an Islamist group in London. Angela King is a former member of a white supremacist group in the US. They were both drawn to extremist ideology when they were teenagers and have shared their experiences with Newshour.


CULTURA
La zona grigia ieri e oggi (e domani)
18 ottobre 2014
Così conclude Primo Levi il suo articolo il giorno dopo l'uccisione di Aldo Moro sulle colonne de 'La Stampa': "(...) Se, per ipotesi assurda, (le Brigate Rosse) dovessero prevalere, non c'è dubbio che il Paese sarebbe sommerso da una marea di barbarie senza uguali nella storia moderna, forse perfino più odiosa di quella delle «non ancora dimenticate SS naziste» a cui esse osano paragonare le forze dell'ordine." (10.05.1978)

Primo Levi, nella sua opera finale, I sommersi e i salvati (1986), colloca i sopravvissuti ai Lager nazisti (e se stesso) fra i “peggiori”; Adriano Sofri, nelle due lettere del 2008 su il Foglio e il Corriere della Sera, colloca gli assassini del commissario Calabresi (e se stesso) fra i "migliori".
Questo l'abisso di tempra morale tra due figure esponenti della zona grigia, seppur di due contesti storici diversi: i Lager del terzo Reich e gli anni di piombo italiani. Contesti che però è lecito accostare perché l'autore stesso del concetto di "zona grigia" lo suggerisce alla fine dal capoverso in cui lo presenta: "La zona grigia della «protekcja» e della collaborazione nasce da radici molteplici.(…) Questo modo di agire è noto alle associazioni criminali di tutti i tempi e luoghi, è praticato da sempre dalla mafia, e tra l'altro è il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni '70". (P. Levi, I sommersi e i salvati, pagg. 29-30)

Se gli studiosi di Levi, come Anna Bravo (1), hanno sottolineato giustamente che "Si potrebbe scrivere un libro sugli usi e gli abusi fatti del termine zona grigia", dall'altra parte, nessuno di loro mi risulta si sia preso la briga di domandarsi ed approfondire quel riferimento così esplicito al terrorismo italiano (*).

Rientra così in una tendenza, per fortuna in regresso (come segnalato in precedenti articoli), cui siamo ormai abituati da decenni: il ruolo di supplenza svolto dai giornalisti alla carenze degli studiosi sui temi caldi della stagione dei terrorismi. Infatti quest'anno è apparso il volume di Massimiliano Griner, "La zona grigia". Sottotitolo: "Intellettuali, professori, giornalisti, avvocati, magistrati, operai, Una certa Italia idealista e rivoluzionaria", per i tipi di Chiarelettere.

Il libro si compone di una carrellata di storie e personaggi che hanno aderito, fiancheggiato, simpatizzato o accettato il terrorismo eversivo di sinistra; che con le loro simpatie, silenzi, complicità indirette o scoperte, hanno reso possibile l'ampiezza, l'intensità e la durata del terrorismo del caso italiano.
Scrive l'autore che «La molla principale alla realizzazione di questo libro è stata l’indignazione verso un ambiente spesso arrogante e protetto che, diversamente da alcuni ex brigatisti, non ha fatto un solo passo indietro; non una riflessione sul proprio operato; non un ripensamento o un’ammissione di responsabilità per le tante sofferenze causate alle vittime e alle loro famiglie».

In vero qualche riflessione c'è stata anche in quell'area, e l'autore forse avrebbe fatto bene a sottolineare meglio che quanto ha riportato è una selezione parziale di quanto emerso solo pubblicamente nel corso dei decenni. Inoltre, il pur ampio quadro di tipologie è tratteggiato in modo talvolta insufficiente per valutare il livello di coinvolgimento nel fenomeno terrorista del singolo esponente. Infine, tra gli intellettuali, sono inclusi solamente i "clerici" laici.

Salvo rari casi con vasta letteratura, come quello Sofri-Calbresi, di fronte a questa area è quindi importante approfondire sia quantitativamente che qualitativamente, cercando di esimersi da giudizi netti ed affrettati. Come insegna sempre Primo Levi, è bene sfuggire sia dal sentimentalismo che tutto assolve, sia dal moralismo astratto che vuole tosto giudicare.

Siamo infatti di fronte ad un crinale delicato, fatto di livelli e responsabilità diverse e graduate. Come scrivevo a proposito del softpower da utilizzare oggi in termini preventivi nei processi di radicalizzazione attuali, siamo qui di fronte ad una area dinamica che esprimeva livelli diversi di coinvolgimento con il fenomeno. Un'area, quella grigia degli anni di piombo, che un programma USA (The Minerva Initiative) poi bloccato da carenze di fondi federali, voleva indagare scientificamente per trarre indicazioni utili alle sfide attuali.
Un peccato, perché una riflessione di quell'area oggi avrebbe potuto rimediare la sua propria tardività con una qualche utilità per il futuro.

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(*) In vero è la stessa Anna Bravo l'unico caso di un'analisi critica, seppur soggettiva, dall'interno, e probabilmente in parte inconsapevole, della zona grigia intorno al terrorismo degli anni '70: non a caso una studiosa della Shoa e di Primo Levi. 10 anni fa suscitò aspre polemiche la sua intervista a la Repubblica relativa al suo saggio “Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci” , pubblicato sul numero III/1 (2004) della rivista “Genesis” (per informazioni: www.societadellestoriche.it dove è reperibile), nel quale studia i rapporti del  femminismo e di tutta la nuova sinistra degli anni settanta, a cominciare da Lotta continua, il gruppo di cui ha fatto parte, con le varie forme di violenza (materiale, simbolica, ideologica). E' la prima volta che viene affrontato il tema delle violenza politica senza infingimenti e giustificazionismi, da perte di chi era stata parte del movimento.
Tre anni dopo, Luigi Manconi, anche lui ex militante di LC, riprenderà sostanzialemnte le sue tesi, sviluppando una ampia analisi sociologica sul terrorismo rosso in Italia tra il 1970 e il 2008. "Terroristi italiani" (RIzzoli). Si veda la recensione di entrambi i testi qui
politica estera
Softpower nella prevenzione del terrorismo: il divario europeo
17 ottobre 2014

Nei paesi dell’Europa centrale e del nord la prevenzione del terrorismo non è prassi esclusiva dagli organi di polizia ed intelligence, ma si sono dotati negli ultimi anni di strumenti e progetti che agiscono sul campo coinvolgendo società civile, ONG, opinion maker politici e religiosi con partnership pubblico /privato per attuare interventi nelle comunità a rischio, nelle prigioni, nelle famiglie, nelle scuole.

Mentre nel nostro paese, e più in generale nei paesi latini, il significato di prevenzione è quello di reprimere l’atto terroristico in una delle fasi che precedono la sua attuazione concreta di attentato, nei suddetti paesi si investono risorse e intelligenze cercando di intervenire sulle radici del fenomeno, cioè nelle fasi (e nei luoghi) del processo di radicalizzazione precedenti a quelle finali in cui la violenta diventa pratica concreta.

Pur avendo la letteratura scientifica diversi modelli descrittivi del processo di radicalizzazione, il punto è quello di utilizzare il softpower per prevenire che i soggetti coinvolti giungano a concluderlo rendendosi terroristi o estremisti violenti. In Italia non c’è praticamente traduzione alcuna dei lavori di ricerca sul processo di radicalizzazione. Nel dibattito italiano, il terrorismo è stato analizzato e spiegato sotto moltissimi approcci (sociale, culturale, ideologico, storico politico, psicologico, etc), ma mai come un percorso che investe un individuo in una serie di fasi, oggettivamente descrivibili. Sono quelle che riecheggiano le figure note di ‘simpatizzane’ e ‘fiancheggiatore’, ma la "zona grigia” l’abbiamo sempre considerata un configurazione statica, quando invece, gli studi recenti internazionali, stanno cercando di descriverla dinamicamente, come un progressivo processo, dal quale però, con opportuni interventi, si può provare a far retrocede gli individui coinvolti.

Si possono quindi attuare sia interventi mirati sui soggetti, sia su gruppi nei luoghi e nelle comunità a rischio (dalle prigioni ai centri raccolta di immigrati). Si possono fare scelte politiche consapevoli dei rischi di accentuare o meno la radicalizzazione in contesti di movimenti antagonisti, come il NOTAV (si veda Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav). Si possono disporre interventi di formazione per sensibilizzare il personale delle forze dell’ordine e quello civile, militare e del terzo settore, quello che per esempio gestisce le operazioni legate al flusso migratorio in Italia (si veda Dopo il caso Delnievo, la prevenzione verso il rientro dei combattenti in Siria). Si possono investire risorse per agevolare il dialogo inter-culturale e inter-religioso nelle città e nei quartieri multietnici. Si possono attuare programmi di intervento nelle scuole e nelle famiglie. Prima di tutto però occorre la consapevolezza culturale di questo approccio alla prevenzione e poi la volontà politica.

Il 9 settembre 2011, Cecilia Malmström, Commissaria per gli Affari interni, inaugurò a Bruxelles “la rete di sensibilizzazione al problema della radicalizzazione, per sostenere gli Stati membri nel loro impegno volto a migliorare la sensibilizzazione al problema e a trovare modi per contrastare l'ideologia e la propaganda degli estremisti”. La RAN (Radicalisation Awareness Network) ha lo scopo di individuare le buone pratiche e promuovere lo scambio di informazioni ed esperienze, tra i soggetti che a vario titolo si occupano professionalmente dei diversi aspetti della radicalizzazione violenta, cercando di affrontare il problema della radicalizzazione prima che questa si trasformi in estremismo violento.

In questi tre anni ho diretto uno dei gruppi di lavoro di tale rete europea (RAN VVT), senza che il mio Stato membro, cioè l’Italia, a livello del suo Ministero degli Interni, abbia mai dato un segno di interesse verso l’attività e i lavori svolti in questo contesto. Due sono state le conferenze “high level” organizzate dalla Commissione Europea, con RAN e Stati membri: nel primo caso la ministra Cancellieri si limitò ad augurami buon lavoro; nel secondo caso, nel giugno scorso, alla vigilia della presidenza di turno italiana dell’Unione Europea, il sottosegretario agli Interni italiano che doveva concludere i lavori non si è fatto né vedere né sostituire.

Del resto, se andiamo a leggere uno dei risultati della RAN, cioè la raccolta “Collection of approaches and practices to prevent and counter radicalisation”, possiamo notare l’impronta geopolitica descritta all’inizio: Regno Unito e paesi centro-nord europei dominano nella progettualità del softpower contro la radicalizzazione.

Eppure non mancano buone prassi anche in Italia, ma si tratta di casi isolati che attendono di essere valorizzati e messi in rete …quando consapevolezza e volontà politica sopraggiungeranno. Sperando che ciò non accada solo dopo il versamento di sangue italiano sul suolo italiano.

RAN

SOCIETA'
L'uscita dal terrorismo italiano e la cultura cattolica
12 ottobre 2014
Il saggio della ricercatrice fiorentina Monica Galfré, La guerra è finita. L'italia e l'uscita dal terrorismo 1980-1987, Laterza, 2014, ricostruisce il lungo percorso con il quale l’Italia si è lasciata alle spalle la terribile stagione di sangue del terrorismo.
Il sistema carcerario, e, soprattutto, la cosiddetta legislazione premiale, sono in vero stati a lungo studiati sia in Italia che all'estero, in quanto il caso Italiano è considerato un importante case-study di exit strategy dal terrorismo. Ma il tormentato cammino verso la normalizzazione è qui osservato attraverso il dibattito tra i vari attori dell'epoca, e quanto viene maggiormente approfondito è il fenomeno delle aree omogenee e della dissociazione.
In particolare le fonti più interessanti, che si aggiungono a quelle tradizionali costitute da giornali, testimonianze, atti parlamentari e studi pregressi, sono quelle di alcuni archivi. Della decina elencata in apertura del saggio, segnalo soprattutto quelli di Ernesto Balducci e di Mario Gozzini. Attori, l'uno sociale, l'altro politico, afferenti entrambi al mondo cattolico interessato al processo di pacificazione e alla salvezza, anche politica, dei militanti: quelle migliaia di giovani che attraversata l'esperienza eversiva stavano pagando in carcere le loro responsabilità più o meno gravi, in condizione di regime emergenziale.
Le carenze e le incertezze della politica e il conseguente ruolo supplente giocato dalla magistratura e dalla Chiesa con le sue associazioni cattoliche (dalla Caritas al Gruppo Abele, dalla Corsia dei Servi alle Edizioni Cultura della Pace), sono i tratti più interessanti del testo della Galfré. Grazie ai due archivi sopra citati però, il tratto con maggiore originalità è proprio la dinamica interna al mondo cattolico di fronte alla gestione degli ex terroristi nel post emergenza.
Se infatti lo scontro politica-magistratura, seppur grave, è  riconducibile in seno a dinamiche ed equilibri tra istituzioni dello Stato, il dibattito interno al mondo cattolico esprime un interessante divisione tra cattolici delle istituzioni (Gozzini) e cattolici dei movimenti (Balducci). Una divisione tra chi ha senso dello Stato e chi si pone fuori e contro di esso: tra un cattolico liberale e un cattolico postconciliare con simpatie verso teologie della liberazione. Quella di Balcucci è infatti una visione dello Stato che coltiva la visione cospiratrice dei mali del paese traendo linfa dalla Commissione parlamenta presieduta da Tina Anselmi sulla P2; che giustifica lo scontro contro lo Stato in nome, per usare la dicotomia di Max Weber, dell'etica della convinzione; e che giunge, diciamo biblicamente, ad interessarsi esclusivamente di Caino.

Già e Abele, ovvero le vittime del terrorismo?
Oltre alle preoccupazioni espresse da Gozzini, vero ponte tra mondo cattolico e Parlamento, ed espressione dell'etica della responsabilità che accusò Balducci di "giustificare il terrorismo come "apoligia del"tirannicidio sacro""; nell'introduzione l'Autrice si premura di scrivere che: "quanto al processo di riconciliazione, sono oggi in molti a rilevare - anche al di là delle polemiche pubbliche - la marginalità del ruolo attribuito alle vittime, a riprova di una mancata assunzione di responsabilità da parte delle istituzione." Il riferimento in nota è al testo di Luigi Manconi, Terroristi italiani, e soprattutto, per il carattere scientifico, a quello dei professori inglesi Anna Cento Bull e Philip Cooke di Ending Terrorism in Italy (qui recensito).

Forse questo ultimo testo, sarebbe stato utile che fosse stato più ponderato da parte dell'Autrice, per almeno un paio di motivi.
Il primo per una rilevante chiarezza concettuale. L'Autrice infatti usa alternativamente ed indifferentemente i temi di 'pacificazione' e di 'riconciliazione'. Mentre il primo soffre solo di genericità, il secondo è inesatto. Il testo inglese di Anna Cento Bull e Philip Cooke si prende cura di distinguere, fornendo ampia letteratura, tra processo di 'conciliazione' e quello di 'riconciliazione': il primo è tra due attori (stato e esecutori del crimine) il secondo è tra tre attori (Stato, esecutori del crimine e vittime del crimine).
Avendo l'Autrice convenuto che il ruolo delle vittime in quella fase storica è stato escluso, se non nella versione perdonista, quella cioè di chi ha espresso il proprio perdono ai carnefici, avrebbe dovuto sempre utilizzare il termine 'conciliazione'. Il punto è che forse l'arroganza e la misericordia cattolica si è permessa di sostituirsi ai sentimenti delle vittime, verso i quali, ad esclusione di chi perdonava, si temeva una 'pagana' volontà vendicatrice. Il quadro è ben delineato in queste righe: "le sofferenze e i diritti delle vittime apparivano sen'altro schiacciati su quegli altissimi esempi morali e cristiani di perdono concessi spontaneamente e a titolo gratuito da alcune famiglie cattoliche" (Giovanni Bachelet, Maria FIda Moro, Gabriella Tagliercio, Stella Tobagi, Publio Fiori).
Nel caso Italiano se proprio si volesse parlare di riconciliazione questa è avvenuta scambiando uno dei tre attori, nel senso che la Chiesa, ovvero la sua cultura, si è sostituita alle vittime, che sono state lasciate da tutti (Stato e Chiesa) al loro destino, che è poi stato quello di auto-organizzarsi proprio in quegli anni.

Il secondo motivo di sottovalutazione del testo inglese, Ending Terrorism in Italy, riguardo proprio questo malinteso.
L'Autrice, cita solo due casi di vittime non 'perdoniste', Carol Beebe Tarantelli e Sergio Lenci. Le cita però solo per sottolineare l'incomunicabilità tra vittime e carnefici, se il rapporto si pone su un piano dialettico e non metafisico. Perde invece l'occasione di controllare il carattere vendicativo loro attribuito dalla cultura cattolica e di segnalare che in quegli stessi anni stavano costituendosi in associazione e promuovendo propri convegni, come a Torino nel 1986.
Se avesse letto le interviste alle associazione delle vittime, contenute in Ending Terrorism in Italy, o avesse gettato un'occhiata ai loro siti web, Monica Galfrè si sarebbe accorta che la posizione delle vittime è sempre stata di assoluto rispetto dello stato di diritto: la loro sete di verità e giustizia non si è mai caricata di vendetta. Protestare contro provvedimenti di amnistia, grazia o indulto quando si è stati esclusi dal processo di pacificazione è scelta politica appena legittima, che chiede e chiedeva conto delle ambiguità dello Stato e di quelle due culture, la marxista e la cattolica, sulle quali si erano radicalizzati migliaia di giovani tra la scarsa consapevolezza, o la cinica ipocrisia, politica dei due partiti dominanti degli anni '70: il PCI e la DC.

In verità, stendere l'oblio sulla stagione del terrorismo era il fine primario, per alcuni, e secondario, per altri, rispetto al recupero degli ex terroristi. Gli unici che potevano rompere l'incantesimo dell'oblio erano le vittime. Dopo venti anni di battaglie ci sono riuscite, anche grazia alla collaborazione tra le vititme dell'eversione rossa e quelle delle stragi nere che porterà al varo della legge n. 206 del 2004 e all'introduzione di un Giorno della Memoria nel 2007.
Questo l'autrice non lo dice, preferisce chiudere il suo lavoro con un quadretto sentimentale ed idilliaco di pacificazione che ha luogo sulle lievi colline fiorentine tra circensi attività dai tratti felliniani  e ruvidi tratti dei volti di ex militanti… perché non si possono chiamare ex terroristi: è stata una guerra civile contro un Stato corrotto, con una economia in crisi, con un sistema scolastico inadeguato e uno carcerario incivile.
Se fosse stato così, chissà cosa dovremmo vedere oggi!
politica estera
NEGLI OCCHI DELLE VITTIME LE MIE FALSE ESECUZIONI
5 ottobre 2014
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