.
Annunci online

hommerevolte
Blog-Lab di Luca Guglielminetti e del Nuovo Caffé Letterario
Link
Cloud Tags

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Locations of visitors to this page


PROFILO - @Google

INCIPIT
C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima." (Albert Camus)
L'uomo in rivolta

Cerca sui miei blog



Nuovo Caffé Letterario

Anche su:


Nuovo Caffé Letterario

Promuovi anche tu la tua Pagina



Pubblicazioni on-line su: ISSUU


Video
Vimeo


politica interna
Memorie settarie e memorie pubbliche
16 febbraio 2017

Le polemiche per la targa in memoria di Roberto Crescenzio, studente lavoratore bruciato vivo dalle molotov nel bar Angelo Azzurro di via Po a Torino nel 1977, nel corso di un corteo di Lotta Continua, evidenziano come, a distanza di 40 anni, la nostra civiltà sia funestata dalla divisione tra memorie settarie e memorie pubbliche.

Prendiamo tre casi circoscritti a Roma e commemorati periodicamente in modo settario:

1) l'estrema destra ha coltivato la memoria di Mikaeli Mantakas, militante del Fuan "ucciso dall'odio comunista" nel 1978.

2) l'estrema sinistra ha coltivato quella di Roberto Scialabba, militante di Lotta Continua, "ucciso dai fascisti" nel 1978.

3) il Partito Radicale ha coltivato a sua volta la memoria di Giorgiana Masi, uccisa "dalla violenza del regime" nel 1977.

Forse non tutti sanno che da 10 anni tutti e tre i suddetti casi sono istituzionalmente considerati "vittime del terrorismo", esattamente come Roberto Crescenzio. Tutti infatti compaiono nella pubblicazione ufficiale della Presidenza della Repubblica in memora delle vittime del terrorismo nell'Italia Repubblicana.

Ma naturalmente le formazioni di estrema sinistra, destra e i radicali preferiscono continuare a coltivare i loro martiri con gli appellativi partigiani che si sono scelti a sua tempo: del fascismo, dell'odio comunista e del regime.

Anche se tecnicamente alcuni sono casi di "violenza politica", sfugge a molti il criterio per cui tali casi siano stati inclusi nell'ambito del terrorismo dalle istituzioni; cioè quello di sottrarli alle memorie di parte per renderli tutti memoria pubblica condivisa.

Troppo difficile da comprendere ancora per alcuni, soprattutto per chi in quei partiti e movimenti militò in un'età, quella giovanile, cui non si ha il coraggio di dare la giusta connotazione e quindi narrazione.

politica estera
#PrayForQuebec" does not exist
1 febbraio 2017
"Pray for Quebec" non esiste. Due giorni dopo l'attacco alla moschea di Quebec City, con sei morti e diversi feriti, nonostante l'atto sia stato subito definito di terrorismo dal Primo ministro canadese Justin Trudeau e dagli altri paesi, non esiste disegno o banner virale sul web e sui social che manifesti la solidarietà alle vittime.
Eppure a essere colpito è un paese occidente, non una lontana landa africana o asiatica, i cui attentati quotidiani non scuoto più alcuna coscienza occidentale da tempo.

La ragione risiede forse nel fatto che il presunto colpevole non sia un esponente dello Stato Islamico, ma un giovane canadese bianco e xenofobo radicalizzato non nell'ideologia jihadista ma nell'islamofobia?
Una novità che lascia sconcertati. Non siamo di fronte a musulmani che uccidono altri musulmani, sunniti contro sciiti, wahabiti contro apostati.
Dopo anni in cui l'ostilità verso i musulamani dei nostri paesi, accomunati in tanta pessima stampa con terrorismo e migrazioni, si è espressa in forme continuative ma contenute di violenza, siamo forse di fronte ad un passaggio che dalla lotta ufficiale al terrorismo degli Stati, evolve in un terrorismo-"contro"-terrorismo di matrice anti-islamica?

Più probabile che ci si trovi di fronte ad un caso simile al norvegese Behring Breivik della strage dell'isola di Utoya del 2011: soggetti solitari. Ma il clima non è certo isolato:  per usare le parole del grande umanista franco-bulgaro Tzvetan Todorov: “Oggi l’islamofobia e il jihadismo si rafforzano vicendevolmente”.

In ogni caso è stato difficile disegnare un cartello "Pray for Quebac". Probabilmente perché chi è stato ucciso stava proprio pregando. Non pregava però come "preghiamo" noi, laici o credenti, quando mettiamo un "mi piace" o condividiamo un messaggio di sentita vicinanza per delle vittime. Tutte e sei le vittime stavano pregando veramente e in una modalità islamica che o non conosciamo quasi, o ci risulta lontana ed estranea.
Ho l'impressione che lì risieda il cortocircuito che ha impedito agli stessi canadesi, e a chiunque altro in Occidente, di esprimere la frase solidale "Pray for Quebac".

Non proverò a pregare, ma ricordare i loro nomi e i loro volti è l'atto minimo per contrastare la de-umanizzazione che rischia di accompagnare queste vittime anche dopo il loro atroce massacro.



Qui le loro storie

sfoglia
gennaio        marzo